if you knew me between the years 2012-2016, let me reintroduce myself

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@need-to-beloved
if you knew me between the years 2012-2016, let me reintroduce myself
“Anche solo pensandoti riesci a mandarmi il battito a puttana.”
—
Ludovica, soffroeppuremivienedaridere. (via soffroeppuremivienedaridere)
Ti odio per questo,sappilo.
..no,non è vero.
(via solounaragazzadaparete)
“Forse non sei la persona più bella su questa terra, ma caro, hai le stelle più belle dell'universo dentro ai tuoi occhi. -Alessia Alpi (Volevoimparareavolare on Tumblr)”
— Scritta da me
Don’t find love, let love find you. That’s why it’s called falling in love, because you don’t force yourself to fall, you just fall.
“There’s a story in her eyes.”
— (Via @feeblestorm )
“Let it be. Lascia che sia. Lascia che le cose accadano. Non riempirti di paranoie problemi. O peggio ancora di paure. Canta. Balla. Dedica canzoni. Sogna. Sogna tanto. E fai di tutto per realizzare il tuo obiettivo. Ribellati. Non farti sottomettere. Non preoccuparti del futuro. Non avere timore di metterti in gioco, di osare, dimostrati per quello che sei. Lasciati andare, lasciati trasportare dalla vita e dalle emozioni. Non ci sarà una seconda possibilità di rivivere determinati momenti. Esci. Vai a ballare e torna alle sei del mattino a casa. O non tornarci proprio. Ma non restare chiuso in casa. Non fare l'orgoglioso. Non serve a niente. O meglio, serve solo ad allontanare le persone. Tutti hanno vissuto brutte esperienze. Ognuno ha avuto le sue delusioni. Non credere di essere l'unico. Ma non per questo devi chiuderti in te stesso. Scrivi quei messaggi che non hai il coraggio di inviare. Non rimanere con il dubbio di come sarebbe potuta andare. Non pentirti. E non giudicarti. Sei quello che sei. Non perdere tempo con l'invidia. Non c'è alcun motivo di avere un piano B, perché distrae dal piano A. Rilassati. Sdraiati sul prato e guarda il cielo. Vai al mare. Ascolta il rumore delle onde. Non badare a ciò che dice la gente. Sì solare, pure incazzata. Non avere paura di ridere ad alta voce. Leggi le istruzioni, anche se farai di testa tua. Non è mai troppo tardi per cambiare. O per non cambiare a fatto. Guarda le cose da da punti di vista diversi. Non essere cocciuto. Sì curioso. Viaggia. Non prenderti troppo seriamente. Nemmeno troppo sottogamba. Le persone vanno e vengono. Come le stagioni. Prometti solo se sei sicuro di mantenere. Sorprenditi per le piccole cose. Stupisci con i piccoli gesti. Guarda molti film. Credi in molte cose. Soprattutto in te stesso. Ridi. Sì felice. Sperpero allegria. Perché sorriso porta sorriso. Sì umile. Ama tanto, ama tutto, Ama sempre. Lascia che le cose accadano. Lascia che sia come deve essere. Let it be.”
—
“ho sorriso senza accorgermene, dev’essere così che si ricomincia.”
-MisSchianto, Twitter.
Voglio rubarti un sorriso
E incorniciarlo in un quadro,
Da appendere in camera.
Vederlo come prima cosa al mattino
E ultima cosa a notte fonda.
Waterparks - Take Her To The Moon
Accadrà, non preoccuparti un amore che ti farà pensare “Ora non devo più preoccuparmi.”
Al quinto anno di liceo ebbi come vicina di banco Jessica.
Jessica non era come le altre ragazze, che si laccavano le unghie, si spruzzavano un profumo alla vaniglia e intrecciavano i capelli dietro la nuca, rivelando la forma morbida del loro viso e le loro labbra color pesca, che ti facevano venire voglia di baciarle per scoprire quanto potessero essere morbide.
No.
Jessica non era come le altre ragazze.
Jessica aveva sempre i capelli scompigliati e annodati, che si arricciavano sulle punte e le ricadevano in una matassa scomposta sulle spalle, e quando si sistemava i ciuffi ribelli dietro le orecchie rivelava un profilo affilato, con le clavicole sporgenti e gli zigomi alti, tipici segni di chi non mangia abbastanza.
Aveva le unghie mangiucchiate ed incorniciate di pellicine, e ai polsi tanti, troppi bracciali, che tintinnavano quando scriveva o disegnava sulla carta del suo block-notes, sempre presente sul banco e usava così spesso da avergli smussato gli angoli e sgualcito e stropicciato tutte le pagine.
Non fui felice quando scoprii che dovevo trascorrere un intero semestre di fianco a lei, perché era come stare accanto ad un fantasma; non ti degnava mai di uno sguardo, così come non sorrideva o parlava mai a nessuno. Sedeva sempre sola in autobus, non partecipava a nessun progetto extra-scolastico o gita, ed era sempre l'ultima ad essere scelta a ginnastica, o per i lavori di gruppo.
Non mi piaceva.
Non mi piaceva il muro alto e spesso che aveva eretto intorno a se stessa, non mi piaceva lo sguardo freddo e distaccato con cui studiava ogni cosa, non mi piacevano i suoi lunghi silenzi.
Si era trasferita al nostro liceo l'anno scorso e non ci avevo ancora mai parlato.
E non ci tenevo affatto a farlo, perché sapevo che il genere di ragazze tristi come lei altro non fanno che trascinarti nel loro baratro ed io, con l'esame, la scelta dell'università, e le continue discussioni coi miei genitori non volevo aggiungere ulteriori casini alla mia vita.
Ma una mattina di ottobre, la professoressa di arte decise che era giunta l'ora di tirare fuori le nostre doti artistiche e fare un ritratto al nostro compagno di banco.
Fu quella, la prima volta che la guardai veramente.
Fu quella, la prima volta che scoprii il suo neo a forma di stella vicino alla mascella, e le scaglie verdastre incastonate come polvere di smeraldo nelle sue iridi scure, e la spruzzata di lentiggini che aveva sulle guance che mi ricordavano la costellazione del cigno.
E fu sempre quella, la prima volta che mi accorsi dei lividi sotto ai suoi occhi, come se avesse pianto tanto fino a sanguinare, e delle sue labbra screpolate, e della sua pelle troppo pallida, e delle sue mani che toccavano troppo spesso i braccialetti, come se avesse il terrore di perderli da un momento all'altro.
Fu quella la mattina che guardai veramente Jessica, e mi resi conto che, con le sue felpe extra large, la sua schiena addossata al muro e la sua testa poggiata sopra al banco la maggior parte del tempo, lei stava solo cercando di nascondersi da qualcosa, o da qualcuno.
E improvvisamente mi dispiacque per lei. Mi resi conto che stava male per davvero. Che dietro alla sua immagine di ragazza strafottente del mondo c'era qualcosa di più concreto e profondo.
Mi promisi di cercare di essere più gentile con lei e di provare a parlarle e mi pentii di averla giudicata troppo severamente dalle sue prime apparenze.
Ma i giorni passavano, il cielo si macchiava sempre più di grigio, la nebbia era ogni mattina più fitta, e le foglie secche arricciate su se stesse erano state strappate via tutte, spogliando completamente i rami scuri degli alberi, ed ogni mio tentativo di parlare con Jessica si era rivelato fallimentare.
Tentai anche di scriverle un paio di biglietti, ripiegandoli più volte e appoggiandoglieli sui libri.
Non li leggeva mai.
A novembre presi l'abitudine di fare lo zaino con estrema lentezza dopo il suono dell'ultima campanella, in modo da restare solo noi due, io e Jessica, in classe.
E per quanto mi sforzassi di rivolgerle un saluto, un sorriso, una domanda… era come se non mi sentisse, o meglio, non volesse sentirmi.
E non alzava mai lo sguardo.
Finché arrivò un mattino, un mattino di dicembre, in cui le nuvole si sciolsero in una miriade di gocce gelide, e mi accorsi che Jessica non aveva l'ombrello.
“Finalmente é arrivata la mia occasione!” pensai fra me e me, mentre correvo per raggiungerla.
«Ei Jessica, ciao. Lascia che ti offra il mio ombrello, sta piovendo troppo forte ed é troppo freddo per correre fino alla fermata… ti ammaleresti di sicuro» dissi, con la voce che tremava e le mani che sudavano.
«Tu prendi il bus vicino al supermercato giusto? Anche io lo prendo lì vicino. Ti accompagno volentieri»
Ma lei si scostò bruscamente da me «non sto andando alla fermata».
La sua voce era calda, e volevo disperatamente ascoltarla ancora e ancora.
«E dove vai? Il mio autobus é sempre in ritardo, potrei accompagnar..» si voltò, e finalmente mi guardò, e sentii tutto il peso di quello sguardo su ogni particella del mio corpo, e mi sentii sprofondare negli abissi dei suoi occhi, occhi cerchiati di nero e arrossati.
«Si può sapere cosa vuoi da me? Perché continui a sorridermi ogni mattina nonostante non ti guardi mai? Perché continui a parlarmi anche quando non ti rispondo? Perché?!» mi sputò addosso quelle parole cariche di rabbia, di dolore e di un qualcosa che non seppi definire.
Orami non era rimasto più nessuno nel piazzale della scuola e anche gli ultimi autobus erano partiti.
Eravamo solo io, lei e la pioggia.
«Io non voglio la tua compassione. Non voglio che mi guardi come se ogni parte rotta di me potesse aggiustarsi.» aveva il respiro affannato; ogni frase che pronunciava le chiedeva uno sforzo immane.
«Voglio solo che fai come tutti gli altri, che mi guardi da lontano e mi chiami depressa e mi lasci stare e non tenti in continuazione di invadere il mio mondo, e..»
«NON É VERO» la interruppi.
«Tu non vuoi questo. Non ci credo. Nessuno vuole questo.» e senza pensarci iniziai a coprire con passo veloce la distanza che lei aveva creato fra noi.
«Nessuno vuole restare solo. Nessuno vuole essere stereotipato e giudicato. Ed io voglio conoscerti. Voglio davvero conoscerti.» non le dissi “Vorrei passare ore a parlare con te, bevendo un cappuccino in un bar all'angolo, avendo come sottofondo una canzone che da quel momento, ogni volta che l'avrebbero passata per radio, ascoltandola avrei pensato a te e sarebbe diventata la nostra canzone”.
Le afferrai le mani con le mie «Ti prego, non scappare anche da me.» non le dissi “Permettimi di asciugarti le guance e baciarti ogni cicatrice che nascondi sotto a quei bracciali e far diventare le mie braccia il posto in cui nasconderti per sentirti protetta, non le tue felpe”.
Iniziò a scuotere forte la testa, a dire di no, finché le ginocchia non iniziarono a tremare così forte da non reggerla più e farla accasciare a terra, sulla ghiaia bagnata, dura e fredda.
«Io… io non ero così. È.. é per una persona.»
Mi accovacciai accanto a lei e aprii l'ombrello su di noi.
«Nell'estate della terza liceo, la mia migliore amica festeggiò il terzo anno di fidanzamento con quello che lei definiva “il suo principe azzurro”. Ma una settimana dopo, lui le confessò che l'aveva tradita con una nostra compagna di classe» il singhiozzò scosse forte il suo esile corpo.
«glielo disse in faccia, chiedendole scusa fra le lacrime. Ma lei, lei non reagì. Si limitò ad andare a casa e a chiudersi in camera. Non rispose ai miei messaggi. Non mi richiamò. E non aprì nemmeno la porta quando guidai con lo scooter fino a casa sua.
Niente» la sua voce si spezzava di continuo ma i suoi occhi rossi non versavano alcuna lacrima.
Mi domandai quanto una persona possa aver pianto, per riuscire a finirle tutte.
«La mattina seguente suo padre sforzò la serratura… e la trovò, anzi, la trovammo, perché ero rimasta a casa loro tutta la notte, morta, con accanto un flacone di pasticche completamente vuoto. Aveva le unghie e le labbra blu. Una schiuma strana le orlava la bocca. Ed i suoi occhi… i suoi occhi… i suoi bellissimi occhi che disegnavano una ragnatela di rughette quando rideva e brillavano quando parlava dei libri che leggeva… erano vuoti, spenti, sbiaditi… e lucidi… come se avesse pianto per lui anche dopo essere morta»
La strinsi forte a me. Mi accorsi che la sua pelle era fredda a contatto con le mie dita, che le sue ossa erano più sporgenti di quello che immaginavo, e che il suo cuore batteva così forte da scuotere anche me.
Allora, feci quello che non avevo mai pensato di fare prima di diventare il vicino di banco di Jessica.
Forse, perché prima di lei non mi ero mai innamorato.
La guardai negli occhi e le dissi «Non devi affrontare tutto questo da sola. Non devi allontanare tutti e chiuderti in te stessa perché non vuoi più affezionarti a nessuno e desideri solo distruggerti». Finalmente ero riuscito a dirle ciò che pensavo davvero.
«Non sono stata abbastanza per la mia migliore amica.
Come posso pretendere di essere abbastanza per chiunque altro?»
Le sfilai dolcemente i bracciali. I suoi tagli erano così rossi, così profondi, così tanti.
«é passato più di un anno dalla sua morte. Continuo a salvare il suo numero di cellulare ovunque; sui quaderni, sul computer, nel mio diario. Scrivo pagine e pagine col suo nome. Ho il terrore di dimenticarla, di dimenticare la sua voce. Aggiungo il suo contatto alla rubrica ogni volta che compro un cellulare nuovo, e ogni sera le telefono e fingo che non mi risponda perché ha dimenticato il suo smartphone nella borsa, o perché l'ha scaricato completamente durante la giornata, oppure l'ha messo in silenzioso perché sta finendo di leggere l'ultimo romanzo che abbiamo comparato insieme.
Non mi risponde mai. Non mi richiama mai»
Iniziai a baciarle ogni ferita. Una ad una, le ricoprii con morbidi baci.
Poi le sistemai i capelli dietro le orecchie come avevo sempre sognato di fare.
Aveva smesso di piovere, perciò chiusi l'ombrello e l'aiutai ad alzarsi stringendole le mani con le mie.
«Non posso prometterti che ti salverò dai tuoi incubi, che ti difenderò dai tuoi pensieri e riuscirò a rimarginare ogni tua ferita. E non posso prometterti che riuscirò a colmare il vuoto che ti ha lasciato nel petto, perché so che nessuno potrà mai prendere il suo posto. » le mani continuavano a tremarmi forte, ma un'energia nuova si era accesa nel mio petto.
«Ma ti prometto che ogni mattina sarò qui ad aspettarti, con le braccia fredde a causa di uno spazio che solo tu puoi riempire e scaldare. E potrai telefonarmi ogni notte e ti ascolterò finché non ti addormenterai e anche allora continuerò ad ascoltarti, ad ascoltare il tuo respiro e a sperare di farti sentire sentirti un po’ meno sola. E ti accarezzerò la pelle, e bacerò ogni tua ferita fino a quando non saranno cicatrizzate tutte, e anche allora continuerò, se lo vorrai.
E camminerò accanto a te, e ti stringerò spesso le mani, e potrai parlarmi di lei ogni volta che lo vorrai, che siano le tre del pomeriggio o le tre della mattina. »
Disegnai col pollice cerchietti sul dorso delle sue mani «Questo si. Questo posso promettertelo.»
«Come fai a promettermi tutto questo?» ,mi domandò, ma ora la sua voce non era più incrinata.
Mi avvicinai finché non sentii il suo fiato caldo sul mio collo «perché ho imparato che le ferite fatteci dalle persone, possono guarire solo con l'amore di altre persone. »
-Alessia Alpi, scritta da me.
(-Volevoimparareavolare on Tumblr)
È la cosa più bella che io abbia mai letto.
Brividi… amo le emozioni che trasmetti con quelle parole che da sole non sono niente (invidia)
@volevoimparareavolare
Ho i brividi
È una cosa troppo dolce❤️
Un giorno c'era una ragazza.
Era una di quelle ragazze con le felpe troppo larghe ed i jeans troppo stretti.
Una di quelle ragazze che beve solo caffè nero, senza zucchero, perché si è abituata al sapore dall'amaro in bocca, e lega i capelli in chignon scompigliati.
Era una di quelle ragazze che odiano farsi le foto ma adorano fotografare il cielo, che si siedono sugli scogli, col brontolio del mare dentro alle orecchie, guardando le onde infrangersi, trasformandosi in schegge di vetro luccicanti, mentre alle loro spalle il crepuscolo si scioglie nel manto scuro della notte.
Era una di quelle ragazze col cuscino bagnato di lacrime, col cellulare zeppo di messaggi non inviati, con gli occhi pieni di segreti, con le labbra gonfie di frasi mia pronunciate e la pelle segnata da cicatrici che raccontano storie, paure e difficoltà affrontate.
Era una di quelle ragazze che preferiscono trascorrere il venerdì pomeriggio in libreria al posto che andare in spiaggia, che scelgono di restare a casa per guardare serie TV fino all'alba al posto che sballarsi in discoteca fino al vomito.
Un giorno, c'era una ragazza.
Era una di quelle ragazze che quando si presentano non ricordi mai il loro nome, che quando le incontri e poi qualcuno ti chiede di loro, non ricordi mai il colore che gli riempie gli occhi, o quello dei loro capelli, che non ricordi mai il tono della loro voce o se hanno una spruzzata di lentiggini sul naso, perché semplicemente non le guardi, ma le vedi.
Era una di quelle ragazze coi jeans strappati quanto i loro polsi, con le scarpe scolorite e rovinate per i troppi passi, con ciò che resta del loro cuore seppellito sotto maglioni.
Una di quelle ragazze che preferiscono ascoltare piuttosto che parlare, che preferiscono i colori scuri di Tumblr a quelli sgargianti di Instagram, che prendono tre in matematica e nove nei temi.
Era una di quelle ragazze che non noti per la strada, perché hanno imparato a farsi piccole e silenziose, perché sanno diventare trasparenti.
Una di quelle ragazze che guardano fuori dal finestrino, che ascoltano la musica ad un volume esagerato, che quando devono scrivere hanno tante cose da dire ma quando devono parlare le parole gli restano incastrate in gola.
Un giorno, c'era una ragazza.
Una di quelle ragazze che sale sempre per ultima sul bus, che arriva sempre in ritardo a lezione, che si addormentano alle quattro del mattino perché i loro pensieri sono troppo forti, troppo stretti al loro animo per lasciarle sprofondare nel sonno.
Un giorno c'era una ragazza, che tu sicuramente non avrai notato.
Un giorno, c'era una ragazza che guardava con odio il suo riflesso, che mangiava poco, che piangeva spesso, che restava sola sempre.
Oggi, quella stessa ragazza, proprio quella fatta di lunghi silenzi, di tasche piene di conchiglie, di diari pieni di scritte, di pareti piene di foto e di polsi strappati, proprio quella che camminava a testa bassa, che guardava le stelle al posto che le notifiche sul cellulare, che rileggeva le vecchie conversazioni finché non sentiva qualcosa dentro lei spezzarsi, che portava le felpe anche a maggio, sorride.
Oggi, proprio quella ragazza, proprio quella stessa ragazza, sorride.
Oggi, quella ragazza, non teme più i lunghi silenzi perché ha imparato ad ascoltarli, non la spaventa più il buio perché ha scoperto che dentro lei c'è tanta luce, non si nasconde più perché desidera vivere.
Oggi, quella ragazza, proprio quella stessa ragazza, ha le mani calde, perché ha trovato qualcuno che gliele stringe, scaldandogliele, che gliele bacia e non gliele lascia.
Oggi, proprio quella ragazza li, fatta di scarabocchi e ansie, fatta di problemi e “non abbastanza”, ha trovato persone che la fanno sentire giusta, capita e compresa.
Oggi quella ragazza, proprio quella, indossa t-shirt e canottiere, incurante di ciò che gli altri pensano quando vedono le sue profonde cicatrici, perché ha compreso che i pregiudizi sono solo parole d'aria; pesano zero.
Oggi, quella stessa ragazza, non increspa la fronte in rughe quando vede il suo riflesso, perché lentamente ha incominciato a volersi bene, ad abbracciarsi e a sentirsi piena anche in una stanza vuota.
Oggi, quella ragazza, proprio quella ragazza li, fatta di incomprensioni, fatta di finestre aperte per far uscire le voci che sentiva nella sua testa, ha scritto un post su internet.
Oggi, lei ha scritto: le persone sono come semi; per crescere devono distruggersi.
Un seme, solo distruggendosi può trasformarsi in radici, e sbocciare in un bellissimo fiore.
Allo stesso modo, le persone.
Oggi, quella ragazza, é un fiore bellissimo; profuma di felicità.
-Alessia Alpi, scritta da me.
(-Volevoimparareavolare on Tumblr)
A-D-O-R-O 💖
devo proprio togliermi il vizio di rimanerci male
“Ci sono persone che sono legate da un elastico e non lo sanno. Ad un certo punto prendono e partono, ognuna per la sua strada, ognuna per fatti suoi, e l'elastico le lascia fare, le asseconda, al punto che di quell'elastico alla fine quasi ci si dimentica. Poi però, arriva il momento estremo, quello al limite dello strappo, e l'elastico reagisce, non si spezza, anzi, piuttosto, con un colpo solo, violentissimo, le fa ritrovare di nuovo faccia a faccia.”
— Simona Sparaco (via anormalguywithabnormalmind)
Charles Bukowsky, Storie di ordinaria follia.
(Foto mia)