For once, I'd like to be the poem, not the poet.
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@neverlanderlust
For once, I'd like to be the poem, not the poet.
No temo a la soledad. Ella es mi amante fiel, mi bosque sin muros, mi silencio que me abraza. Lo que temo es a la muchedumbre sin alma, al barullo de rostros sin mirada, al desfile de cuerpos que cruzan sin detenerse a sentir.
Borrador 02/05/25
La Mujer del Dragón
It's cold.
Even worse, it's windy and I hate it.
I check the clock. 11:57 p.m.
In three minutes it will just be too late.
The dim light brings me back.
No cake, just a tiny and defenitely too dry waffle.
I feel my breath freezing entering through my nose and then just disappear inside the huge void of my empty human envelop.
Presents stay there, destroyed, looking at me and not recognizing me, because they look like they belong to another life.
Nothing feels mine.
I'm the main character of this short movie, but I ain't no lead in this scene.
I struggle trying to understand who I should be thankful to in the credits.
Those who are not here, or those who are but not with me?
Thinking of all those people who wish to be invisible as a superpower. Lucky me, I got that.
Would they hear me if I screamed?
Would they see me if I got naked?
Would they at least see the flame shaking on the candles before me?
12:00 p.m.
I blow those tiny fires even though it's worthless.
I miss one.
It hits me: there I am.
A tiny fire on this dry land surrounded by a bunch of turned off souls that will utterly multiply thought the years.
Either I'll blow out, either my own fire will consume me.
I guess either one is fine.
Because I'm kind od waiting for something or someone to save me, even though I'm aware that nothing is coming.
So, whichever comes first, will at least take me away from this quote that constatly haunts my mind, pierces my heart and crashes my soul.
You're unwanted, you don't belong, you never will.
Io che ti urlo i miei sentimenti
E tu che mentre mi senti, menti.
Che mi si potesse amare come l'aria
Naturale, piacevole, necessaria.
Che mi si potesse amare come il mare,
Bellissimo, infinito, impossibile da fermare.
Che mi si potesse amare come acqua
Rigenerante, leggera, insensatamente buona.
Che mi si potesse amare come neve,
Fragile, scintillante, così intensa al tatto da sentirla nelle vene.
Che mi si potesse amare come un puzzle,
Complicato, ma solvibile, che tutto si incastra in qualche modo alla fine.
Che mi si potesse amare come casa,
Con quel senso di adeguatezza a benessere che trovi solo lì e che disturba se invasa.
Che mi si potesse amare come figlia,
Incondizionatamente, che nulla cambi ovunque piglia.
Che mi si potesse amare come umana,
Corpo e anima, grasso e pelle, imperfezioni e bellezze, interamente, malata o sana.
Che mi si potesse amare come una canzone,
Che ti entra in testa e nel cuore, ti attraversa come un arpone.
Che mi di potesse amare come si deve.
Che mi di potesse amare.
Ti ho superato. Non senza difficoltà.
Ti ho superato come si supera il primo giorno di scuola; con ansia, paura ed infine un immenso sollievo che dura solo fino al giorno seguente.
Ti ho superato come gli ostacoli in una corsa; con impulso, ferocia, competitività e facendo il salto più lungo della gamba.
Ti ho superato come le auto in corsa in autostrada; un infinito istante al tuo fianco, senza capire se sarei riuscita ad oltrepassarti, se avresti rallentato.
Ti ho superato come si superano le malattie; senza respiro, circondata da fazzoletti usati, senza forze, nella solitudine delle mie lenzuola.
Ti ho superato una volta per tutte e non mi sono neanche resa conta di esserci riuscita.
E forse è meglio cosí. Perché ogni volta che oso pensarti, torni a tormentarmi, come un virus che cambia la sua essenza e risveglia vecchi dolori.
E in quei momenti, mi rendo conto di averti superato come si superano le emozioni; mai spente, mai del tutto.
Strano sentimento il dolore.
Appena lo incontri, prende la forma di affilati aghi.
Ti trafigge senza permesso, senza pietà.
Ti sorprende e ti annienta come il sole scioglie la neve.
Con facilità e naturalezza.
Chissà perché, durante quei primi istanti, ci pieghiamo tutti al suo volere.
Senza eccezione.
Poi, c'è chi si rialza e con fierezza gonfia il petto contro gli aghi, per respingerli.
C'è chi rialza il proprio corpo, ma mai la testa.
E c'è anche chi non si rialza più. Ma questi non hanno perso. Hanno solo bisogno di più tempo forse.
Ma purtroppo non sappiamo più aspettare.
Ed è solo il tempo a trasformare gli aghi in piccoli pezzi di pietra e sabbia, che si incastonano tra le nostre vertebre, i nostri muscoli, la nostra mente.
Si accumulano soprattutto nel petto; per questo quando ricordi un momento doloroso, è lì che fa più male.
E poi, è questo che diventa il dolore : un ricordo.
Ma chissà come riesce a fare male come il primo incontro.
Infatti, non credo nelle parole "ormai l'ho superata, non mi fa piú male".
Credo che chi voglia fare credere questo stia semplicemente mentendo.
Un bugia bianca, certo, a fin di bene per sé stessi.
Ma la pietra è la sabbia stanno sempre lì.
Quando ricordo te, posso perfino sentire il sapore che avevano le mie lacrime in giardino, guardando le nuvole e i campi, mente tu non c'eri e io ti aspettavo.
E quando ho smesso di aspettare te, ho cominciato ad aspettare che mi passassi, che ti dimenticassi, che sparissi portando via tutti gli aghi.
Inevitabilmente, anche loro sono diventati pietra e sabbia.
Neanche io ho saputo aspettare, ma l'ho fatto lo stesso.
E ora non mi fai più male.
È stata una pausa a cambiare tutto.
Una semplice, corta pausa tra la fretta moderna che non ammette noia. Io costante precipitarsi da un'azione all'altra, senza voglia di attendere, l'esigenza dell'immediatezza nelle risposte.
Seduta al volante dell'auto, sotto un tenue sole primaverile stranamente troppo caldo; troppo vestita, con le cartacce della colazione ancora sul sedile passeggero, ecco la rivelazione.
Un pensiero prorompente, inarrestabile, la furia dell'io che implora da tempo di scatenarsi, le lacrime senza sapere il perché.
Un fluire senza fine di parole non dette e che probabilmente mai lo saranno. Perché a che scopo essere autentici, aperti in questo mondo, se non quello di farsi annientare?
Immaginava la scena di sé stessa, finalmente e per una volta davvero protagonista, mentre tutti i fantasmi della sua vita, anche quella passata e futura, restavano lí, immobili e meravigliati a sopportare l'improvviso es insopportabile peso della sua verità celata.
"Non sono affatto forte. Me ne sono fatta un vanto per tutti questi anni, mi sono nascosta e protetta dietro a questo carattere spumeggiante, violento ed irriverente. Ma la verità è che sono arrivata qui spezzata. Lo sono sempre stata e non sono migliorata, ho solo imparato a nasconderlo meglio. Perché il vostro amore ha delle condizioni? E perché il mio no? Io vorrei solo essere presa tra le braccia, essere coccolata, sentire di aver trovato il mio posto. Sono importante, ne sono consapevole lo penso, ma fingo di esserne assolutamente convinta. Vorrei perenni conferme di essere nel giusto, di essere meritevole di amore, di avere già amore. E invece sono sola, pur sapendo di non esserlo, pur essendo circondata di persone per cui venderei i mei organi de potessi. Sento che non ho un posto sicuro. L'unica certezza è la paura, perché sono continuamente terrorizzata da tutto: l'idea di fallire, l'idea di vivere, l'idea di morire. Vorrei solo poter gridare e non essere vista come una pazza. Tenetemi con voi se mi farete del bene, se mi amerete. Ma se non sarò speciale per voi, allora lasciatemi andare e assistete anonimamente alla mia rovina. Guardatemi pure mentre mi sgretolo, ma per l'amor del cielo, se darete altri colpi di scalpello, lasciatemelo fare da sola ed in pace".
El mar que nos separa dejó de ser salado.
El mar entre nosotros ya no tiene olas, ni espuma.
Y ya nada de esto nos abruma, pues ya ni siquiera es la mar.
Qué ironía.
Que ninguno de nosotros se atreva a saltar, ahora que tan solo queda un charco menguado.
Dolce, ma ostinata.
Una lotta eterna tra ribellarsi e voler essere amata.
Intravedo il disastro, si preannuncia da tempo.
Tra i pensieri innocui e ricorrenti, sorgono grida soffocate di consapevolezze.
Vorrei tenermi stretto il mio orgoglio, la mia furia, la rivoluzione, l'armatura.
Vorrei sbilanciarmi, saltare, aprire la testa ed il petto, farmi male, rialzarmi e tornare.
Vorrei essere un ricordo, uno bello, intenso, uno a cui voler pensare, che riempia di calore.
Vorrei cadere nell'oblio, essere invisibile, sola, dispersa dagli altri, ma non per me stessa.
Una scelta non prende mai due direzioni; lo so così bene, ma non ho ancora imparato a spegnere le illusioni.
Quindi ci riprovo a camminare in parallelo.
Tanto, male che vada, imboccheró tutt'altra strada. E non tornerò mai più com'ero.
Delle prigioni che ho abitato,
Di tutte possedevo la chiave.
Per una volta, non riesco a trovare le parole.
Un oceano si dimena nella mia testa, scioglie le parole, i pensieri, li rende schiuma.
Per una volta, ho messo a tacere il cuore.
Sento orgoglio. Per cinque minuti. Brevi, fugaci, quasi inesistenti.
Poi comincio a chiedermi che cosa sono diventata, come mi sono permessa di non sentire, di non essere autentica, coraggiosa, senza paura.
Evitare di soffrire, sentirmi superiore, piú intelligente, migliore, inattaccabile.
Ora che ci provo mi sembra terribile. Mi fa sentire vuota, sbagliata, sporca.
Non mi sono mai sentita tanto sola. O forse sí, quando davo tutta me stessa e non serviva a niente.
L'ordine dei fattori non altera il prodotto. E allora come accidenti la risolvo questa dannata equazione?
Come la trovi la felicità quando ogni singola volta in cui scegli te stessa senti di sbagliare?
Cosa vuol dire davvero sentirsi abbastanza?
Sono stanca, esausta. Penso troppo e non è mai abbastanza.
Ne faccio troppo o troppo poco.
Mi sforzo, conosco la teoria, cerco di metterla in pratica e mi anniento.
Poi anniento i miei scopi. E rimango sola, di nuovo sola, sempre sola, annoiata, pensado e osservando il vuoto cosmico intorno a me.
Le parole vuote, i sorrisi forzati, gli abbracci freddi.
L'inevitabile sensazione di perdere tempo, di sbagliare tutto.
Non vivere rifiutandoti di morire.
Uno spreco di ossigeno, di carne e di cuore.
Desiderare, sognare, senza avere un pizzico di coraggio.
Un vulcano in eruzione interno che non riesce mai davvero ad eruttare.
Una tempesta d'acqua e vento impetuoso racchiusa in una palla di neve.
Fragile come vetro, ma nessuna crepa.
Aspettare un segnale, una risposta, un cambiamento.
L'inconsapevolezza su come fare da sè.
È questa la mia vita.
Meravigliosa, fortunata; distrutta ed insensata.
Me siento más arropada desde que no estás.
Es innatural, pero es tan real como aquello que temes más.
Me alejé porque me dejaste, me mentiste, me insultaste.
Entre tanto hombre que no estuvo a la altura, tú osaste poner en duda mi cordura.
Me repudiaste y renegaste por todo lo alto, invocándome en la intimidad de tu cuarto.
Fotos de tus trofeos de placer carnal con poesías alardeando de saber cómo amar.
Yo cual peor monstruo de la historia, un nombre más en tu larga lista de humana escoria.
Todavía mientes perjurando cuanto te arrepientes, con cada frase construida para manipular mi mente.
Cada disculpa en el aire que nunca apalabras, esperando que vuelva a callarme mientras te halabas.
Tu salud mental es tu religión y para la mia careces de toda condición.
Me llamaste poca mujer por llevar tu misma lucha, víctima de un niño que solo sus caprichos escucha.
Ahora pides que no deje que me pisen como tú lo hiciste, aunque la noche en que me fui fue cuando te moriste.
El ruido de tus sabanas no preanuancia una muerte, la falta de lágrimas te delata mientras me deseas suerte.
Me apagabas despacio, sin que me diera cuenta, a toda súplica reacio.
Te aseguro, no me pisarán como tú lo hiciste, porque ningun amor digno de ese nombre quisiera hacerme triste.
Billie Eilish decía: "Espero que algún día saldré de esta, aunque tarde toda la noche o mil años". Yo también lo espero, pero ¿Qué haces cuando llevas ya mucho más de una noche y no estás dispuesta a esperar mil años?
Vorrei potessi vedere chi sono quando non ci sei.
Neverlunderlast
Mai più.
È un’espressione bizzarra, piena di signifcato, cosí tanto pronunciato e così poco messa in pratica.
È successo anche a me, quando ti dissi che mai più avrei sofferto sotto il tuo tocco.
E invece, adesso, sei come carta ruvida nelle mie vene.
Quali sono i segnali che conducono a pronunciare un mai più? Quanti sono?
Perchè se c’è qualcosa che so per certo, è che non voglio essere in ritardo.
E se c’è qualcosa che mi terrorizza, è che non voglio sprecarlo.
La parte peggiore è che, in realtà,una volta l’ho già pronunciato.
Una volta, l’ho già vissuto.
Questa volta, ancora succede.
Mai più amerò come amo te.
La vera perdita.
Uno stato d’animo, una sensazione e poi una consapevolezza.
Lo scontro piú violento tra il passato ed il presente, la realtá e l’astratto mondo della psiche.
Un vuoto dove prima bruciava un calore che non sapevi di avere.
E ad ogni perdita hai sempre più freddo e sempre meno vita.
È la forma più naturale della pazzia.
Vedi cose che ormai non ci sono più. Persone.
Vivi nel passato, vaneggi su com’era quando ormai non é.
Ti appropri di cose non tue, un crimine che sembra giustificato, ma chi potrebbe contraddirlo.
É buffo come esista e si meta in pratica l’obbligo del’andare avanti, come se niente fosse.
Niente pause, niente pianti, niente pensieri.
Solo un letto, o una cuccia vuoti, che non saranno più un problema una volta nel cassonetto.
Come se la discarica potesse bruciare anche ogni parte della tua vita di cui ora rimane un vuoto.
É buffo ritrovarsi a non voler pensare a qualcuno che hai amato.
É buffo sapere che mai piú sorriderai al suo ricordo.