Una volta mi accorsi che molto spesso crediamo di essere importanti per qualcuno, quando in realtà noi non siamo che parentesi, siamo una sigaretta fumata per ingannare il tempo. Ecco, io ero la sigaretta di ogni singola persona che avevo incontrato nella mia vita. Se guardavi il mio profilo instagram, come in ogni profilo instagram, sembrava esserci solo spensieratezza e felicità nella mia vita. Su instagram sembriamo aver tutto. Eppure, perché nessuno si accorgeva della mia assenza al sabato sera? Quando tutti erano a divertirsi, ed io mi rivolgevo alle mie coperte per difendermi dalle mie paure, dalle mie insicurezze, con le cuffie nelle orecchie o, molto più spesso, con il telefono davanti gli occhi per spiare chi mi aveva abbandonato in un angolo, da solo. È questa forse la teoria della solitudine? Vale solo per me?
I miei genitori mi hanno sempre detto di lasciare stare le persone che ti trattano come le sigarette, di lasciar stare chi non ti chiama quando non ti sente per più di un giorno. Esagerati ho sempre pensato io. Ma forse ero esagerato io a credere che non avessero ragione, forse ero esagerato io a credere che l'amicizia sia solo un tasto su facebook.
Prima delle serate, delle sigarette, delle canne, delle birre, della patente, del freddo, prima di tutto ciò io uscivo poco, pochissimo. I miei amici del tempo venivano a bussare dietro camera mia, sussurravano un tutto bene oggi? e aspettavano che uscissi dalle mia stanza con il supersantos in mano, anche se non sapevo giocare a calcio nè mai ho imparato. Mi bastava fare il portiere perché nessun altro voleva farlo. Forse quello fu l'inizio dei miei problemi. L'accontentarmi di essere qualcosa che gli altri non volevano essere, solo per essere qualcosa in mezzo ad altre cose.
Ci fu un periodo in cui addirittura abbandonai la scrittura e mi misi in testa che dovevo imparare a giocare a calcio, a correre, a diventare come gli altri. E l'ho fatto. Ho iniziato a protestare quando mi mettevano in porta, ho iniziato la collezione di figurine panini, ho stracciato via tutti i miei quaderni per fare spazio a finti attrezzi da lavoro per costruire i carrozzoni. E loro restavano, non mi lasciavano.
Poi una sera mi ritrovai in piazza, con mio cugino. Quattro bambini che cantavano Non ti scordar di me su un palco ed un signore che vendeva zucchero filato. Non ti scordare di me, non ti scordare di me. Ed io mi ero scordato di me, di quello che ero, di quello che scrivevo, dei consigli di mamma e papà, del fare il portiere. Zucchero filato: quell'alimento che nella crescita di un bambino maschio, ad un certo punto, viene bandito perché troppo da femminuccia. E con i cinquanta centesimi ci si compravano i petardi per far spaventare i vecchi che ci bestemmiavano dietro. Lì i problemi sono esplosi. Volevo lo zucchero filato, non volevo i petardi. Non volevo nemmeno più fare il portiere. Volevo scrivere, non volevo le figurine panini. E così sono andati via mio cugino, Miccoli sopra l'album delle figurine, il supersantos, i finti attrezzi da lavoro, i quattro bambini sul palco, tutti gli amici. Mi avvolsi di nuovo nelle coperte e ci restai il più a lungo possibile.
Anni dopo, dopo le pernacchie, gli insulti, le prese in giro, i bulli, i calci, i pugni, gli schiaffi, le urla di mio padre, i pianti isterici, l'ansia, la paura di non essere abbastanza, qualcuno tornò a bussare alla mia porta. Era grassottello, con una frangetta accennata ed un sorriso beffardo. Capii che non ci saremmo lasciati tanto facilmente e divenne il mio migliore amico, il mio compare. E allora uscii dalla mia stanza, questa volta senza supersantos sotto il braccio. Ma avevo ancora paura di finire nelle coperte e allora iniziai a comportarmi con un attaccante, come uno che da piccolo odiava lo zucchero filato, solo perché lui era come gli altri. Erano anni di pernacchie, di insulti, di prese in giro, di bulli, di calci, di pugni, di schiaffi, di urla di mio padre, di pianti isterici, d'ansia, di paura di non essere abbastanza, ma stavolta c'era qualcuno che mi chiamava se non mi sentiva per più di un giorno, c'era qualcuno con cui sorridere, con cui leccarsi le ferite. Avevo trovato un amico, il mio primo vero amico. Forse ce ne erano stati un paio prima o nel frattempo, ma non ero stato bravo abbastanza da farli restare con me. Forse loro, oltre ad odiare lo zucchero filato, odiavano anche le coperte nelle quali mi avvolgevo ed avevano paura a bussare alla mia stanza.