Occhio Critico in questi pochi mesi è stato più che altro un occhio curioso, limitandosi a segnalare eventi in Asti e dintorni legati alla fotografia e all'arte, una sorta di bloc-notes o agenda ad uso e consumo personale e di qualche amico.
Senza abbandonare del tutto questa impostazione, avverto però una crescente esigenza a manifestare più apertamente lo spirito critico e tentare una partecipazione più attiva alla vita culturale astigiana, anche a costo di forzare la mia indole, che, mossa in egual misura dal pudore e dal rispetto per gli interlocutori, sarebbe invece più propensa all'ascolto che non alla parola.
Ecco, quindi, che oggi vorrei esporre qualche nota a margine della presentazione di un “film fotografico” avvenuta presso la Biblioteca Astense di Asti... l'intento non è di parlare della proiezione in sé né, tanto meno, giudicare il lavoro delle giovani partecipanti che hanno svolto con entusiasmo gli esercizi loro proposti, quello che invece mi interessa è replicare brevemente ad alcune affermazioni udite nel corso della serata.
Per cominciare... la premessa che “la fotografia è un'arte da sempre maschile", purtroppo ribadita da più voci, "per un'innata riluttanza delle donne all'utilizzo delle macchine”.
Evidentemente la motivazione addotta è talmente anacronistica da rendere probabilmente superflua ogni replica... non volendo portare il discorso su temi non oggetto di questo blog, rammenterò soltanto che già Karen Horney, discepola di Freud, nel 1923 iniziò a confutare la sentenza del maestro secondo cui “L'anatomia è destino”, argomentando che è la cultura e non la biologia ad incidere in modo determinante e primario sulla personalità.
Ritengo invece più opportuno soffermarmi sulla prima parte e chiarire, a quanti non conoscono la storia della fotografia, che proprio la fotografia costituisce un'arte nella quale le donne sono state protagoniste attive sin dagli albori e nella quale da sempre hanno raggiunto livelli di qualità e notorietà non inferiori a quelli dei colleghi maschi, aiutate probabilmente anche dal fatto che la fotografia stessa è un'arte più giovane rispetto ad altre e, di conseguenza, vi hanno trovato più apertura ed accettazione.
La presenza femminile nella fotografia risale, infatti, già all'Ottocento, epoca nella quale si distinsero, ad esempio, CLEMENTINA LADY HAWARDEN e, soprattutto, JULIA MARGARET CAMERON (una sua opera ispirò a Lewis Carroll la protagonista di “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie”, e penso che quasi tutti conosceranno il suo ritratto di Virginia Wolf o quello di Charles Darwin); in particolare, i ritratti della Cameron, caratterizzati da contorni sfumati e dettagli incerti, hanno precorso quello che poi sarebbe diventato lo stile pittorialista (nella pagina di wikipedia, alcune informazioni su di lei ed una galleria di immagini).
Quanto al Novecento, l'elenco delle grandi fotografe diventa sterminato... tra queste, DOROTHEA LANGE, le cui immagini documentarie sulla Grande Depressione degli anni Trenta dovrebbero essere a tutti note, oppure la francese GISELE FREUND, una delle prime ad utilizzare il colore nei suoi ritratti fotografici, e poi ancora LOTTE JACOBI, BERENICE ABBOTT, DORA MAAR, MARGARET BOURKE-WHITE, LISETTE MODEL, GERDA TARO, l'italiana TINA MODOTTI, DIANE ARBUS... ed ancora, avvicinandoci ai giorni nostri, FRANCESCA WOODMAN, SARAH MOON, ANNIE LEIBOVITZ, BETTINA RHEIMS, CRISTINA GARCIA RODERO, ALEXANDRA BOULAT, CINDY SHERMAN, VANESSA BEECROFT...
E che dire di HILLA BECHER? La Becher, insieme al marito Bernd, si riappropriò dei concetti della NEUE SACHLICHKEIT (Nuova Oggettività) e diede vita alla cosiddetta SCUOLA DI DUSSELDORF, movimento tedesco tuttora in auge (e che ottiene i più alti riscontri nel mercato dell'arte), tra i cui seguaci contemporanei si distingue un'altra grande fotografa, CANDIDA HöFER...
Non si tratta di casi isolati ed i nomi degni di nota sarebbero ancora tanti dal momento che nel corso di questi due secoli le donne hanno analizzato e ritratto i temi più disparati, dalla realtà sociale, all'identità personale, alla moda, al territorio... ogni volta con grande maestria tecnica e con uno sguardo che non so quanto possa dirsi femminile ma sicuramente rivela grande personalità e talento.
In conclusione, un'altra piccola nota in merito all'accostamento che è stato fatto tra LUIGI GHIRRI e Dante Alighieri: Ghirri, è stato indubbiamente un grande fotografo italiano, le cui opere sono onnipresenti in esposizioni, fiere d'arte e collezioni museali (cito ad esempio la mostra dedicatagli nei mesi scorsi dal Castello di Rivoli, ma ricordo anche, per restare in territorio astigiano, che alcune sue fotografie sono esposte nella mostra attualmente in corso presso la Fondazione Giov-Anna Piras, “Sguardi sull'Italia”, già segnalata da Occhio Critico in un precedente post) … ma il presentare Ghirri come il Dante Alighieri della nostra fotografia, oltre al dubbio gusto nell'uso dell'iperbole, non rende certo giustizia ai grandi maestri della fotografia italiana, non inferiori a Ghirri sia per qualità tecnico-espressive che per profondità di analisi e pensiero.