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Sibelius
Agli inizi della sua carriera, quando ancora nutriva la speranza di poter diventare un virtuoso del violino, il compositore Jean Sibelius scrisse: “Non so per quante volte ho pensato di lasciar perdere la musica definitivamente per diventare un idiota, un ruolo per il quale ho sempre avuto la più grande inclinazione. Ma il problema era semplicemente che io dovevo scrivere musica.” Ciò che nacque come un irresistibile voglia di comporre, con il tempo divenne una ossessione a tempo pieno: cercare di scrivere in forma musicale ciò che è in definitiva e per sempre giusto. Il governo finlandese commissionò la V sinfonia a Sibelius in onore del suo 50° compleanno, giorno che fu dichiarato festa nazionale. Un eroe nazionale vivente in Finlandia, la sua musica racchiudeva tutto lo spirito del popolo. Sibelius risentiva del fatto di non essere annoverato tra gli “innovatori” della musica del ‘900. I contrasti della ricezione della sua musica, con i suoi estremi ed oscillazioni tra splendore e stranezza, si allineavano alla sua personalità manico-depressiva. Un alternarsi tra il senso di grandiosità e l’autocommiserazione, talvolta alimentato dall’alcool. Come per la IV sinfonia prima di essa, per la V ci vollero sette anni e ben tre revisioni prima che Sibelius, nel 1919, poté ritenersi soddisfatto e di aver reso giustizia alle sue ispirazioni musicali. Cosa mai avrà costretto Sibelius a faticare così’ tanto per ben due volte prima di poter completare questi due lavori? “Trascorso la serata con la [quinta] sinfonia. La disposizione dei temi: con tutto il suo mistero e fascino, questa è ciò che conta. E’ come se Dio avesse gettato a terra pezzi di un mosaico da un piano celeste ed avesse chiesto a me di rimetterli insieme com’erano. Forse questa è una buona definizione di composizione. O forse no. Che ne so io?”
“Una sinfonia non è semplicemente una composizione nel senso stretto della parola,” scrive Sibelius nel 1910. “E’ più simile ad una ammissione di fede.” Tuttavia, come molti romantici prima di lui, Sibelius riceveva un piacere quasi perverso nell’arrendersi alla malinconia e nel trovare gioia nei momenti più bui. Per la V sinfonia, s’impose l’obbiettivo di portare in superficie la gioia inerente all’atto creativo.
Così Sibelius rifletteva sulla sua posizione come singolo uomo nell’intero universo, mentre cercava di comprendere l’indefinibile logica della natura. Nel comporre, egli tenta di imbrigliare la logica naturale che causa ad una cellula tematica di “crescere” in una sinfonia. Al posto di un metodico sviluppo di temi ben definiti, troviamo un’evoluzione graduale del materiale attraverso brevi ripetizioni. Potremmo chiamare questa una forma “rotazionale”: le idee principali dell’intero lavoro ricorrono sempre, tuttavia ogni volta che sono ripresentate vi troviamo piccole o grandi trasformazioni. I temi assumono la loro vera forma solo alla fine di questi cicli. Questo procedimento potrebbe sembrare di poco conto per noi ascoltatori odierni, ma all’epoca era considerabilmente innovativo. Non troviamo un teutonico eroismo sulla cresta di Beethoven o Wagner, la logica di Sibelius implica una logica materna, di gestazione e non una paterna.
Veniamo alla sinfonia vera e propria. All’inizio i corni ci presentano un tema soffice, lieve ma raggiante. Sibelius gravita intorno alla tonalità di Mi bemolle maggiore, ma la melodia è piuttosto mutevole e non sembra mai volersi stabilizzare definitivamente. Sibelius ci fa addentrare sempre più nella sua foresta e perdiamo di vista ogni segno di civiltà. Scende una profonda quiete, svanisce la luce ed avanzano le nebbie. Riusciremo a ritrovare la strada di casa? Molte volte nella musica di Sibelius l’esaltazione del sublime cede il passo alla paura incoerente e primordiale, la quale ha ben poco a che fare con il paesaggio esteriore quanto più con quello interiore: una sorta di “foresta della mente”. Scatta un procedimento di rotazione: il materiale melodico viene spezzato in vari frammenti e combinato nuovamente. Tuttavia, anche a tratti la musica pare fitta e infausta, essa ritiene sempre un certo calore umano. Durante la quarta iterazione avviene un cambiamento improvviso: la musica accelera per incrementi fino a che non si slancia definitamente in avanti. Infine, come in una dissolvenza cinematografica, il passo orchestrale in fase d’accelerazione transita direttamente nel prossimo movimento. Il secondo movimento della quinta è un episodio di calma e serenità e non mi perderò in ulteriori descrizioni, tuttavia a nostra insaputa sotto la superficie sta sorgendo un’importante idea musicale— un motivo ondeggiante fatto d’intervalli ascendenti e discendenti, che i corni raccoglieranno nel terzo ed ultimo movimento, trasformandolo in uno dei più celebri temi del compositore finlandese. Sibelius lo chiamava il suo “canto dei cigni”. Inizialmente lo trascrisse nel suo diario accanto alla descrizione di sedici cigni che volavano in formazione sopra la sua dimora ad Ainola:
“I cigni sono sempre nei miei pensieri e danno splendore alla mia vita. E’ strano dover apprendere che nulla al mondo m’influenza —nulla nell’arte, letteratura o musica —come questi cigni, le gru e le oche selvatiche. Le loro voci e il loro essere.”
Il canto dei cigni è puro spirito incarnato in forma animale. I corni introducono questo tema, sopra una raffica di archi tremolanti. Nonostante si sia appena introdotto alle nostre orecchie, per noi ascoltatori è come se questo tema fosse sempre stato suonato, nascosto sotto il mormorio incessante degli archi. Solo attraverso le dissonanze più strazianti la musica si libera definitivamente dal suo moto perpetuo ondeggiante, per poi spingersi verso una cadenza finale. Il canto dei cigni, ora sorretto dalle trombe, si sottopone a ulteriori trasformazioni e rinasce: i suoi intervalli si spalancano, s’infrangono per poi ricomporsi. La sinfonia si conclude in maniera spiazzante: blocchi di accordi discostati, attraverso i quali il tema principale viene proiettato verso il pubblico come un puro impulso di energia:
“Bevo dalla coppa della primavera nascente, così’ piena di aria, foschia e nebbia. Respiro il fumo della boscaglia bruciata, e il profumo del fortissimo mutato nell’aria. Ho raccolto un tema meraviglioso e ho navigato l’aria su forti venti, come un sedicenne che corre dalla sua amata. Oggi ho melodie come Dio. Gioendo e dilettandomi, tremando mentre l’animo canta […] Dieci minuti prima delle undici questa mattina ho visto sedici cigni. Una delle più grandi esperienze della mia vita. Mio dio, che splendore. Hanno volteggiato intorno a me a lungo. Sono spariti nella foschia del sole come un scintillante nastro argentato… Le loro grida assomigliano al timbro dei legni, come quelle delle gru, ma senza il tremolo [… ] un breve trattenersi che assomiglia al pianto di un piccolo bambino. Il misticismo della natura e l’agonia della vita.”
Tiziano de Felice
CARTESIO AL CINEMA
Questo mondo è reale? Tutto quello che vediamo, tocchiamo e ascoltiamo è così come lo percepiamo oppure è frutto di un sogno, di un inganno dei sensi, di un terribile incubo? Evidentemente quando ci capita di porci domande simili ci addentriamo nel terreno della ragione, terreno prediletto dai filosofi. Tra questi quello iconicamente più legato alle elucubrazioni inerenti la realtà e l’apparenza è Cartesio, noto alla vulgata per il suo “Cogito ergo sum”, penso dunque sono. Ad essere meno noto è però il pensiero all’origine della celebre massima, ovvero quello del “Genio maligno”. Cartesio infatti iniziò con l’ipotizzare l’esistenza di un essere onnipotente ed allo stesso tempo malvagio, impegnato con ogni risorsa ad ingannarci, facendoci vedere cose inesistenti e provare emozioni provenienti unicamente dalla sua volontà. Nel momento in cui il filosofo francese partorì l’idea di un simile mostro, si rese conto con sgomento che l’Universo intero poteva ridursi ad un suo artificio. Solo una fede cieca nella ragione ed il rifiuto di cedere al nichilismo permisero a Cartesio di rinvenire l’unico elemento in grado di sopravvivere al potere del genio: il pensiero. Può darsi che esso sia indotto, alterato o persino dominato da un genio malvagio che ci fa credere di avere un corpo in realtà inesistente, ma una volta preso forma, il pensiero diviene “res cogitans". Volendo concordare con Cartesio su questo elemento irriducibile, rimane ad ogni modo la sconcertante presenza del genio maligno, la quale da allora aleggia incombente sulle nostre vite come in un film dell’orrore. Entrando in tema di film noteremo appunto come una tematica così suggestiva non potesse sfuggire alle attenzioni del cinema. In primis è necessario introdurre la versione aggiornata del genio di Cartesio. A più di tre secoli di distanza, nel 1981 è Hilary Putnam a risollevare l’annosa questione, dando vita ad uno scienziato pazzo alle prese con un macabro esperimento. Lo scienziato strappa il cervello dal corpo di un uomo, lo immerge in un liquido adatto a mantenerlo in vita e lo connette ad un supercomputer che gli fornisce imput sensoriali necessari ad illudere il paziente di essere ancora dotato di un corpo nonché di esserne il padrone. Ebbene potremmo escludere di essere il paziente sottoposto all’esperimento? A questo punto i più cinefili tra i lettori staranno già pensando a “The matrix”. Nel film del 1999 gli esseri umani erano ridotti ad una condizione identica a quella descritta da Putnam, con le uniche differenze che nella vasca il cervello era ancora collegato al corpo e che fuori non c’era uno scienziato pazzo ma una macchina ribelle. Sicuramente “The matrix” è il film di maggior successo e diffusione tra quelli in cui il protagonista è alla ricerca della realtà, motivo per cui Keanu Reeves ed i fratelli Wachowski hanno ottenuto un meritato trionfo, tuttavia parlando delle infinite potenzialità sensoriali della materia cerebrale, merita di essere citato anche “Strange days”, uno dei film meno conosciuti di James Cameron. Il film vede protagonista uno strepitoso Ralph Fiennes, ex poliziotto espulso per demerito riciclatosi spacciatore di “wire-trips clips”, CD che inseriti in un lettore collegato al cervello permettono di rivivere esperienze passate proprie o altrui. Lo stesso pusher in questo caso è dipendente da tale genere di sostanze psichedeliche che gli permettono di rivivere i momenti felici passati con la propria ex e di evadere dal mondo reale. Per avere un’idea completa di quanto l’immagine del “Brain in a vat” sia stata mutuata dal cinema, rimangono ancora da analizzare due film, il primo del 1980, “Alterated states” e l'altro figlio del revival scettico degli anni ‘90, “Vanilla sky”. In “Alterated states” William Hurt è uno scenziato che si immerge in una vasca di deprivazione sensoriale in preda a funghi allucinogeni con lo scopo di entrare in contatto con la coscienza pura e non contaminata da percezioni esterne. Entusiasta in un primo momento dell'esperimento (o delle droghe), Hurt sospenderà poi l'attività quando si renderà conto di correre il rischio di autodistruggersi. Con “Vanilla sky” del 2001 invece, si compie la fusione tra il mistero onirico e la ricorrente stimolazione neuronale in quello che viene definito “sogno lucido indotto”. Tom Cruise è un miliardario che in seguito ad un incidente firma un contratto con la “Life Extension”, un'azienda che garantisce di far proseguire la vita dopo la morte innestando ricordi piacevoli (scelti precedentemente dal cliente) nel cervello del defunto conservato in criogenesi subito dopo la dipartita. Il problema sarà stabilire quando inizia il sogno e quando termina la veglia. Fin qui tutti i film ispirati alla vasca di Putnam sono accomunati da due elementi: una realtà apparente prodotta da una mente prigioniera ed un corpo immobilizzato a sua insaputa. Per eliminare anche questa parvenza di fisicità corporea (possibile retaggio del sum cartesiano), concludiamo il nostro percorso col dubitabondo Nick Bostrom. La provocazione lanciata dal filosofo svedese è un futuro in cui il progresso tecnologico permetterà ad un singolo computer di fungere da casa per milioni di menti simulate che in questo modo supereranno di gran lunga quelle biologiche. Lo scenario descritto è solo un futuro teorico, ma se invece fosse già presente e noi fossimo un software? Anche a questo dilemma il cinema ha dedicato un film per aiutarci a riflettere. Il film di cui parliamo è del 1999 e dal titolo “Il 13° piano”, luogo di un edificio in cui realtà virtuale e realtà materiale diverranno del tutto indistinguibili tranne per coloro che credono di dirigere i giochi…credono! Senza dubbio con quest'opera si raggiunge il grado massimo di astrazione materiale, riducendo il “sum” alla sola “res cogitans”. La nostra esistenza potrebbe ridursi infatti ad un insieme di numeri in sequenza binaria, del tutto priva di un corpo da soggiogare. In definitiva il povero Cartesio esce a pezzi dal confronto col cinema, citato solo per essere demolito e per nutrire con le proprie sconfitte quel genio maligno che tanto l'aveva preoccupato. Per i registi e gli sceneggiatori non ha molto senso confidare nel pensiero se anche un androide come Pris in “Blade Runner” può rivolgersi ad un uomo e dirgli:“Io penso Sebastian, pertanto sono”. Non resta così che salutarci con le parole pronunciate in un'intervista da Josef Rusnack, regista del “13° piano”: “I think therefore i am…I don’t bet on it!”.
Fulvio Carabellese
Teo Mammuccari e il gruppo 63
“ Parole parole parole, basta una parola sbagliata, basta inventare una parola, succede il caos ”. Se ieri sera non avessi visto sul sito delle Iene “ Interviste senza senso ” di Teo Mammuccari, avrei probabilmente ricondotto questa frase ad un passaggio de “ Manifesti del Surrealismo ” di André Breton. Caso vuole che ieri i miei fianchi non hanno retto a tutte le risate fattesi. Vi spiego perché. Mammuccari intervista personaggi dello spettacolo con domande senza senso, costituite prevalentemente da frasi interrotte, cianciche di ogni specie, suoni gutturali stirati al massimo, e apnee lessicali degne del plauso angelico di Tognazzi, in una parola sola: supercazzola. Portato l'intervistato ad un livello di consistente imbarazzo - egli, lui, il malcapitato -, chiederà più volte di ripetere la domanda, convinto di aver perso definitivamente l'udito. Tuttavia uno dei Vip spiccherà sugli altri per estro, versatilità e costanza, sorvolando le classifiche del bizzarro. Parliamo di Angelo Guglielmi, critico letterario, presidente dell'Istituto Luce e assessore alla Cultura del comune di Bologna. In questo caso lo ricorderemo per esser stato uno dei fondatori del Gruppo 63, celebre movimento letterario d'avanguardia, famoso per aver dato i natali allo sperimentalismo linguistico. In breve ruppero con la tradizione e inventarono nuove forme di versificazione: acrobazie verbali, fratture sintattiche, collage, salti da un paragrafo all'altro Sic! invenzioni di parole, inversioni di parole, flussi di parole interrotte nel finale, nel mentre, e prima ancora di averle messe su carta. Per alcuni progressisti, per altri illeggibili. Ma non importa. Importa che Guglielmi non senta le domande, ma risponda lo stesso. Sesto senso, estrema gentilezza, rincoglionimento? Di questo non ci è dato sapere. Fatto sta che nessun allievo ha superato nessun maestro, ed è bellissimo così. Mammuccari trae - inconsapevole -, dal testo originale, una trasmissione orale di rara chirurgia clownesca ed esatta seppur casuale coincidenza linguistica, usando le stesse armi di chi le ha fabbricate. L'intellettuale si fa beffa del comico stando alle sue regole, o il comico smaschera la grande beffa dell'intellettuale, non conoscendo le regole? Se non è avanguardia questa:
http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/238905/teo-mammuccari-interviste-senza-senso.html
Augusto Ficele
Serata in bianco a Lesbo
-Voglio dirti una cosa, ma mi trattiene il pudore…-
-Se tu avessi nel cuore cose nobili o buone e non s'impacciasse la lingua in qualche pensiero cattivo, vergogna non coprirebbe i tuoi occhi e parleresti onestamente.-
Questo che leggete è certamente il più clamoroso due di picche della storia della cultura occidentale; si tratta infatti di Alceo che ci prova con Saffo. I versi vengono dalla citazione che ne fa Aristotile nella Retorica; si è ancora in dubbio se davvero tra i due ci fu quel che questi versi ci fanno intuire, oppure l'episodio rimonta ad una tradizione romanzata che avvicina anche biograficamente i due maggiori poeti greci arcaici, senza che il contatto tra i due ci sia davvero stato.
Certamente, i due erano quasi coetanei e vivevano entrambi a Mitilene, polis principale dell'isola di Lesbo. Le somiglianze tra i due però finiscono qui. Cercando di capire chi sono questi due forse si potrà spiegare perché il tentativo di Alceo non ebbe successo.
Saffo trascorre il suo tempo nel tìaso, una sorta di collegio per ragazze nobili dove la poetessa svolge davvero la funzione di insegnante. Lì insegna alle giovani l'amore, la cosa più difficile che ci sia da spiegare. Può riuscirci però perché con l'amore Saffo ci vive, di giorno e di notte -In sogno ho parlato con te, / dea di Cipro, recita il frammento 64-. L'amore lo conosce tanto da essere la più cara tra le donne per la cipride dea dell'amore; Afrodite le esaudisce desideri, tanto Saffo le è cara:
E chi ancora devo convincere ad accettare il tuo amore? Saffo, chi ti fa torto?
Se ora fugge presto inseguirà e se respinge i tuoi doni poi ne offrirà e se non ti ama presto ti amerà pur se non vuole
Ma chi vive l'amore non ne vive solo le gioie, anzi dai frammenti che ci restano dell'opera della poetessa, sembra che Saffo sentisse maggiormente e più spesso i suoi morsi che i suoi baci. Delle sue allieve Saffo spesso si innamorava, con tutta la forza di cui è capace una sacerdotessa, con lo stesso amore di Teresa d'Avila per il suo amante divino. E questo amore spesso era sfortunato:
Mi pare simile ad un Dio
l'uomo che ti sta accanto
e ti ascolta mentre parli con lieve sussurro e ridi amabile: questo mi stringe il cuore nel petto.
Basta che ti getti uno sguardo e subito la voce mi manca la lingua si spezza, subito un fuoco sottile mi scivola sotto la pelle,
lo sguardo s'offusca, rombano le orecchie, un freddo sudore mi cola, tutta mi scuote un tremito, e più verde dell'erba divento
e poco manca che muoia.
Ma bisogna che tutto sopporti.
Spesso poi le giovani sono costrette a lasciare il tìaso, e la poetessa che le ama, per andare in sposa a qualche gaudente di buona famiglia delle isole vicine o del continente:
Vorrei davvero essere morta. Lei mi lasciava piangendo,
e molte cose mi disse e poi questo: “Ah, come terribilmente soffriamo, Saffo, io contro mia voglia ti lascio!” E io le risposi:
“Addio, e serba memoria di me, tu sai quanto ti amavo.
E se non sai, io voglio che tu rammenti… … le belle cose che facemmo insieme: molte ghirlande di viole, e di rose e di croco … ti ponevi sul capo al mio fianco e molte corone intrecciate di fiori cingevi attorno al tenero collo
e ti ungevi d'unguento odoroso e di profumo regale sopra un soffice letto
il desiderio…“
La vita di Saffo scorre in arcana e sottile bellezza, tra fiori, boschetti, danze, bei tessuti, scarpine ricamate, “lavoro bello di Lidia”, nella dolcezza della compagnia degli anni più belli delle giovani (come non essere omosessuali, se si è donne, o sardanapaleschi se si è uomini in circostanze come quelle), ma proprio nel tepore di questo amore familiare e purissimo, claustrale, punge il freddo gelido dell'abbandono, suo necessario corollario. Quanto è grande il coraggio con cui Saffo affronta tutto ciò; affronta di petto l'amor che muove il Sole e l'altre stelle, ma molto di più perché, quando si è innamorati, che le stelle si muovano o stiano ferme o caschino giù importa davvero poco. Non solo Saffo ha la forza di vivere e rivivere le gioie e i dolori dell'amore, tanto da essere la protetta, nel bene e nel male, di Afrodite; Saffo trova pure la capacità di insegnare tutto questo alle sue figlie e sorelle, le sue allieve e amanti. L'amore è forza ineluttabile, si può fuggirla o immergersi completamente dentro essa, mezze misure non possono esistere per una donna come Saffo.
Alceo è il suo opposto: se Saffo vive nella delicata malinconia del tìaso, Alceo gode del militaresco vigore dell'eteria, il gruppo di aristocratici che si riunisce alla sera per il simposio. Fuor di mitologia (platonica), nei simposi non si discuteva dottamente della profondità di eros, nei simposi si elaborava e conservava la cultura aristocratica. E di cosa era fatta la cultura aristocratica, tutta maschile ovviamente? Innanzitutto di politica. La massima parte della produzione di Alceo è legata alla politica della sua isola in cui è attivamente coinvolto, come tutti i nobili maschi adulti.
In questa attività però Alceo mostra un elemento che non doveva essere così comune tra i suoi compagni: lui vive la politica innanzitutto come fatto proprio privato. Il bersaglio politico dei suoi attacchi in versi, quel Pittaco che fu tra i Sette Sapienti, è attaccato non certo per le sue idee di amministrazione della polis (quanto potevano essere dissimili del resto le opinioni politiche di Alceo e di Pittaco, due coetanei della stessa classe sociale che erano stati già cari amici e compagni d'arme?), ma più semplicemente perché ora è lui il governante di Lesbo e non Alceo. Sempre la personalità del poeta prevale persino sui riti e sui simboli di quella aristocrazia di cui il poeta si sente orgogliosamente parte. Non scordiamo che fu Alceo che osò scherzare su se stesso, quasi autocompiacendosi, quando fuggì dal campo di battaglia lasciando in terra lo scudo, massimo motivo di vergogna. L'etica guerriera arcaica impone il coraggio in battaglia, ma Alceo, pur rivendicando il suo ruolo di aristocratico guerriero, rivendica pure il fatto che per lui conta innanzitutto la sua vita, che non è disposto a perdere in nome di quell'etica guerriera. Ma non lo rivendica chiaramente; lo pone tra le righe mentre ambiguamente ironizza sulla propria condotta bellica. Omero lo avrebbe detto subito codardo.
In Alceo sento sempre presente una distanza, tutta nuova nella poesia greca, tra sé e ciò che lo circonda: tra sé e la classe sociale a cui pure appartiene, tra sé e la propria città, a cui è legatissimo, ma di cui dice male solo perché non gli ha giurato fedeltà, in generale tra sé e la profonda e bruciante realtà degli eventi, tenuta lontano con l'oblio da trovarsi nel vino di Dioniso. Alceo è persino colui che inventa la figura dell'allegoria (la nave nella tempesta come immagine della polis turbata degli scontri tra le fazioni), e per concepire l'allegoria mi sembra sia necessario pensare la poesia consapevolmente come portatrice di significati diversi rispetto alla parola: il sistema dei significati è sdoppiato, si dice una cosa ma se ne significa un'altra; poco meno, o poco più di una bugia. Alceo è il primo poeta che dimostra la scissione propria dell'io nell'età moderna. Molto moderno, molto poco greco.
Bene, poteva forse Saffo, quella Saffo che abbiamo visto affrontare con la piena coerenza del coraggio ciò che di più spaventoso c'è al mondo, cadere infine nelle braccia di chi in effetti non sa stringere niente fino alla fine tra le braccia, nemmeno il proprio scudo? Siamo in età arcaica, nell'età tragica dei Greci (anche se i primi segni di decadenza di quella grande civiltà già si fanno annunciare, come nessuno meglio di Nietzsche ci spiega) e quindi senza timore rispondo che no, è impossibile che Saffo, profonda come il mare, soccomba ad un buffone che diventa un genio per non ammettere a se stesso di essere un buffone. Alceo avrebbe dovuto forse suicidarsi come Aiace invece di imporre la propria ambigua realtà a forza di grandi versi, in ogni caso è troppo meschino per conquistare Saffo, lei già aveva capito che la lingua del poeta era impacciata “in qualche pensiero cattivo” sconosciuto persino a lui. Il problema vero è che ora non siamo nell'età tragica dei Greci, di Alceo è pieno il mondo, senza che questi siano almeno grandi poeti, e di Saffo invece scarseggia. Il problema è che forse oggi Saffo, senza nemmeno un verso di risposta, lascia tutto e si infila nel letto di Alceo, poveri noi.
Bruno Carabellese
Bene. E’ stato un lungo weekend a Milano. Iniziato con “La guerra di domani” e terminato con “Aurora”. Iniziato con la presentazione del primo disco di Sorge e finito con la tappa all’Alcatraz de “iCani” con il loro ultimo lavoro. A chi Sorge sembra un nome nuovo e strano, gli do le informazioni essenziali, quelle che bastano, dicendo che è un duo formato da Marco Caldera e il buon Emidio Clementi, per rendervi le cose ancora più chiare dico “Massimo Volume”. Dall’altro lato del ring Nicolò Contessa. Affinità? E’ possibile trovare affinità tra questi due “Frontman” simboli di generazioni totalmente differenti? Si, una affinità particolare l’ho trovata. Una coincidenza per l’esattezza. Entrambi si sono imbattuti da poco nello studio del pianoforte, Emidio si dimostra ancora poco sicuro e si prende in giro dicendo di essere l’unico capace di suonare il piano con una mano sola. Nicolò invece sembra navigato sullo strumento, ma la voce ogni tanto stecca a differenza di quella di Clementi che , pur vero che non canta, riesce a farti sentire ogni parola, qualunque frase egli dica, dentro lo stomaco. Eppure è strano perché Contessa aveva affermato in un intervista che Calcutta gli avesse insegnato a cantare con il diaframma. Strano eh?
L’evento di Sorge con il buon Emidio si svolge in una stradina buia di Milano che non dice niente, in una associazione con un insegna bianca e nera che non dà per niente nell’occhio, e che sembra un locale a uso deposito abbandonato. Pochissima gente quando arrivo, è un “Secret show”, solo le prime 40 persone che avessero inviato una mail all’organizzazione avrebbero potuto partecipare gratuitamente. Entri e dopo due stanze spoglie e anonime una scala ti porta in un locale sotterraneo in pietra con la volta a botte dove sbattere tranquillamente la testa. Le luci spente, una tastiera da una parte e un computer con sinth e pad dall’altra. Una luce viola che non stona. Nell’attesa andiamo al bar all’angolo, dentro Emidio sorseggia uno scotch con dei suoi conoscenti. Sulla testa un cappello da gangster americano anni ’50. Il concerto si fa attendere ma ti lascia scosso, le orecchie ti rimbombano dato lo spazio troppo piccolo, ma le parole di rimangono in testa. Emidio ci regala anche due pezzi non contenuti nell’album, la frase che a distanza di giorni ricordo: “L’amore è a un bacio di distanza da qui” è contenuta in uno di questi pezzi inediti, e ci svela che anche in questo disco c’è la dedica ad Em, ovvero Emanuel Carnevali. Esci dalla sala come dopo una lunga chiacchierata con tuo padre, quella chiacchierata che non hai mai fatto, in cui ti confessa che un po’ si sente vecchio, ma non maturo, che il suo grido è ancora stonato, ha solo trovato dei rimedi a questa cosa che gli rode dentro e che rode un po’ anche a te. Cosa sia non si sa, bisogna aspettare il proprio medico nel bar destino e accettare tutto, non si ha scelta. Che le troppe discussioni non servono, che tutto si perde in quel tramestio di gente seduta ai tavoli che solo con lo sguardo raccontano la loro storia, siano essi amici, compagni o famigliari. Che a volte bisogna andare giù, in fondo alla strada, “dove tutto finisce, dove la gente si spara”, dove “il bus non ferma, dove il mondo non prende” Alla fine di tutto ti avvicini a lui senza però volerlo molto disturbare, lui interrompe le sue conversazioni ti guarda sorridente, ti autografa il disco e ti ringrazia dei complimenti. Fuori all’Alcatraz la coda è parecchia che già ti manca l’aria, fuori gente compra e rivende biglietti a prezzi stratosferici, sui gruppi online la gente afferma che non è disposta a vendere il proprio biglietto a meno di 50 euro, la gente vuole guadagnare, bagarini esperti più di quelli di Bruce Springsteen, si punta al guadagno del 300% sul costo iniziale del biglietto, forse si prende alla lettera Contessa che afferma per prima cosa, nel disco, che in fondo è importante “monetizzare”. La sala si riempie tutta, tutti lì per un gruppo indie e alternativo, mi viene da chiedere dove siano finiti i non alternativi, per usare un eufemismo. Il tutto inizia in perfetto orario, una scaletta scelta bene e sonorità alla Logico Tour di Cremonini, su questa somiglianza lo stesso Nicolò si prende in giro durante il concerto. Concerto molto movimentato e divertente si viene sbattuti da una parte e dall’altra e non bisogna pensare all’ossigeno che manca se no non ci si diverte. Nessuna sbavatura, divertirebbe anche chi magari non conosce neanche mezza frase delle sue canzoni, perfetti per suonare in tv a fine primo tempo. Il gruppo che prima distingueva chi lo ascoltava (a partire dal nome), adesso unisce la gente, i testi diventano di popolari, più amorosi e degni di una interpretazione di Cremonini o Zero Assoluto, basta ascoltare pezzi come “Una cosa stupida” “Sparire” e “il posto più freddo”. Sarà che le stesse logistiche del mercato commerciale della musica nel loro piccolo stanno prendendo piede anche nella musica “indipendente” (tra virgolette)? Sarà che per essere ascoltati dal pubblico bisogna conoscere questo o quello, essere amici di quegli organizzatori di eventi e non di altri? Calcutta come si trova lì? Sarà che a tutti piace lasciarsi in realtà cullare dai ritornelli amorosi e ripetitivi da dedicare alle proprie donne? Ma il motivo per cui iCani si distinguevano anche nella stessa scena indipendente italiana non era proprio quello di non affrontare queste tematiche? Di fornire un alternativa a Mtv e Radionorba? Di poterci far dire “io non ascolto la musica che passa in tv” e invece adesso per vedere iCani mettiamo su rai2 alla fine primo tempo su Quelli che il calcio. P.S. A proposito, quell’ometto di Calcutta apriva il concerto all’Alcatraz, ho fatto ritardo e ho sentito solo gli ultimi tre pezzi del suo live, avevo già ascoltato un live di Calcutta precedentemente e nonostante l’abbondanza di parole che si sprecano su di lui c’è poco da dire, nonostante tutta la grandezza che gli viene appioppata resta piccolo piccolo. Ne parliamo un'altra volta oppure non ne parliamo. Accetto tutto, non ho scelta, anche Calcutta.
Maurizio Allegretta