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Avrebbe voluto dirle qualcosa ad effetto senza essere scontato. Qualcosa di estremamente bello.
Lei era li, china sulle sue cose, indaffaratissima a riporre tutto nell’enorme valigia rossa, con l’ansia di non dimenticare niente. Niente che avesse importanza.
Così la guardò e sorrise.
“Potresti farmi un po’ di spazio lì, signorina: tra le mutandine e quel rotolo di magliette”
Appena ebbe finito di dirlo si sentì triste.
“Quel rotolo avrà presto le mie cure, ok? prometto che piego tutto da brava bambina”
Continuò a far finta di essere presa da tutti quei bagagli assurdi. Quelle t-shirt sdrucite, quei jeans scoloriti. Continuò a far finta di sentirsi sicura, a ripetersi che si trattava solo di qualche giorno e poi sarebbe tornata a star bene come sempre.
Gli addii sono sempre stupidi.
Lui cercò di scorgere il mondo fuori dalla finestra, ma non si stupì più di tanto quando non lo trovò. Si domandò come si fa a lasciarsi andare. Come si può stringersi in un abbraccio, sentire la carne dell’altro sulla propria pelle e poi mollare la presa sapendo che quel calore non ci apparterrà più. Così continuò a guardare fuori dalla finestra, un “fuori” che ai suoi occhi pesanti non aveva più molto senso.
“Ci hai messo poco a fregarmi. Questo voglio che tu lo sappia.”
Lei ebbe un sussulto appena accennato, un rallentare delle velocissime mani che tiravano fuori e riponevano per l’ennesima volta l’ennesimo capo sgualcito. Niente di più che un lieve incespicare delle dita. Il silenzio che ne seguì fu denso. Denso come la prima volta che si guardarono negli occhi.
“Sono cose che non dovrei nemmeno dirti. Tu hai la tua vita, i tuoi casini, le tue priorità. Sono solo l’ennesimo coglione che ti guarda e rimane scottato come un liceale al primo appuntamento. Solo una cosa: non lasciare che il tempo mi sbiadisca”
“Solo questo”
Così, senza aggiungere altro, senza riuscire nemmeno a sfiorarle il viso con la mano, si avviò verso la porta e lasciò che il mondo, quel mondo che per un attimo gli era sembrato l’unico possibile, continuasse a girare senza lui.
Di lei non sappiamo niente che valga la pena di essere scritto. Non sappiamo quale fu la destinazione del suo viaggio, né quanto le costò chiudere quella valigia rossa.
Di lei sappiamo solo che aveva mani veloci e pensieri cocenti.
(temporale – pastelli su cartoncino nero – riduc)
Pioveva, pioveva tanto questa notte. Un tuono mi ha chiesto di aprire gli occhi.
Il suo fragore veniva da lontano.
Mi ha svegliato dolcemente, come se a farlo fossero le carezze di mia madre.
Per un solo attimo la serenità mi ha riscaldato.
Ma i ricordi mi hanno raggiunto in fretta, e il freddo, quello che ho dentro, me l’ha strappata via.
“Non esistono uomini perfetti a questo mondo, solo intenzioni perfette”
«Ricorda per sempre il cinque Novembre, il giorno della Congiura delle Polveri contro il Parlamento. Non vedo perché di questo complotto nel tempo il ricordo andrebbe interrotto!»
“Non c’è umanità nel mondo di oggi. La politica ne è l’esempio più manchevole. La politica dovrebbe essere un grande progetto di felicità collettiva. Non lo è né per i tanti, né per i pochi. E’ mediocrità di ceto. Oligarchia riproduttiva per cooptazione, negazione della democrazia, di cui si riempe la bocca. Abuso della pazienza e violenza dei costumi e della morale. La politica usa e poi butta via”.
Questo è un pensiero zitto, un pensiero che nel silenzio fa rumore. Uno di quei tanti pensieri che vivono nella mia testa di questi periodi. Uno di quei pensieri arrivato con me in Calabria, nel fine settimana scorso.
Amplificato da sensazioni ed emozioni che gli ultimi mesi si sono tirate dietro. Stanco, disponibile a dare poco, abbastanza normalizzato negli idealismi, schifato. Eppure finalmente la Calabria. In Calabria c’è la Scuola di formazione politica “Io resto in Calabria”. La inaugurai, l’anno scorso. Non ho mai capito perché scelsero me. Ci vuole coraggio a restare in Calabria e restarci senza essere ‘ndranghetisti’ o ‘massoni’. Ci vuole amore. Tanto amore. L’amore di chi la promuove e la finanzia, di chi la nutre di passione e con il proprio sudore. L’amore e il rispetto di chi la vive. Amore. Una cosa che in politica non è semplicemente il travestimento della parola passione, ma è il grado di volontà di occuparsi del prossimo nel bene comune. Rispetto. Perché senza rispettarsi non si ama e non si sta insieme. Umanità. Perché senza umanità non c’è futuro. Io questo ho trovato in Calabria. In Rocco e tutti i ragazzi. Tutte le società sono state precarie. Ma è contemporaneamente negli occhi di tutti che una società trova il futuro. Gli stessi occhi di Rocco e di quei ragazzi e ragazze calabresi. E ora che ho portato via me stesso, e ora che ho ‘respirato’ voi, mi sento bene. Grazie.
PS: Ma siete davvero convinti che possiamo andare e tornare a piedi da Milano?
Bene vixit qui bene latuit.
[Ha vissuto bene chi ha saputo stare ben nascosto.]
Ovidio
Lo ammetto, sono tentato di dire che la guerriglia di Roma è stata causata da gruppi organizzati pilotati, dai soliti infiltrati.
Le immagini mi riportano indietro nel tempo: manifestazioni partecipate, clima di festa, voglia di urlare il proprio malcontento (l’indignazione dovrebbe aver cessato di manifestarsi da diverso tempo), il proprio stato di malessere che per un solo giorno ti sembra di poter sopportare soltanto perché accanto a te ci sono nuvole di corpi umani avvolgenti e protettivi. Un blocco unico e indistruttibile, questa volta. Gridi, gridi e gridi ancora. Non possono far finta di non sentire.
Le cose però non vanno mai come vorresti. E in Italia accade spesso. So che è un’espressione scontata ma si tratta di corsi e ricorsi storici. Diciamo pure che siamo incolpevoli (?) spettatori di una pellicola senza inizio né fine. E così loro irrompono, sfasciano, distruggono. Solo in Italia. Sono pochi ma intruppati. Qualcuno li segue, ingrossa le loro fila, si accoda al più forte per sfogare la propria rabbia e, più spesso, per mostrare i muscoli in un contesto incapace di reagire a dovere. Non c’è niente lì in mezzo che possa contrastare il fuoco, le pietre, la forza fisica. Almeno non con la stessa convinzione, che per di più stenta a crescere quando si è colti di sorpresa. La forza di una rivoluzione vera sta nella presa di coscienza collettiva delle masse.
Così non esiste il senso, manca il nesso con i bisogni e con la ragione.
Allora ho pensato: la solita storia che si ripete. Qualche esperto di guerriglia urbana, a contatto con i servizi o inviato da qualcuno (sinistra o destra è lo stesso), cerca di far passare un corteo pacifico, democratico, sacrosanto, per un covo di teppisti. E giù con le analisi dei politicanti di turno, ho immaginato: “bisogna isolare i violenti” “i soliti no global di sinistra” “sono questi gli oppositori del governo” “prendiamo le distanze da un certo tipo di manifestazioni”. Manifestanti=Teppisti. Corteo=covo di violenti oppositori del sistema. Sì, del sistema e non del regime. Perché chi era a Roma sabato scorso avrebbe dovuto protestare contro un sistema fatto da una classe dirigente incapace, da un ceto politico indegno e inadeguato. Chi era Roma forse lo ha fatto, forse no.
La strategia, ad ogni modo, non è andata a buon fine. Un po’ le pronte dichiarazioni di qualche politico di buona volontà e di qualche poliziotto, un po’ la tempestività della circolazione delle informazioni in rete, ed è stato evitato l’ennesimo ipocrita tentativo di ridicolizzare l’intelligenza del popolo sovrano. Il binomio è rimasto scapolo. Ma la protesta è stata macchiata e gli indignados nostrani rischiano, dopo quell’assurda giornata, di chiudere baracca. Nessuno parlerà mai delle loro storie di donne e uomini incazzati ma solo della loro presa di distanza dalla guerriglia.
Un punto a favore per il governo.
Chissà se sono davvero appartenenti al black bloc. Chissà se esiste il black bloc, me lo sono sempre chiesto. Come mi sono chiesto perché non sono stati fermati in tempo. Di nuovo scontato, lo so. Allora ci rifletto e mi convinco che magari non sono infiltrati ma un tantino baciati dalla fortuna sì. Qualcuno ieri si sarebbe anche fatto intervistare e avrebbe spiegato come si muovono e si addestrano i militanti del black bloc. Annuncerebbe che la guerra continua e lo farebbe attraverso un giornale vicino al centrosinistra, questa volta nemmeno lambito dalle critiche e dalle accuse dei loro colleghi parlamentari al governo. Probabilmente mi sbaglio, forse la mia sensazione è solo figlia della storia italica, degli anni di piombo e della strategia del terrore. Nasce dal tempo in cui tutti condannavano i fatti di sangue e contestualmente lasciavano fare i “compagni che sbagliano” per comodità, ipocrisia, opportunismo.
C’è qualcos’altro che non mi torna. In attesa di altri arresti, subito dopo gli scontri di Roma sono stati trovati soltanto 12 colpevoli, molti dei quali minorenni. Possibile? Se non c’è inganno, se non esistono connivenze tra teppisti e Stato, allora qualcosa non funziona.
Se poi ci si mette pure il puntualissimo Di Pietro (solitamente accusato dal centrodestra di istigazione alla sommossa) con proposte di legge che non disegnano niente di nuovo, ci limitano nella libertà di manifestare e che, di fatto, ci farebbero ripiombare nell’oblio degli anni passati, allora qualcosa non funziona bene.
E se l’ex magistrato viene pure appoggiato dal ministro dell’interno leghista, allora il quadro è davvero offuscato. Anzi quasi nitido.
Ho sognato.
Quel sole non andava giù da settimane. Era sempre lì, fermo, all’orizzonte, a lasciarmi vivere lunghe giornate fatte solo di tramonti. Quella casa sapeva di legno, il vento muoveva le bacche viola e l’acqua del lago di Myvatn mi salutava col suo lieve fragore.
Ho sognato.
Avevi un cappellino buffo in testa e, come facevi sempre, ti eri arrotolata accanto a me, in quel letto vicino al camino per avere la compagnia del fuoco. E ti dondolavi. Mi guardasti ancora una volta e, come sempre, sorridendo, chiudesti gli occhi poggiando la testa sul mio petto. Ed io ero lì, accanto al fuoco, a guardarti, ad accogliere il tuo sonno.
Ho sognato.
E il tuo volto si coprì di serenità: ti sentivi sicura, ora, eri felice perché sapevi che sarei stato per sempre li, perché sapevi che sarei stato io, ancora una volta, a raccontare ai tuoi sogni del nostro amore.
…resta, alla fine, solo l’odore di zolfo e la sfocata sensazione del calore che sono riuscita a sentire nel breve momento in cui quella flebile luce mi ha mostrato un altro mondo.
Mettete due pittori dinanzi allo stesso paesaggio,
l’uno accanto all’altro, ognuno col suo cavalletto:
e tornate dopo un’ora a guardar quello che ciascuno ha tracciato sulla sua tela.
Vedrete due paesaggi assolutamente diversi,
tali da parer impossibile che il modello ne sia stato lo stesso.
Direte dunque che uno dei due ha tradito la verità?
Piero Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Firenze, 1938.
(L’immagine è una pittura ad olio su tela di Alfredo Ossino )
Influencer
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Se vuoi trovare l’arcobaleno devi sopportare la pioggia. D.Parton
Spazi evocativi
emilyvalentine:
ottavopiano:
Dell’essere gay a New York
Trovo che la “normalizzazione” della vita gay -benchè sia uno standard cui tutti i gay tendono- sia di una noia mortale. Abbandonare quella dimensione trasgressiva propria dell’essere il cavolo a merenda è una perdita di conoscenza e di tragicità.
“Bisogna sedere sull’attimo” scriveva Nietzsche. Una rassicurante cornice borghese (vita di coppia, solido conto in banca, amici nel mondo della finanza e del belcanto…) non serve a tenere lontano il dolor vitae ma solo ad anestesizzare. Si tratta di barattare un po’ di felicità con un po’ di serenità. (ma la felicità è stare sulla corda?) (ma la normalizzazione è serenità?)
LG, NY
No offence ma sono tutte puttanate.
Adoro alla follia gli etero stanchi e ribelliradicalchicche che dicono: Ma perché voi gay volete sposarvi? Divertitevi!
Siccome a voi sposati vi brucia il culo perché non ve potete più divertì, o perché lo dovete fare di nascosto dalla vostra sciuramaria allora mettete il naso in affari non vostri. E date opinioni su opinioni su opinioni.
Il fatto che i gay vogliano il matrimonio non è un bisogno di arrivare alla caramella messa sul ripiano alto, quella che non si può raggiungere.
E’ un bisogno, sacrosanto, di avere diritti di coppia. Punto.
E onestamente il fatto che gli etero vedano i gay solo come quelli che si vogliono solo divertire sottolinea solo la presenza dell’ennesimo pregiudizio.
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COMMENTO DELL'AUTORE:
Ma come si permette? etero sarà lei!
Lorenzo Gigliotti
Trovo che la “normalizzazione” della vita gay -benchè sia uno standard cui tutti i gay tendono- sia di una noia mortale. Abbandonare quella dimensione trasgressiva propria dell’essere il cavolo a merenda è una perdita di conoscenza e di tragicità.
“Bisogna sedere sull’attimo” scriveva Nietzsche. Una rassicurante cornice borghese (vita di coppia, solido conto in banca, amici nel mondo della finanza e del belcanto…) non serve a tenere lontano il dolor vitae ma solo ad anestesizzare. Si tratta di barattare un po’ di felicità con un po’ di serenità. (ma la felicità è stare sulla corda?) (ma la normalizzazione è serenità?)
LG, NY
Sono solidale con il dimissionario Juergen Stark, il membro tedesco del comitato esecutivo della Banca centrale europea, e con il suo “duro” atteggiamento politico nei confronti dei Paesi in difficoltà finanziaria come la Grecia e l’Italia.
E smettiamola di dire che i tedeschi sono contro gli italiani, non siamo mica ai mondiali di calcio!
Stark è contrario alla decisione della BCE di acquistare titoli di Stato dei paesi della zona euro in difficoltà e ci conferma, a ragion veduta, che simili procedure non possono diventare una regola (e, in verità i Trattati prevedono attualmente la clausola di non salvataggio) altrimenti si rischia di continuare ad alimentare meccanismi di gestione della cosa pubblica assolutamente “malati”.
Non a caso, infatti, la BCE ha comprato, dall’8 agosto scorso, titoli di Stato italiani per un valore complessivo di 45 miliardi di euro. Che ne dite? Qualcosa non quadra, vero? E le dimissioni del tedesco sono un suo personale ed estremo segnale di dissenso e devono, invece, rappresentare per noi un allarme evidente: la BCE non può aiutare all’infinito. Occorrono interventi strutturali di rilievo.
Insomma, che l’Italia inizi a salvarsi da sola, che il Governo disponga provvedimenti concreti, seri e che puntino realmente allo sviluppo e al rilancio della nostra economia. Abbiamo seri problemi di credibilità nei confronti dei mercati esteri. Rischiamo grosso.
L’Italia, mio malgrado, è uno di quei paesi che, letteralmente, sopravvive da decenni con un debito pubblico che ormai è divenuto insostenibile. E questo non per demerito dei suoi ignari cittadini ma per colpa grave della classe dirigente e politica.
Le cosiddette “pezze a colori” non risolveranno mai il problema. L’Italia è, purtroppo, un Paese da rifondare a partire dal sistema normativo, passando dalla riforma del fisco e finendo, inevitabilmente, alla modifica del sistema di selezione della classe dirigente e di quella politica.