Non scrivo da una vita, e una vita puoi calcolarla con tutti i giorni che ti pare. Tornerò a scrivere, spero, un giorno. Ne ho bisogno. Intanto Ciao.

Kiana Khansmith
let's talk about Bridgerton tea, my ask is open
d e v o n
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almost home
occasionally subtle
Cosmic Funnies
KIROKAZE
Misplaced Lens Cap
styofa doing anything
Show & Tell
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Cosimo Galluzzi
Stranger Things
cherry valley forever

if i look back, i am lost
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Lint Roller? I Barely Know Her

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@patatamarcia
Non scrivo da una vita, e una vita puoi calcolarla con tutti i giorni che ti pare. Tornerò a scrivere, spero, un giorno. Ne ho bisogno. Intanto Ciao.
La distruzione di questo mondo sarebbe il nostro compito solo se, in primo luogo, il mondo fosse malvagio, ossia contrario al nostro spirito, e, in secondo luogo, se fossimo in grado di distruggerlo. Non possiamo distruggere questo mondo, perché non l’abbiamo costruito in qualità di esseri indipendenti, e ci siamo invece smarriti in esso; anzi: questo mondo è il nostro stesso smarrimento, ma come tale è a sua volta qualcosa di indistruttibile, o piuttosto qualcosa che si può distruggere solo portandolo a termine, non rinunciando a lui.
Franz Kafka, Quaderni in ottavo (via leugenio)
Ho paura di vederti necessità di vederti speranza di vederti sgomento di vederti ho voglia di trovarti preoccupazione di trovarti certezza di trovarti poveri dubbi di trovarti ho urgenza di udirti allegria di udirti augurio di udirti e timore di udirti cioè riassumendo sono fottuto e raggiante forse più il primo che il secondo ed anche viceversa.
Mario Benedetti (via blucomelamarea)
I nomi delle strade Le strade sono tutte di Mazzini, di Garibaldi, son dei papi, di quelli che scrivono, che dan dei comandi, che fan la guerra. E mai che ti capiti di vedere via di uno che faceva i berretti via di uno che stava sotto un ciliegio via di uno che non ha fatto niente perché andava a spasso sopra una cavalla. E pensare che il mondo è fatto di gente come me che mangia il radicchio alla finestra contenta di stare, d’estate, a piedi nudi. [Nino Pedretti, Al vòusi, Torino, Einaudi 2007, p. 19]
Ancora buon lavoro (via cutulisci)
Credo nella vita
Credo nella vita sotto forma terrestre, tangibile, vagamente rotonda, meno sferica ai poli, dappertutto piena di orizzonti.
Credo nelle nuvole, nello loro pagine nitidamente scritte e negli alberi, soprattutto d’autunno. (Talvolta mi pare d’essere un albero).
Credo nella vita come territudine, come grazia o disgrazia. – Il mio desiderio più grande fu quello di nascere, e ogni volta continua ad aumentare.
Credo nel dubbio agonico di Dio, vale a dire, credo che credo, anche se la notte, da solo, interrogo le pietre, ma non sono ateo rispetto a nulla, tranne che alla morte.
(Eugenio Montejo)
E sará un'altra settimana in cui non avró niente da dire, attraverseró la folla in direzione ostinata e contraria, avró ben poco da sorridere, non stringeró la tua mano per conoscerti e sentire che suono ha la tua voce, immagineró ancora situazioni esilaranti, penseró alle cose brutte, l'ansia mi schiaccerá il petto e il lunedì avrá il sapore amaro di una sveglia esplosa coi sensi di colpa, le occhiaie perenni e le occasioni mai colte. Mi stropicceró gli occhi e mi scopriró ancora davanti allo specchio a giocare a volermi più bene. Ma uno specchio non si puó abbracciare. È lontana la pace e con me ho solo il suono di un sospiro.
Grazie dei fior
L'otto marzo di sette anni fa, concludevo il mio ennesimo sofferto percorso insensato. Pianto liberatorio, mamma che mi dà della stronza e un 110 senza lode regalato più per pietà che per meriti veri e propri. Felicità a pacchi lanciati in faccia. Fu uno dei pochissimi eventi in cui ricevetti dei fiori, non perché fosse la festa della donna, ma perché in queste occasioni si usa così. A me i fiori piacciono ma, come tutti i regali, nella vita bisogna meritarseli. Io di fiori ne ho ricevuti pochissimi, perciò le conclusioni in merito mi sembrano ovvie. Non starò di certo qui a ricordarmi quante robe inutili ho letto riguardo quest'otto marzo, o cercare di trovare una ragione valida per festeggiare, perché con molta probabilità una ragione non c'è. Sono cresciuta con Non è la Rai, con le mie amiche che mettevano i vestiti a tubino colorati a 9 anni come Ambra e le colleghe, mentre io mi accontentavo di felpe improbabili, fuseaux fucsia dell'Arena e caschetto alla Fantaghirò che qualcuno con irriverente simpatia mi fece notare propendere più verso Dario Argento. Insomma, i coetanei maschi già cominciavano a farmi capire in tutti i modi che non ero assolutamente appetibile, e che non venivo presa in considerazione neanche più come amica per andare a giocare a pallone. Da lì cominciò il declino ed il lungo processo di autodistruzione che consisteva nel: ingurgitare frigoriferi interi, guardare programmi in Tv pessimi, tentare di comprendere perché gli Articolo 31 piacessero così tanto, smettere di studiare, leggere, fare attività sportive, collezionare schede telefoniche, credere ad un mondo migliore di quello fuori dalle quattro mura domestiche. Ho continuato così per anni, perché credevo che essere donna significasse rientrare nei parametri prestabiliti dalla televisione e da un valore assoluto sul quale questa fottuta palla che gira continua a reggersi: l'estetica. E quindi c'ho provato ad uscire, a far lo struscio in centro con le amiche, a fare la teenager con l'ombretto glitterato e le zeppe, ma il risultato fu che dal regista horror italiano sono passata al bestiale acerrimo nemico di Batman: Pinguino. Ai tempi dell'accademia avevo tappezzato il muro di camera mia con vari ritagli di giornale, c'era di tutto e c'era pure lui, Claudio Santamaria, che già dai tempi di Paz in cui chiamava disperato "Lucilla!" avevo compreso essere il solo a trasmettermi quel sentimento di tristezza, malessere, pigrizia mista a rassegnazione e sfiga q.b. che mi folgorarono totalmente. Santamaria che mi torna prepotentemente in questo schifoso 2016, nei panni di un Jeeg Robot sui generis, col fisico a metà tra Taricone e Er Patata, disadattato, incompreso, chiuso in una bolla di atarassia totale. E anche questa volta, inevitabilmente, è amore <3 Alla festa della donna vincono le pornostar, le massaie e coloro che si pavoneggiano nell'aver conseguito risultati importanti durante tutta la loro esistenza, come ad esempio: mamme a tempo pieno, donne in totale fase autocelebrativa per via dei chili persi, della palestra miracolosa, di mamma e papà che l'hanno fatta figa con conseguente pubblicazione di una dose massiccia di seflie giornaliera. Insomma, le donne che riescono a farmi rimpiangere l'ansia da esame di stato e che l'universo maschile da sempre adora e a cui attinge per adempiere alle proprie necessità.Alla festa della donna pérdono: la mamma di Leo di Caprio per via della sua ascella pelosa (erano gli anni '70, all'epoca certe libertà erano concesse, fatevene una ragione), le mamme che migrano portandosi dietro la speranza di trovare un buco dove far dormire e mangiare i propri pargoli al sicuro, le donne comuni, quelle a cui nessuno chiede come stai, che passano inosservate e con gli occhi persi tra l'asfalto e la suola delle scarpe. Poi ci sono io che credevo di averlo trovato il mio Jeeg Robot, invece s'è rotto il cazzo e m'ha mollato. Ecco, continuo a chiedermi cosa di buono ci sia ancora in questa carcassa che mi porto dietro, cosa di femminile ancora mi sia rimasto, se mai ci sia stato qualcosa che anche solo lontanamente potesse accostarmi al mondo del gentil sesso, a parte una vagina e un nome che termina con la lettera A. A come attesa, quella interminabile che mi condiziona l'esistenza, mi snerva e mi fa perdere la speranza di poter un giorno ottenere l'agognata indipendenza economica a favore di una scomoda sensazione, quella di aver perso l'ultima possibilità. Sono quella con la cellulite e il naso grosso, che la guardi e ringrazi il cielo per averti fatta meglio, quella che aveva una relazione stabile e che tu credevi noiosa e banale, quella sempre triste perché del mondo non gli è mai piaciuto niente, a parte gli animali, i dolci e la pizza. Ora esco pensando a F. che mi ha regalato una rosa rossa, a G. che mi chiama "La mia signora", che mi abbraccia ogni volta che mi vede e mi dice "Promettimi che non mi lascerai mai". G. ed F. hanno sei anni e fino a quando non diventeranno degli ometti fatti di peli e ormoni a tutti gli effetti, avrò ancora la speranza di poter essere la loro babysitter Wonder Woman, e va bene così.
Domani piove
Non ho la sfera di cristallo, non posso prevedere se tra qualche secondo mi pruderà il culo o i gatti si azzufferanno, anche se le probabilità in questione siano abbastanza alte, ma di una cosa sono certa: questo 2016 mi si prospetta sotto il segno dell'Ansia, in barba ai vari Breszny e Paolo Fox. Quando arriva l'epifania (che tutte le feste si porta via) riesco sempre a ristabilire un certo equilibrio psicofisico decente, ma questa volta no, mi toccherà fare i conti con tutta una serie di eventi pesanti a cui dovrò attenermi nei prossimi mesi e costruirmi una corazza per incassare con meno fatica certi colpi chepropriotedicofermate. Io ve lo auguro davvero un cazzutissimo 2016, alle amiche future mamme e agli amici futuri papá (ma quanti ne siete?!), a quelli che voltano pagina per necessità, volontá o per forza di cose, a quelli che -nonostante tutto- continuano a sorridere, voi sì che siete davvero delle persone rispettabili. E no, voi fuori sede non incazzatevi se poi quando tornate vogliamo sapere come state, come va il nuovo lavoro, l'università, non sentitevi troppo appesantiti dalle solite domande di rito, come se vi stessimo mettendo alla gogna, che cazzo pretendete? Indifferenza a pacchi tale da farvi sentire condannati sempre e comunque al bancone di un bar il cerca di un tono giusto a cui appigliarsi? Per noi poveri sfigati che continuiamo a sopravvivere in questo pezzo di culo lercio, contando il tempo coi campanili e rendendolo più piacevole cliccando "partecipo" agli eventi scrausi del bar sotto casa, sapere che altrove c'é vita migliore ci dá speranza, tutto qua. Vi pesa? Fatevene una ragione, che noi qui di ragioni ce ne facciamo fin troppe. Qui si continua a trascinare il carretto della sopravvivenza senza arte né parte, in preda a sensi di colpa giganti e a rabbia da sedare, con la consapevolezza di non riuscire ad essere capaci di affrontare il genere umano senza sentirsi a disagio almeno un bel po'. Cacciate i denti, mordete i giorni come stozze di pane auspicate, prendete ció che c'é di buono da questa misera esistenza e gioitene come fosse un carnevale, tirateveli addosso 'sti coriandoli e non vergognatevi manco per un attimo di tornare ad essere poppanti in preda ad euforia insensata o fatta di poco e niente. Io vado avanti come posso, tremando, smussando spigoli e cercando di imparare a fottermene del passato, anche se ho delle serie difficoltá, ma in fondo, di tutto ció, cosa dovrebbe fregarvi? Ah già, che adesso sto pure violando alla grande le regole fondamentali dei social menzionate qui , ovvero psicoogia spiccia per i poracci che tanto piace alla gente che non si espone mai nel virtuale ma che sa affilare tantissimo la lingua nel reale. Aggiungo a questo insulso, fastidiosissimo e inutile monologo che ho una casa sottosopra e un sacco di reperti inutili da buttare, sicché direi che posso cominciare da qui a trasgredire le abitudini monotone e svilenti. Che questa partita a bocce abbia inizio. Io le promesse non so mantenerle, ma come tutti ho bisogno di un'illusione momentanea per addolcire questo pallettone amaro delle festivitá. Quindi sì, stiliamo questa lista fintissima di buoni propositi, facciamoci travolgere dagli inizi come se vivessimo da pochissimo una storia amorosa, fatta di farfalle nello stomaco, di mi faccio la ceretta praticamente tutti i giorni, mi taglio i capelli, perdo chili senza fare la dieta. La verità è solo una: smetterla di rapportarsi continuamente col mondo, perché gli altri staranno pur avendo i loro mille momenti di gloria e tu manco mezzo, ma ogni tanto uno ‘sti cazzi roboante ci sta. Buon anno.
Waiting for Equinox
Tacchetti insistenti, frignare di bimbi, lavatrici che vanno, è la notte dei vicini che mi ricordano di meritarmi tutto il fastidio del mondo, tutti i ctrl+z negati, i minuti persi a sparare cazzate, le scuse mai accettate, i sorrisi di circostanza, le promesse non mantenute, l'ignoranza che perseguo con un certo trasporto e la conseguente vincita del premio Vacuo 2015, ottenuto non tanto per il merito, quanto più per il surplus di punti fedeltà. Avevo voglia di dirmi un po' male platealmente, ogni tanto lo ritengo necessario.
Virgole
L'addio al nubilato, ridere senza motivo, ridere troppo, sembrare un'oca, bere inconsapevolmente (ma forse anche no), svegliarsi presto il mattino successivo, dedicarsi a due piccole ma piacevolissime pesti, uscire con loro per un gelato, passeggiare, fa ancora eccessivamente caldo (bestemmie), i lego, le bici, alla ricerca disperata delle ciammaiche, R. (assai sconsolato) non trovandone neanche l'ombra di una viva, brama dalla voglia di portarsi a casa solo chiocciole riempite di terra e la minuscola carcassa di un pipistrello morto stecchito. Che stile Lombrosiano. E poi le prove, le ficure e le lecine, la pizza, festacchione in centro, bolgia, "Gentian, ti serve una mano?", ubriaconi che vogliono farsi i selfie con 'sto popó di barista improvvisata che si colloca più tra le schiere delle Filumena Marturano che alle sbarbine da Coyote Ugly. Ma l'alcol è un alleato che non bada a preconcetti a volte, ed anche le cozze diventano magicamente pietre incastonate da rimirare in mezzo al mar. Pausa, sigarette maledette, amica e chiappe sulle scalette, pianificare i viaggi, elucubrare sui trent'anni, zero prospettive, i sensi di colpa, i sogni troppo sogni, mentalità, cultura, non se ne esce proprio. La notte porta consiglio, casa, tetris di sposo con gatti, mi ritaglio un angolo per dormire e un lembo di lenzuolo ancora immacolato. E mi addormento con la speranza masticata tra i denti, auspicando un giorno nuovo, meno amaro. Che poi, alla fine, quel senso liberatorio lo si ha solo quando poggi le terga sul candido vaso da bagno per espletar questioni. Non si bada a spese, non si bada a nulla. ____ I lemmi in dialetto sono di origine abruzzese, quelli della mia terra, che di buono, oltre la cucina, ha solo le montagne.
Santiago? Chissà...
Prendere l'autobus, non lo facevo dai tempi dell'università. Zaino in spalla, mattine in fase embrionale, il caldo che tarda ad esplodere, la città che dorme ancora, una quarantina di chilometri da percorrere su quel bruco a ruote massicce che mangia l'asfalto. L'estate duemilaquindici sarà scandita così, e io sono contenta, perchè impegnerò la testa in altro, perchè mi hanno chiesto un piccolo aiuto ed io sono assolutamente pronta a prodigarmi, tutto pur di passare un po' di giorni a settimana lontana dalla città dello sfinimento e degli atteggiamenti macchinosi e meccanici. Il mare è accanto, compagno di viaggio, di posto, punto d'arrivo. Sostengo le occhiaie come posso, ripasso a mente il necessario piegato e sistemato nel fagotto, sperando di non aver dimenticato nulla. Suono al citofono, mi aprono e salgo. Il silenzio dell'appartamento mi accoglie, un silenzio che da lì a qualche manciata di minuti verrà interrotto da saluti, abbracci, tazze di latte e cereali, porte di bagni, spazzolini e vociare di bimbi ancora non troppo carichi. E' tardi, si sfreccia in città con il bolide, la mamma si parcheggia a lavoro, prendo il suo posto, sistemiamo al meglio i sacchi colmi di secchielli, palette, formine, palle e teli, direzione spiaggia. Non che mi piaccia particolarmente la stagione estiva, soprattutto se poi si parla di stabilimenti balneari e baraonde di umanità seminuda da farci slalom per entrare in acqua e continui "no grazie" agli ambulanti di turno che si alternano assiduamente, e un po' mi fanno anche sentire in colpa perchè se potessi comprerei da ognuno di loro almeno un braccialetto dell'amicizia, un occhiale a specchio che non metterò mai o un pareo che porterò a casa per sistemarlo sui cuscini dove dormono i miei gatti. Ma insomma, sono in pieno stato di sopravvivenza, le tasche si stringono sempre più conservando intatto quel vuoto interrotto saltuariamente da qualche tintinnio di spiccio sudato e sperato. Che famo? Ci mangiamo una pizza e giochiamo a biliardino. Io sono clamorosamente una pippa totale, nessuno dei due mi vuole in squadra (guarda un po') e alla fine finisco per spostare i bottoni dei pallottolieri per segnare i punti. Poteva andarmi peggio, tipo essere rispedita in spiaggia a far da guardia ai secchielli con dei prolungati "buuuu" di sottofondo ne mentre mi accingo ad allontanarmi dal campo di battaglia. E insomma, sono mattinate a mangiar pane e sabbia, adulati dalle meduse malefiche e pomeriggi ad inventarci di passare il tempo al meglio, giri in bicicletta, lanci col frisbee; e se piove ci impiastricciamo le mani dando vita a biscotti sformati e ciambelloni un po' troppo cotti. Ora, ho i gatti a casa che mi perdono i denti, il mio ciclo che di nuovo fa i capricci e mi vien voglia di bestemmiare. Poniamo rimedio, chiudo gli occhi ed è di nuovo sabato, la cucina di un ristorante che mi attende colma di calura e un ritornello nella testa che risuona sussurrando "Panta rei". Mi sono persa tra le montagne in queste ultime domeniche, mi sono lasciata trasportare dal vento e dalle nubi fino a su, è stato l'unico modo e l'unico momento che ho avuto per liberare definitivamente la mente dai pensieri, quantomeno assopirli. Ogni estate, ad ogni goccia di sudore esprimo un desiderio, che arrivi presto l'autunno, che scaraventi una volta per tutte le vecchie abitudini e che mi porti buone nuove. Ma forse pretendo troppo ed ogni anno, come sempre, si ricomincia da capo. Intanto ho voglia di pensare ad un viaggio, uno di quelli fatti di suole da consumare e una compagnia esigua se non addirittura inesistente: io e le mie scarpe. Mi incammino, si cammina, è l'unica maniera che ho per andare avanti. Santiago? Chissà... Black Mountain - Stay Free
Faccio cose, vedo gente...
Fare tardi il sabato sera (dopo aver lavorato), ballare con un sessantenne ubriaco in jeans e t-shirt di Vasco recitante sul retro un "Eh...già" (santodio), senza badare agli sguardi e alle conseguenze di un atto del genere, col fidanzato che ci guarda e ride in disparte, la giusta dose di vodka lemon per ovviare alle inibizioni, un modo per ammazzare il saturday night di paesello triste, costellato di ventenni che mi parlano di club berlinesi promiscui e coma etilici a quattordici anni. Sveglia domenicale alle 8, risveglio non troppo traumatico, un amore di amica che mi passa a prendere per partire in macchina e andarci a buttare ad un festival un po' hippie, un po' hipster, con un nutrito gruppo di individui che si danno alle scienze olistiche per risolvere malesseri interiori o ovviare ed eventuali carriere da serial killer. Posto molto figo, immerso nella natura delle colline abruzzesi, occhiali da sole necessari. Arrivo carica di diffidenza e mi siedo ad un tavolo con una tipa che parla di meditazione e creatività. Chiudiamo gli occhi, praticamente dormo, poi pastrocchiamo con pennelli e acriclici su dei fogli come scimmie sottoposte a dei test di intelligenza. Nonostante tutto la cosa mi rilassa particolarmente e mi sento meno sola e fuori contesto, soprattutto nel momento in cui l'insegnante in questione confessa dei esser rincasata alle 5 causa nottata danzereccia in discoteca. E' un attimo e tra noi scatta il fantomatico Gimme Five di chi porta il peso delle occhiaie causa bagordi della sera precedente. Ho visto donne belle noncuranti della propria crescita delle appendici epidermiche filiformi (Frida Kahlo a confronto è una pivella), salutare spensieratamente i passanti sconosciuti e sorridere a cazzo. Ho visto donne meno belle e un po' trasandate assomigliare a degli alberi di Natale con una schiera di figli appesi ovunque come palle, mostrando ineccepibilmente delle grandi doti multitasking per poter interloquire al contempo con i clienti che si accingevano ad acquistare i prodotti artigianali dai loro banchetti ambulanti. Ho assaggiato una roba acquosa a base di frullato di fragole, e poi -non so bene perchè, considerando che non soffro di alcun tipo di allergia alimentare- mi è comparsa una bolla sul labbro superiore e sembravo appena uscita da un intervento di chirurgia estetica. Momenti di ilarità generale. Non ce la posso fare. Pranzo vegetariano/vegano. Discreto. Acquisto di mezzo chilo di farro decorticato e un chilo di farina di solino, qualche spilla e magnete, collezionato biglietti da visita vari ed eventuali, salutiamo la comune hippie, ci infiliamo in macchina in direzione mare. Mangiare un astuccio di frutta secca come meglio saprebbe fare uno scoiattolo, il vento scompiglia i capelli, i culi sono sui sassi, ed è un attimo perdersi piacevolmente in discorsi sulla personalità, gli enneatipi e arrivare alla conclusione che di fondo bramo dalla voglia di scomparire. Tutto ciò perchè vi odio, odio il vostro eccessivo positivismo e le vostre menate sull'etica. Le mode, le masse, le mie non scelte, il mio sentirmi fuori da ogni contesto sacrosanto. Comincia una nuova settimana e io sorrido sempre meno, perdo chili, perdo il superfluo. Vado a farmi la tinta che i miei capelli bianchi stanno di nuovo prendendo il sopravvento. Un giorno li lascerò fare, allora sì che sarà davvero felice. Intanto stasera porchetta.
Sacro
Una persona mi ha chiesto, cos’ è per te sacro?
Per me sacro non è attinente ad alcuna religione. Non è un concetto o un valore derivato dalla cultura, dall'educazione o dalla storia. È uno spazio intimo, profondo, una dimensione interna che ognuno custodisce e difende come crede. Sacro può essere ogni valore che ci abita, un desiderio, un ricordo, un dolore, una passione, una rabbia, una persona che non c'è più, ma resta dentro. Sacro è la somma del presente, del passato, del futuro, di ogni emozione che stratifica, si consolida, che da respiro all'anima fino a sempre. Sacro è tutto ciò che nonostante tutto, difende il senso della vita
Straripante
Sul terminar dei malanni di inizio stagione, tra paracetamolo, iburpofone e propoli, sto cercando di stabilizzare la mia esistenza assurgendola al decluttering. Non prendo posizioni assolutiste a riguardo tagliando fuori dai miei spazi chissà quante innumerevoli carabattole, non pretendo la solitudine più assoluta decantandola e vantandomene con costanza per auto convincermi o dare lo smacco ai nemici (qualora ce ne fossero). Insomma, se la ricerca personale della felicità passa attraverso dei cambiamenti atti a fare spazio ed eliminare l'inutile o il superfluo, credo fermamente che questi debbano avvenire permeando attraverso degli strati, in maniera quasi impercettibile ma allo stesso tempo con ferma decisione. Come quando si prepara il sidro, come per la pasta madre, come Lola - la mia gatta- poco incline al contatto fisico ma che riesce a stupirmi ogni tanto decidendo di venire ad accovacciarsi sulle mie gambe, infilando il musetto sotto il mio polso per farmi capire ancora una volta che la fiducia esiste e bisogna conquistarsela e che non c'è mai limite alle sorprese e al cambiamento. L'altra sera rientrando a casa, a proposito di eventi imprevedibili, in cucina c'era aria di epifania: sul tavolo scintillava, in un involucro di cellophane e cartone dorato, un cesto pieno di grazia, quella che riempie lo stomaco per intenderci. Ecco, non è banale mai ringraziare in questi casi e non mi vergogno affatto nel doverlo fare. Lasciarsi trasportare dagli slanci d'affetto diventa spesso sinonimo di irrimediabile ribrezzo, banale amorevolezza, roba da associare al cantautorato neomelodico, ai Baci Perugina, alle frasette scritte sui diari delle medie. Ecco questa cosa un po' mi fa riflettere, e anche a questo tipo di atteggiamento non riesco a trovare una spiegazione logica e la paura fottuta di esternare i propri sentimenti e lasciarsi andare ad un "grazie" o ad un gesto disinteressato, per quanto possa sembrare una forma di debolezza è comunque un momento di totale appagamento. Prendo coscienza del fatto che sono ufficialmente entrata negli Enta, che forse non mi cambierà molto, ma gli spinosi "Domani smetto" e"Domani faccio" ce li ho cuciti addosso da troppo tempo e cominciano a insediarsi in maniera profonda. Mi chiedo come mai su youtube ci siano tutorial anche su come infilare una spina in una presa di corrente e non ce ne siano di validi per porre rimedio a certi dilemmi esistenziali. Ho uno spazio da sistemare, da rendere vivibile, da organizzare, da fare mio, ho uno stomaco che fa capricci, che ogni tanto si chiude, oppure si imbizzarrisce e devo necessariamente mandare giù la qualunque per placarlo; ho una testa in fase di implosione e la maledetta estate che torna imperterrita a riempirmi di ansie e di doveri da assolvere. Il tempo passa e mi lascio alle spalle sempre più pezzi, persone che decidono da un giorno all'altro di sparire, condannando i miei silenzi, le mie scelte o le mie battaglie. Porto ancora le ferite di certi episodi poco pacifici, alcune sono ormai cicatrici, altre sono nuovi lembi imperlati di sangue, schiusi come petali di rosa in questa primavera che sa di amaro. C'è gente che preferirebbe vedermi morta, agonizzante, piuttosto che ancora deambulante su un selciato che non ha nessuna destinazione ideale, che non conduce verso niente di speciale, che certamente sul finale non mi vedrà usurpatrice di troni o di chissà quali incarichi importanti. Eppure agli occhi di qualcuno risulto scomoda, inetto, melma, sterco, zero assoluto, vuoto cosmico. Rabbia e dispiacere si fanno spazio tra denti e palato e non ho molte scelte a riguardo per ribaltare la situazione. Perciò tolgo il disturbo in punta di piedi, lo faccio senza enfasi, in maniera inosservata, invisibile. Lo faccio perché forse davvero non tutto è necessario nella vita, specialmente tendere a recuperare situazioni che sono del tutto sbagliate in partenza o continuare a perpetuare rapporti ridondanti, eccessivi, privi di qualsivoglia senso positivo. Dovrei trovare un finale adatto a questo ennesimo sproloquio ma me ne frego.
Quattro mura
Domenica tutt'intorno, freddo fuori, noi dentro al caldo, ozio e stravacco. Ieri a pranzo ci ho dato di mattarello, non in senso edonista, ma in senso culinario. Ecco no, ho sbagliato tutto, volevo semplicemente dire che mi sono cimentata con la pasta fatta in casa (fiuuu). Maltagliati con farina di segale spadellati brutalmente con l'aje oje all'abruzzese avec i signori ceci. Oggi pranzo con spaghetti al pesto direttamente da una bottega tipica genovese, oro verde da 40 euro al chilo signori! Stasera invece il frigo quasi che mi mandava a fanculo: pezzi di verdure imballati nel cuki, bottiglie di salsa smezzati e l'idea malsana di cimentarmi con la pizza fu l'unica alternativa per regalare una fine degna a quei tristi e bistrattati avanzi. Era la mia prima volta, con la pizza dico. Eh sì che ero un po' agitata, anche perché a pranzo il mio robot tritatutto ha deciso di non funzionare più, sicché per una sorta di flusso della sfiga che di consueto ha una durata di circa 24 ore (ora più ora meno), temevo che anche questo tentativo di fuoco potesse franare da un momento all'altro. La pizza l'ho fatta, l'impasto era assai focaccioso, l'ho battezzata con salsa al pomodoro, melanzane e caciocavallo. Lo sposo ha gradito, dice che 'sti giorni lo sto viziando troppo e si domanda che cosa avrò mai da farmi perdonare. Io direi nulla. Sono una donnina a dieta, che prepara pranzi e cene per una sola persona, invento e arrangio cibi vari ed eventuali e le mie papille da circa un mese a questa parte non beneficiano di alcun tipo di leccornia... effettivamente qualche dubbio gli potrebbe pure balenare per la capoccia. Ho passato il pomeriggio a far la cogliona con youtube e chromecast, M. aveva preso la forma del divano (o viceversa) e nel mentre sprofondava e si guardava le partite al pc, io ero davanti alla tv che caricavo i video di Just Dance, cercando scoordinatamente di imparare le coreografie e shakerando il culone a dovere. Ecco, mi sto ampiamente vergognando di tutto ciò, ma a me certe attività sapienti per rilassarsi, tipo lo yoga, mi fanno cacare; preferisco evitare la paranoia con roba pop o trash, cose che effettivamente si confanno alla mia mediocrità intellettuale. Speravo un giorno di potermi riscattare crescendo, sognando di forgiarmi con almeno un ideale perseguibile, un po' alla Lisa Simpson, senza un sassofono, senza ambizioni di tipo politico ma almeno socialmente accettabili e utili. invece io e la cara Lisa in comune abbiamo solo il nome, almeno in parte, per il resto domani sarà ancora inverno.
Sigla
La smetterò di iniziare ed inizierò a smettere
Ho comprato 4 etti di f i m o in gioventù, la prima volta ho scaldato qualche pezzetto di quella roba tra le mani (no, non ho scritto male, state leggendo bene, parlo del fimo, la prima vocale fa la differenza) e ne è venuta fuori una pecorella che avrei dovuto cuocere in forno ma che ho preferito tenere cruda su di una mensola accanto ad altre carabattole e pennarelli di annate giurassiche. Non ho più usato il fimo in vita mia.
Ho comprato millanta fili colorati per fare gli scoubidou, ne ho fatti quattro cinque e ho messo i fili a far compagnia al fimo.
Ho comprato dei pannolenci, volevo imparare a cucire. Ho imbastito ritagli di stoffa e involucri di chupa chups, ho ammirato lo scempio finito e ho messo via i pannolenci, assieme al fimo e ai fili dello scoubidou.
Ho comprato non so quante perline, volevo cominciare a fare business con collanine e braccialetti, roba mainstream da festival musicali estivi o da viaggetto a Barcellona o chissà dove. Ho infilzato perline per due bracciali e ho messo via tutto assieme al resto.
Ho fatto un corso semi professionale per pasticcieri, ho speso una somma abbastanza cospicua e settimane di autostrade con gente sconosciuta che passava a prendermi la mattina, radio a palla che vomitava brani immondi tipo danza kuduro et similia (che non aiutavano di certo il mio stato già comatoso per via della disabitudine alla sveglia abbondantemente antimeridiana), il tutto con la speranza di voltare pagina. Ho battuto spiagge, campagne, paesi e città nel raggio di una ventina di chilometri, nel tentativo sfacciato di elemosinare un qualche posto (anche gratis) per cominciare a fare anche la lava scodelle in un qualsiasi laboratorio artigianale. La pasticceria è un'arte segreta e i maestri sono tutti gelosi. Bam! Valanga di porte chiuse in faccia e si torna a poggiare il culo rammollito su di un qualche scalino noto del centro storico, a scolar birre e amari pro digestione e le dispense del corso a far da ferma libri sulla libreria.
Poi mi è partita la fissa per il polyshrink, compro tutto l'occorrente, me lo faccio arrivare per posta, ho aperto la scatola, l'ho richiusa e adesso è a prender polvere assieme ad altra roba inutile.
Poi fu la volta dell'uncinetto, subito dopo venne il ricamo (con tanto di lezioni private) e ora sto escogitando un altro modo per cercare di aggiudicarmi il premio procrastrinatrice del nuovo millennio di lavoretti femminili. Ce la sto facendo e so che il podio sarà mio. Mi chiedo solo se un abbonamento per qualche lustro alla settimana enigmistica mi avrebbe salvata da tutti questi slanci d'entusiasmo finiti a cazzo.
Pannolini a cena
Non sono brava a fare granché, tutt'al più provo a riservare qualche sorriso a denti strettissimi mostrando una dentatura non propriamente perfetta, adornata da pieghe epiteliali a tratti grottesche e poco femminili. Il medico ha detto "facciamo gli esami del sangue e controlliamo anche il testosterone". Certo, il maledetto, il fantomatico, lo stronzo, l'innominabile. No, non nascondo un clitoride di 20 centimetri tra le mie generose cosce e durante il periodo della pubertà le mie corde vocali non emettevano suoni da aerofono alpino. E' che quando c'è la luna piena semplicemente comincio ad ululare, per questo stiamo progettando (io e la bestia pelosa che c'è in me) di andare a vivere in campagna, lontano dal centro cittadino e da situazioni condominiali che possano essere compromesse.
Ho imparato col tempo a non rompere i coglioni al prossimo, a non prendere per il culo chi è brutto, calvo, irsuto, grasso, secco, storto, chi insomma è stato beffa dei capricci di madre natura la quale, in preda a fumi dell'alcol, a scioperi generali, a distrazioni, a mancanza di volontà, a fasi pre mestruo, a menopause, a rotture di cazzo, a rapporti sessuali non consumati, ha giocato con dna e geni a mo' di pongo, gak, das, sabbia, merda secca.
A proposito di merda secca, ieri sera una cliente ad un tavolo mi ha detto "Mi scusi, possiamo spostarci da qui? Sono uscita per rilassarmi... non posso sopportare tutta la sera il bambino del tavolo affianco che piange". Vede signora, anch'io non posso sopportare certi clienti cafoni, ma purtroppo non sono nella sua stessa posizione per poter scegliere se tenerli nel locale o cacciarli a calci nel culo. Comunque sia lei può spostare le sue chiappe altrove, può fare quello che le pare, e sa perché? Perché sulla stele di Rosetta hanno inciso un P.S. sacrosanto con su scritto " Il cliente ha sempre ragione", sicché (dato che il locale non è al completo) le preparo il tavolo lontano dal marmocchio per continuare a disquisire in tranquillità sulle sorti dei suoi ricci e dei suoi conseguenti capricci assieme alle sue commensali. Vorrei ricordarle però che ancor prima di diventare donna e poi mamma, è stata una poppante, frignante, piscialletto, cagasotto, fraffosetta anche lei, magari non se lo ricorda o vorrebbe semplicemente obliare il suo passato con scenette da signora "non tocchè che mi sporchè", ma di sicuro avrà fatto spazientire anche lei qualche auditore occasionale ai tempi di sbrodolandia, avrà pur commesso gesti infantili punibili con un "non si fa" o un leccamuso. Una cosa però l'ho capita, più i locali si riempiono di bambini e più ti levi certa gente dai coglioni.
Alle vostre borse oscene di Braccialini che vi comprate per sembrare più giovani quando invece manifestate un non so che da battone kitsch, preferisco di gran lunga i pianti, le caccole, le tovagliette impiastricciate, i bicchieri rovesciati in stato d'euforia causa eccessivo consumo di acqua, l'allegria dei clienti che siedono al seggiolone, che non ordinano, mangiano la pastina e bofonchiano robe incomprensibili con o senza il ciuccio in bocca. Con un Giovannino Perdigiorno al governo la rivoluzione partirebbe dal pannolino e nonostante l'immagine di per sé potrebbe far trasalire congetturando bombe a mano di materia fecale, senza parafrasare direi che potremmo trovarci di fronte all'idea più pura di bellezza e giustizia.