Una giornata particolare
L’aria si riempie di urla, grida, bestemmie, risate, rime baciate e baci ritmati e l’estate piomba nei minuti di recupero arrivando direttamente dal Sannio fino al Po, un gol del Benevento fa uscire il sole. Mentre cammino con il telefonino in mano a riprendere i festeggiamenti sotto al Savonarola già agghindato con la sciarpa («ce l’hanno issata i pompieri», dicono, sarà vero?), mi guardo attorno e mi rendo conto di quanto siano giovani, le voci sguaiate che riempiono l’angolo delle 4S. Arriva la seconda fitta al cuore di questa giornata particolare: la Spal promossa in Serie A dopo cinquant’anni quando ormai sono ufficialmente entrato nella fase della vita in cui la vittoria non regala soltanto un’unica sensazione. Questi ragazzetti che sgasano i motorini, intonano cori da stadio con l’apparecchio ai denti o accendono fumogeni sui sampietrini al semaforo conoscono soltanto un’unica reazione al Vincere, la gioia totale, assoluta, irrefrenabile e senza nessunissima implicazione morale. Per loro la vittoria non è ancora una metafora, per loro la Spal in Serie A dopo cinquant’anni è soltanto una lunga, lunghissima sequenza infinita di vocali ad alto volume. Vuoi vedere che per me la Spal è arrivata in Serie A troppo tardi?
La prima fitta al cuore di questa giornata particolare era invece arrivata qualche minuto prima, mentre incrociavo F che si fumava una sigaretta fuori dal locale dove il Miracolo si era appena compiuto in tv. F fu vero tifoso (e l’aggettivo ‘vero’ non è usato superficialmente), prese e diede botte, un vero malato di Spal, perché a Ferrara il calcio ha un nome proprio e femminile, ed ora che la terra trema lui è stranamente quieto. Eppure F e tutti i tifosi della sua età dovrebbero piangere, gridare al cielo, perché loro c’erano quando questa Spal era scesa in basso, loro conoscono il sapore delle ringhiere di ferro negli stadi degli anni Ottanta e che cosa significa lottare per non scomparire. Eppure F se ne sta lì, a osservare compiaciuto l’odore acre e azzurro dei fumogeni in una piazzetta del centro storico di Ferrara. Credo di intuire che cosa stia pensando, e cosa pensa la sua generazione di tifosi, così gli chiedo: «F, ma da quanto tempo aspetti questo momento?», e lui mi dice «la Spal è retrocessa dalla Serie A quando sono nato io, quindi sì, direi da quando sono nato». Ed lì che c’è la prima fitta, perché inevitabilmente, a fare il conto degli anni e di tutto il tempo che è passato, prima di Vincere, di Riapparire, entro in uno scivolo chiuso che mi conduce a svariati anni prima, a quando scesi in strada nella periferia di Ferrara in cui abitavo e abito ancora (a volte, la coerenza) per festeggiare un successo sulla Solbiatese, per una promozione in C1, ad aspettare che mio zio tornasse dallo stadio, e ripenso pur sforzandomi di rimanere aggrappato soltanto alla Vittoria, a mio zio che adesso non c’è più. Se n’è andato appena in tempo, guarda caso, per perdersi proprio i due anni forse più incredibili della storia della Spal tutta, la promozione in B e quella in A subito dopo, così, un diretto dall’inferno al paradiso senza fermate. Vuoi vedere che per chi non c’è più la Spal è arrivata in Serie A troppo tardi?
Quindi sì, è forse una delle giornate più importanti della storia di una città, Ferrara, degli ultimi 50 anni, quindi sì, la gente è pazza e tutti, dai tifosi storici agli “occasionali” saranno al Mazza ad aspettare la squadra che rientra da Terni, quindi sì, si salta si brinda si gode. Ma c’è una parte di questa città che la Serie A l’aveva vista coi suoi occhi, e che forse osserverà compiaciuta, o farà come quel vecchietto che suonava timidamente il clacson a bordo della sua utilitaria grigia finita preda delle due ali di folla sotto al Castello, con la moglie sul sedile a fianco un po’ intimorita ma sotto sotto così contenta, di esserci. Di esserci ancora, al momento giusto. Questa parte di Ferrara che vide la storica Spal in Serie A e poi mai più invece non ci crederà mai, sotto sotto, che tutto questo è accaduto davvero, e il sentimento preponderante sarà l’irrealtà, prima ancora che la gioia. E la fitta, la prima e l’ultima di questa giornata particolare, è per chi non c’è quando doveva esserci, per coloro che usavano l’espressione “La Spal in Serie A” come metro di paragone per l’Impossibile. Mio zio, per dire, era solito profetizzarmi che lui la Spal in B non l’avrebbe mai più rivista, mentre io, suo nipote, forse ce l’avrei fatta. E la seconda e ultima profezia, di mio zio e di quella parte di ferraresi che negli anni hanno dimenticato come è fatto l’Impossibile, era che nessuno, zii, nipoti e generazioni future, mai avrebbero più rivisto la Spal in paradiso. E poi invece succede, l’Impossibile ti piove addosso quando non hai nemmeno mai iniziato a crederci. E i festeggiamenti, i cortei, i fumogeni, le bandiere appese dalle finestre, i selfie allo stadio, le gradinate riaperte in deroga, i siti che collassano per le troppe visite, le lacrime, gli abbracci virili e teneri, sembra tutto così meravigliosamente finto: una messinscena che non smentisce l’Impossibile, un carnevale che dai, va bene, bello, durerà qualche giorno poi ci sveglieremo con la Spal là dove deve stare, nelle serie minori. Zio, e una città intera, oggi si scopre ad avere torto, dopo una vita intera passata ad avere ragione solo quando si perdeva.
Non c’è un momento giusto, perché le cose accadono, e le profezie vengono smentite quando tu hai smesso di crederci o non hai mai iniziato a farlo: non prima, non dopo. Sei tu, forse, che sei in ritardo, più che la Spal: che ci insegna ad apprezzare le vittorie in qualsiasi momento arrivino, anche se in ritardo, anche se ormai sei troppo vecchio per sbronzarti di birra e fermare le macchine per strada e sfondare il clacson, anche se sei solo, e ti volti attorno e non riconosci nessuno, delle persone in festa, e quelli che aspettavano da una vita, questo momento, hanno smesso di aspettare. Non ci credi, alla Spal in Serie A e alla vita che come il calcio, non ascolta nessuna profezia. Una vita intera passata ad ascoltare le fitte al cuore: per le profezie che si frantumano, per la squadra della tua città che arriva dove mai l’avevi vista arrivare.














