PROGETTO LEUCONOE
COLLETIVOPYX
presenta
PROGETTO LEUCONOE
consulenza sonora / Riccardo Rivieccio
realizzazione scene / Armando Alovisi
spazio scenico e regia di Giulio Nocera
con
Francesca Adamo
Germana Frattini
Roberta Sanfilippo
Premesse
Ci sono dei giovani umani che sperimentano in sé l'allentarsi di ogni senso, tutti lo sentono, ma perché?
E' una domanda aperta.
In molti hanno provato a studiare questo fenomeno, qualcuno ha ridotto il tutto ad una delle tante crisi generazionali, altri invece hanno riscontrato qualcosa di nuovo ed inquietante e si è parlato così di generazione X, poi di generazione Q, di teste vuote incapaci di distinguere persino il confine fra la vita e la morte.
Umberto Galimberti nel suo "L'ospite inquietante" ha attentamente tracciato un percorso attraverso le ultime generazioni alla ricerca del seme primo del cosiddetto nichilismo giovanile.
Rimane tuttavia un grande silenzio attorno a questo fenomeno di cui tutti in realtà sono protagonisti e di cui alcuni sono colpevoli. Noi, i giovani degli anni zero, siamo quelli fatti così come direbbe Vasco, ma questo non è vero, è troppo comodo pensare alla nostra generazione come ad una generazione sfaccendata e pigra che disconosce il valore della vita e degli uomini, una generazione globalmente depressa le cui azioni sono naturalmente prive di senso e di intenzione; la verità è più dura e più scomoda e sta chiara davanti a tutti noi e come in ogni grande inganno è molto difficile far emergere il vero, così per noi è difficile spiegare quello che ci attraversa e dare dignità al nostro dramma che tanto ricorda il mistero dello scrivano Bartleby di H.Melville. Qualcosa è andato perduto, la mappa che da sempre si tramanda di padre in figlio e che serve appena ad indicarti dove sei è stata inghiottita dal ciclo della produzione che non considera e non conosce il tempo dell'amore.
Noi non sappiamo muoverci in questo mondo, e non troviamo spazio in questo tempo e siamo forse l'ultima generazione che saprà riconoscere il proprio dramma perché a quelli che nasceranno sembrerà normale sentire così poco, amare così piano, usare così poche parole aspettando che la meraviglia d'un tramonto si profili come un riflesso casuale nello schermo di un iPad. È lo specchio forse, nella sua dimensione simbolica, il miglior interprete della nostra condizione: mimiamo una connettività assoluta ma è in realtà il vuoto atroce di un mondo piccolo piccolo ad attraversarci, e droghe, suicidi, sassi dal cavalcavia bastano sempre meno a ricordarci che siamo vitali; si riduce invece il movimento, si affievolisce la memoria, e sempre più lontani siamo dal nostro desiderio di cui conosciamo sempre meno.
Fatale allora è dare risposta a un "come stai" che prepotente sempre giunge, come puro residuo formale di una comunità solidale in sparizione.
Noi non lo sappiamo come stiamo e non sappiamo cosa vogliamo ed è l'incertezza stessa la cifra della nostra vertigine. Amore però di certo ne vorremmo.
C'è questa assenza profonda al fondo dei più specifici e sempre più diffusi disturbi psicopatologici e c'è questa crisi nelle nostre menti oltre a quella dei soldi che spezza il mondo.
A certi di noi questa crisi della borsa pare un telefilm in spagnolo e certi che verranno non sapranno nemmeno riconoscere una crisi in atto e in fondo cos'importa se il mondo muore quando gli occhi non vedono più niente, quando i cuori sono spenti, quando siamo "come un animale che non ha più un verso di cui esiste un solo esemplare e che quindi è destinato alla solitudine"?
Voi dov'eravate, voi dove siete? La cifra di un atto d'accusa che non risparmia nessuno.
Il progetto
Della nostra immobilità abbiamo deciso di fare qualcosa e raccogliendo le ultime forze ci siamo riconosciuti: un piccolo gruppo che aveva riscontrato lo stesso sentire.
Ci siamo ritirati così in una casa vuota a Napoli per quattro giorni, cercando - oltre cifre e studi di settori - di andare al cuore della questione.
Guardandoci negli occhi abbiamo documentato con una telecamera le nostre interazioni, i nostri movimenti, i nostri ricordi, costruendo insieme una pratica laboratoriale quotidiana. Tutto, dal mangiare insieme fino al momento collettivo del sonno ha assunto il potere forse di precipitarci nella nostra condizione evocandola come uno spettro che timidamente si è presentato a noi. Di certo è emerso solo il nostro urgente desiderio di vivere.
Usciti dalla casa abbiamo cominciato a montare un film (attualmente ancora in lavorazione) che fosse in grado di restituire la consistenza della nostra ricerca. Poi abbiamo continuato il percorso sviluppando i temi della residenza forzata in uno spazio teatrale e cercando di codificare uno spettacolo danzante che dipingesse ancor meglio la nostra storia e che verrà presentato in due studi il 27 e il 28 aprile presso l'Ethnos Club (Via Nazionale 962 bis - Torre del Greco).
L'azione I
La prima azione del progetto rappresenta una tappa fondamentale nella realizzazione dello spettacolo finale.
Davanti ai vostri occhi sono riportati alcuni dei momenti della pratica laboratoriale avvenuta all'interno della casa.
Gli studi sono presentati nella loro forma originale. È conservato l'elemento improvvisato.
La ricerca è aperta e per questa ragione le quattro interpreti sono libere di cambiare percorsi e azioni in ogni momento, persino mentre sono in scena. La stratificazione dei cambiamenti ci racconta l'evoluzione della ricerca.
L'azione si sviluppa in quattro quadri attraverso l'utilizzo di un linguaggio muto e apparentemente incomprensibile.
Bisogna osservare e lasciarsi osservare.
Le quattro interpreti si chiamano Francesca, Germana, Maura e Roberta e non sono attrici professioniste.
L'archeologia della loro vita e il loro corpo sono gli unici strumenti della creazione.
Francesca, Germana, Maura e Roberta sono impegnate nel tentativo di comunicare fra di loro, cercano d'instaurare un impossibile rapporto con il pubblico affrontando un silenzioso e serrato dialogo.
Il gesto scalfisce il monopolio del parlato.
L'interlocutore costante, mutevole, che passa liquido da Germana a Roberta e da Maura a Francesca e da Francesca a Germana, è il vuoto - l'ospite inatteso e sempre presente, la parte del sé a cui siamo assenti.
Le quattro agiscono in uno spazio circoscritto, una nicchia, un trono, una tomba, una gabbia, una porta.
Si rappresenta la lotta della vita stessa nelle sue pendenze.
Per l'appuntamento con il vuoto Francesca, Germana, Maura e Roberta hanno scelto un oggetto da indossare, un abito, un capo d'abbigliamento che assume ogni volta un valore speciale. È l'ultima oggetto rimasto al mondo.
Lo spazio viene scoperto attraverso passi incerti. Ogni movimento è per le quattro il tentativo di intercettare finalmente il luogo in cui sono e l'incertezza stessa diviene la modalità di imparare, di scoprire e di guardare.
L'incertezza è dichiarata. Incertezza del gesto, della parola, della relazione, del tempo e del movimento. Incertezza creativa.












