Ero in seconda media quando lo vidi.
Dall'alto dei miei dodici anni pensavo che arrossire ogni volta che me lo trovavo fianco in corridoio o cercarlo con lo sguardo ogni mattina, prima di entrare in classe, fosse Amore.
Non gli avevo mai parlato, ovviamente.
L'anno dopo finimmo nella stessa classe per un laboratorio pomeridiano: eravamo meno di quindi persone, io continuavo ad arrossire, ma era lui, adesso, che la mattina mi aspettava per salutarmi.
Quelle due ore che passavamo insieme alla settimana era tutto ciò che mi ritrovavo ad aspettare, sempre. Andammo in gita insieme, quattro giorni all’isola d’Elba, tra risate e cambi di stanza notturni, e diventammo amici, tanto, ma lui si fidanzò e io mi ritrovai a odiarla ancora prima di rendermene conto.
Le medie finirono e con loro ogni mia speranza, fino a quando non lo scoprì: l'avrei rivisto ogni singolo giorno per cinque anni.
Stessa scuola, stessa classe. Era ancora troppo presto per rendermi conto che più che una benedizione, quella sarebbe stata la mia condanna.
Vorrei poter dire che al liceo le cose cambiarono, ma mentirei.
Continuai ad amarlo da lontano, a osservarlo, a sognarlo ogni notte, ad aspettare che mettesse da parte ragazzine, trucchi, tacchi, e si accorgesse che ero sempre stata lì, sempre a portata di messaggio, ogni volta che ne aveva bisogno. Condividemmo tante cose: i primi 4 a scuola, immancabili, le uscite, le prime sbronze, i balli di fine anno, le risate, le litigate, le incomprensioni, i primi amori, altri amori, miei e suoi, ma non bastava. Non mi bastava. Lui era sempre lì, da qualche parte, nella mia mente, con la sua felpa grigia che tanto amavo e le Nike un po’ rovinate.
Ogni volta che pensavo di farmi avanti mi dicevo che avrei rovinato tutto, che essere costretta a vederlo ogni giorno poi sarebbe stato un incubo, così tacevo.
Probabilmente l’ha sempre saputo in ogni caso.
E così, da dodicenne che arrossiva ad ogni sguardo, mi ritrovai ad averne diciannove, di anni, e ad essere ad un passo dalla maturità.
Studiate notturne, ansia, scleri, esami, amici, abbracci, risate, vaffanculo, libertà. Libertà. Solo chi ci è passato può capire cosa significa finire la maturità.
Tagliai ogni rapporto con lui, era il momento di prendere in mano la mia vita, di cambiare, di essere me stessa.
Durante il primo anno di università ci vedemmo due volte, io intanto sul suo profilo cliccavo sempre meno, non cercavo più i suoi occhi azzurri ogni mattina.
Fino a ieri sera.
Ero con un ragazzo, ci siamo seduti nel tavolino più isolato del bar, stavamo parlando, quando l’ho visto. Ho capito che era lui ancora prima di vederlo in faccia. Mi ha salutata, sorridendo, e ha raggiunto i suoi amici nel tavolino esattamente davanti al mio.
Poi mi chiedono perché dico che l’universo mi odia.
Gli ho dedicato, nella mia testa, gli insulti più fantasiosi che riuscivo a pensare, mentre fingevo indifferenza, rivolgendoli anche a me stessa, perché da qualche parte, dentro di me, qualcuno urlava di gioia perché sì, dio, finalmente ti rivedo.
E’ cambiato, è cresciuto: otto anni e riusciva a farmi sentire ancora come la ragazzina che lo aspettava fuori da scuola, alle medie.
Cercavo i suoi occhi mentre parlavo con un altro e mi odiavo, tanto, perché l’alternativa sarebbe stata odiare lui, ma non ne sono mai stata capace.
Come può finire, un amore che non è mai iniziato?