ma perché io mi devo sentire perseguitata.
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@rraskolnikovv
ma perché io mi devo sentire perseguitata.
ho tutto? si. cerco di meglio? certo.
Horror ?
dipende con che spirito la affrontiiiii
la mia vita una serie tv
chi non ti educa all’amore, amore, non ti ama.
solo una cosa, prima di continuare, ti andrebbe di spostarci in privato? solo se ti va, se no continuiamo così
come preferisci, l’unica è che (come hai visto) non sempre riesco ad essere molto rapida a rispondere ahahah.
anche stavolta non mi hai deluso :)
glad to hear that. :)
Quando leggiamo Delitto e castigo, proviamo compassione per Rodja: lo seguiamo nel suo delirio, nella solitudine, nel tormento interiore. Ma se incontrassimo una persona reale con le sue stesse azioni – un giovane che uccide a freddo una vecchia e sua sorella – proveremmo orrore e repulsione. Secondo te, cosa dice questo scarto sulla differenza tra comprendere psicologicamente un personaggio e giudicare moralmente una persona in carne e ossa? La letteratura ci rende più empatici o ci illude di esserlo?
la letteratura - in realtà la nostra immaginazione - ci permette di attraversare confini imposti dal reale, di viaggiare, di inventare, cosi come ci permette di sovrastimare tranquillamente le nostre capacità. Quante volte, analizzando una situazione, pensiamo di essere super capaci di affrontare una cosa, di non provare fatica, rabbia, delusione? Stessa cosa avviene in questo esempio tuo. A livello ideale, pensato, proviamo compassione per la sua misera condizione; non ne veniamo direttamente toccati, come siamo riusciti a crearlo nella nostra mente possiamo disfarlo. Quando si tratta di una persona in carne ed ossa che compie esattamente le stesse azioni, il cambiamento è violentissimo. Si innescano tutta una serie di altre dinamiche (protezione, senso di comunità, orrore, paura reale, etc) che offuscano il "buonismo" iniziale.
Per rispondere in breve, penso che in parte ci illuda di esserlo (così tanto) e ci faccia credere di essere migliori di quello che siamo.
Sai mi piacerebbe molto parlare ancora con te di queste cose
È stato davvero bello
Non importa
Buon tutto!
io ti rispondo, quando riesco. a prestooo!
Eccoti! Sì, ho visto la risposta, anche se è passato boh, un mese? Non importa, la tua risposta super esauriente ne è valsa l'attesa, grazie mille!
grazie per la pazienzaaaa. 💖
Mi ha fatto tornare in mente una cosa che mi ronza in testa da un po', e visto che hai studiato psicologia, sono curioso di sapere cosa ne pensi tu.
Da quando ho iniziato a interessarmi più seriamente alla psicologia (da autodidatta, niente a che vedere con un percorso accademico), ho notato che il mio modo di fare arte è cambiato in modo sottile ma profondo. Da un lato, ho acquisito strumenti utilissimi: riconosco prima i blocchi creativi per quello che sono (perfezionismo paralizzante, paura del giudizio, quella vocina che dice "chi credi di essere"), e a volte riesco a disinnescarli. Dall'altro lato, però, mi capita di sentire che l'analisi si mette in mezzo: mentre disegno o scrivo, a volte mi scopro a chiedermi "perché questo personaggio mi attrae?" o "cosa sta dicendo di me questa scelta cromatica?" e rischio di uscire dal flusso.
Mi chiedo se per te, che hai studiato la materia in modo strutturato, questo fenomeno sia più forte o se invece hai imparato a "conviverci". La tua formazione ti ha dato delle chiavi per entrare meglio nel processo creativo, o a volte è una vocina in più che si aggiunge al coro di quelle da zittire?
E poi c'è un'altra cosa che mi incuriosisce: da laureata in psicologia, quando guardi un'opera — un film, un libro, un'illustrazione — riesci a "spegnere" lo sguardo clinico? O ormai è parte integrante del tuo modo di fruire l'arte? E nel caso, lo vivi come un arricchimento o come una leggera distanza che si frappone all'immersione emotiva?
Forse è un falso dilemma, perché alla fine psicologia e creatività parlano entrambe di cosa significa essere umani. Ma sono curioso di sapere come vivi tu questo confine, se per te esiste davvero o se alla fine è solo un altro modo — più consapevole — di fare e guardare le cose.
Ho aspettato parecchio a rispondere a questa domanda, perdonami, avevo bisogno di rifletterci un po' su; spero comunque riuscirai a leggere la risposta.
Il tuo punto è decisamente interessante, e fermo restando che si tratta di visioni totalmente "soggettive", ti spiego come la penso io. Solitamente questi strumenti in più (o sguardo clinico, qualcuno preferirebbe chiamarlo) sono utilissimi, più che per sè, per l'analisi e l'osservazione di situazioni a te esterne, dinamiche relazionali, patologie e sintomi che riguardano altre persone.
Certo, puoi raggiungere a consapevolezze maggiori su quelle che possono essere le tue tendenze o trovarti magari ad ascoltare un tratto di te a cui non avevi mai fatto particolarmente attenzione, ma difficilmente riesci, con solo lo studio o l'interessamento da autodidatta, a "curarti da solo", o meglio a saper guarire quelle ferite che porti dentro, come tutti. Anche il solo fatto di analizzarsi continuamente non è funzionale al conoscere noi stessi meglio, anzi, porterebbe a stare costantemente all'erta bloccando il normale andamento delle cose.
Il fatto di fare una scelta piuttosto che un'altra, il microanalizzare tutte le piccole tendenze rischia fortemente di essere un blocco al flusso creativo. Ti faccio un esempio che ci assomiglia parecchio: il concetto di iperpatologizzazione. Quando entriamo a far parte con il complessissimo mondo della psicologia, specialmente all'inizio secondo l'esperienza personale, diventiamo ossessionati dal trovare riscontri reali nella nostra storia di vita, nei nostri familiari o amici. Questo porta a estremizzare qualsiasi sintomo normale etichettandolo come patologia, solo perchè una determinata tendenza ricorda quel disturbo. In questo modo, ignoriamo che tutte le persone possiedono tratti che richiamano a questa o quella patologia, ma per la maggior parte dei casi non sono pervasivi / in comorbidita quindi non si parla di disturbo, perchè il funzionamento dell'individuo rimane buono.
Ergo, secondo me non dovresti soffermarti su quelle particolari domande se vuoi fare arte. Lascia ciò che c'è di positivo, come il saper gestire i blocchi, ma non fossilizzarti sulle tendenze normali (come il preferire un colore piuttosto che un altro).
Per quanto riguarda la seconda parte, riesco a "spegnere lo sguardo clinico" per diversi motivi: uno perchè non sono fondamentalmente cosi tanto allenata, nonostante siano passati quasi 6 anni mi considero ancora molto indietro nel percorso. Due, perchè mantenere una certa attenzione nell'osservazione clinica è estremamente faticoso. Puoi farlo, stare concentrato, ma non è funzionale che perduri per tutta la vita al di fuori del lavoro / studio. Tre, anche i migliori terapeuti devono restare esseri umani che si emozionano, sbagliano, si sentono stanchi, sopraffatti etc. Si perderebbe troppo l'umanità ad essere sempre macchine che analizzano, classificano e si interrogano. Un conto è essere più attento a determinate cose (o consapevole), un conto è avere sempre lo sguardo clinico.
Spero di essermi un po' spiegata, grazie mille per la domanda super interessante :)
"I’ve been tagged by my friend @sognoedisincanto to post three songs in heavy rotation, so here they are."
no caption needed.
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porcodio cazzo perche mi sento così sola, diocane. mi sembra di soffocare.
“occhio a non perderti, però”
nel mio mondo fa un cazzo di freddo.
one call away
non mi va, un’altra volta, tornare giù, perdere me.