Sono freelance, lavoro come editor e content manager per attività medio-piccole.
Propongo un servizio di aggiornamento e di esplorazione in cui provo a trattare del rapporto tra digitale, tecnologia e cultura.
Lavoro a progetti culturali, alla loro ideazione e alla loro comunicazione.
Per TOAST! Un panino digitale (servizio di aggiornamento e di esplorazione) ho chiesto un commento a Vanessa Tripi su moda sostenibile, second hand e Gen Z.
Vanessa si ritrova su Instagram @vanessa.iello e soprattutto sul suo canale YouTube Vanessa Tripi IELLO.
Per TOAST! Un panino digitale (servizio di aggiornamento e di esplorazione) ho chiesto un contributo ad Alberto Marzetta (partner di Amapola - Talking Sustainability) su:
· attivisti per il clima e opere d'arte
· dove siamo con la comunicazione di questi temi
· sostenibilità per le aziende
Alcune serie TV raccontano la pandemia nella quotidianità dei personaggi, altre sono ambientate in un futuro post-pandemia, altre ancora ignorano del tutto gli eventi degli ultimi due anni. Parlare di pandemia nelle serie TV è un’angoscia senza fine o una risposta alla domanda di maggiore realismo?
I primi due episodi della quarta stagione di The Good Doctor, Frontline part 1 e Frontline part 2 sono interamente ambientati nelle settimane dell’emergenza di aprile 2020: all’inizio del terzo episodio, Freddie Highmore esce dal personaggio per una breve dichiarazione:
“...l’episodio che vedrete rappresenta una speranza per il futuro, un futuro dove non dovremo più usare le mascherine o stare attenti per il Covid. Nel frattempo, proteggete voi stessi e gli altri.”
Nel primo episodio di And Just Like That… (spin off di Sex & and The City) le protagoniste si ritrovano in un locale di New York e la prima battuta di Carrie Bradshow è: “Vi ricordate quando per legge dovevamo stare a due metri di distanza?”, Miranda risponde: “Sì e mi manca”.
Nella seconda stagione di DOC – Nelle tue mani, serie televisiva italiana con Luca Argentero, l’ospedale Policlinico Ambrosiano ha ormai superato la fase critica della pandemia ed è sottoposto a una serie di indagini per verificare se personale e risorse fossero pronti all’emergenza sanitaria.
La sesta stagione di Superstore, sitcom ambientata in un supermercato di una catena di nome Cloud 9, ripercorre le fasi dell’avvicinarsi dell’emergenza: le persone che aspettano in coda nel parcheggio del supermercato per fare la spesa, i protocolli aziendali riguardo l’uso dei dispositivi di protezione individuale, la sanificazione degli spazi, la gestione dei clienti.
- “Ma ce le mandano loro le mascherine? Perché io ho soltanto questa e ormai è tutta slinguazzata!”
- “Ahm, non credo, anzi no. Si sono impegnati a donare mascherine e camici ai nostri ospedali…”
- “E per noi nessuna protezione? Io sono un bersaglio facile al costumer service. Sapete quanto sputacchia e sbava la gente?”
La seconda stagione di The Morning Show con Jennifer Aniston, Steve Carell e Reese Witherspoon è ambientata nei primi mesi del 2020 e mostra l’evoluzione dell’emergenza sanitaria dal punto di vista di chi lavora nel campo dell’informazione televisiva.
Esistono diversi approcci alla rappresentazione della pandemia nelle serie TV. Ci sono show che evitano totalmente di parlare di pandemia, show che costruiscono una linea temporale alternativa, show che raccontano uno scenario a pandemia finita, show che ci basano un’intera stagione, show che provano a integrare la pandemia nel racconto della quotidianità dei personaggi.
James Poniewozik è un critico televisivo di The New York Times e nel suo pezzo intitolato Wondering When the Pandemic Will End? On TV, It Already Has. sostiene che negli ultimi due anni la maggior parte degli show televisivi ha scelto di non rappresentare la pandemia oppure di archiviarla come trascorsa e conclusa. Sono scelte più che comprensibili (anche dal punto di vista logistico) e che in alcuni casi sono state imposte:
“Il Covid ha toccato ogni aspetto della vita mondana. Le mascherine limitavano l'espressività facciale. Il distanziamento sociale nella vita reale significava che il motore di base delle sitcom – persone che parlano in una stanza, in un bar o in un ufficio – erano situazioni cariche di angoscia.”
Poniewozik sostiene però che la scelta di non rappresentare gli avvenimenti degli ultimi due anni provochi una dissonanza cognitiva negli spettatori di show che parlano di vita quotidiana.
“Quando di recente su Hulu ho visto un episodio "post-pandemia" di Grey’s Anatomy, questo si è aperto con una pubblicità che mi esortava a fare la dose booster del vaccino. Per i programmi che cercano di mostrare semplicemente come le persone vivono la vita quotidiana, le sfide della pandemia sono più sottili e pervasive di quelle presentate dalle catastrofi passate. Dopo l'11 settembre non c'era bisogno che il tema della sicurezza nazionale venisse inserito nella sitcom Friends...”
La forza della TV, secondo Poniewozik, è la capacità di rimanere al passo con i tempi - complice anche una programmazione più snella di quella del cinema o dell’editoria, che però non è istantanea e durante una pandemia i tempi per girare si allungano molto. Gli show che hanno scelto di raccontare la pandemia svolgono la funzione di capsule del tempo, in quanto scritti e girati in tempi di totale incertezza (non abbiamo vaccini. Ci sono i vaccini, ma funzioneranno? Omicron ci investirà tutti?), in cui i professionisti che fanno la TV si sono ritrovati a indovinare il futuro della pandemia e a compiere scelte precise sulle vicende da rappresentare basandosi sulle proprie sensazioni del momento.
“Tuttavia, è sorprendente che la TV, la cui forza è la capacità di rimanere al passo con il momento, abbia in generale lavorato così duramente per evitare di raccontare la cosa più grande accaduta al suo pubblico negli ultimi due anni. Si potrebbe facilmente immaginare che le mascherine diventeranno un giorno un punto fermo - perfino un cliché - dei film in costume, una scorciatoia visiva dei “giorni turbolenti del 2020"…”
È altrettanto vero che molte persone non vogliono essere costrette a ricordarsi della pandemia quando decidono di guardare una serie TV perché desiderano conservare uno spazio di evasione dalla realtà.
“Ma ti viene comunque ricordata, se non altro dall’inquietudine che genera vedere i personaggi televisivi agire come se la pandemia fosse storia passata, quando tu stai ancora cercando di mettere le mani su un tampone rapido.”
Invitro - Teatro on demand è una stagione teatrale on demand con spettacoli messi in scena da un gruppo di teatri cooperativi lombardi e disponibili dal 14 aprile 2021 al 31 marzo 2022.
Tutti gli spettacoli sono stati messi in scena appositamente da teatri cooperativi lombardi, disponibili online e fruibili attraverso computer, smartphone e tablet. Gli utenti scelgono se acquistare gli accessi per una singola opera teatrale oppure l’intero abbonamento (tutti gli spettacoli) online per la durata della stagione (6 mesi).
Gli spettacoli:
Teatro Menotti, Far finta di essere sani - Di Giorgio Gaber
Teatro del Buratto, Janis - Take another little piece of my heart
Teatro della Cooperativa, Nome di battaglia Lia
MTM Manifatture Teatrali Milanesi, Cyrano sulla luna
Teatro dell’Elfo, Mary una sarta per Shakespeare
Teatro Magro, SN | 1604 corpo celeste - nulla-tutto si crea, si distrugge, si trasforma
Industria Scenica, WEBulli
Invitro è un esperimento cooperativo al quale hanno aderito i teatri milanesi Teatro dell’Elfo, Teatro del Buratto, MTM Manifatture Teatrali Milanesi, Teatro Menotti, Teatro della Cooperativa, Teatro Magro di Mantova e Industria Scenica di Vimodrone. Il progetto è nato nell’ambito delle iniziative di innovazione digitale promosse da Fondazione Pico, Digital Innovation Hub di Legacoop, e nello specifico dal nodo territoriale di Pico Lombardia, con Legacoop Lombardia e Coopservizi, in collaborazione con partner appartenenti al mondo cooperativo lombardo: Genera, Gnucoop, Hagam, Multimagine e Smart.
I Teatri Cooperativi Lombardi (e non solo) vivono da tempo una situazione economicamente complicata a causa di diversi fattori, che l’emergenza sanitaria ha accentuato. Invitro vuole essere uno strumento utile per affrontare il presente e, al contempo, un’occasione per ripensare il futuro.
Nella visione a lungo termine – dopo la fase Invitro, di sperimentazione – c’è la costituzione di una piattaforma teatrale cooperativa permanente dove i Soci saranno i teatri, i partner e gli utenti, sviluppata attraverso una proposta di stagioni teatrali online allargando il modello a livello nazionale. Alla piattaforma è abbinata una campagna di raccolta fondi a favore dei lavoratori dello spettacolo (il 5% sugli incassi – vendita di spettacoli e abbonamenti, sponsorizzazioni).
Uno dei momenti più felici degli ultimi anni, quando con il vecchio team del Mille abbiamo messo in piedi la Tarantinite. In questa foto c'è un sacco di roba: affetto, soddisfazione, sudore, fiducia e tempo. C'è Maurizio Principato, un amico, un professionista, un "viaggiatore", che ci ha fatto vedere com'è quando crei una cosa da zero, che è sì lavoro, ma anche molto altro. È passione, amicizia, impegno, stima.
Mi sono sempre sentita trattata alla pari da lui. Non c'era differenza d'età che contasse, considerava le persone per quello che erano in quel momento, a prescindere da ogni diversità. Una qualità straordinaria che mi farà sempre sentire fortunata ad aver fatto un pezzo di strada con lui.
Metto qui questi pensieri sconnessi perché nel mondo ci sia un altro minuscolo contributo al ricordo di Mauri. Mancherai così tanto.
The Social Dilemma è un docu-drama che in molti stanno guardando su Netflix e commentando sui social. Sembra che oggi vediamo molti più documentari di prima: qualcosa è cambiato in questo genere e forse c’entra anche Netflix.
Un paio di settimane fa su Netflix è uscito un nuovo documentario, The Social Dilemma di Jeff Orlowski. È un docu-drama, un documentario che comprende parti sceneggiate e interpretate da attori.
Ex dirigenti di Facebook, Google, Pinterest, Instagram e Twitter (addirittura i co-inventori dello scroll infinito e del tasto Mi piace) insomma le menti più prolifiche della Silicon Valley che hanno contribuito a creare algoritmi e interfacce, spiegano il funzionamento dei famosi algoritmi, ovvero quei sistemi studiati apposta per invogliarci a rimanere connessi per il maggiore tempo possibile commentando, mettendo like, scrollando all’infinito. Perché più restiamo collegati a un social network, più gli introiti di quella piattaforma aumentano. Ecco perchè ogni social è in competizione con un altro per attirare l’attenzione delle persone, la chiamano attention economy nei social media.
In TSD parlano anche alcuni accademici tra cui Shoshana Zuboff, professoressa emerita alla Harvard Business School e autrice del libro “Il capitalismo della sorveglianza” (Luiss University Press, 2019) che dice:
«Questi mercati minano la democrazia e la libertà e dovrebbero essere banditi. Questa non è una proposta radicale: ci sono altri mercati che sono banditi. È bandito il mercato degli schiavi, è bandito il mercato degli organi umani. Perché hanno inevitabili conseguenze distruttive».
Più o meno è questo il tenore di tutta la narrazione.
In moltissimi in questi giorni stanno commentando il documentario, chi più chi meno dicendo qualcosa di interessante. Gianluca Diegoli nella sua newsletter “Il venerdì di [mini]marketing”, ha messo a nudo alcuni cortocircuiti su cui è costruito questo documentario tra cui questo: il documentario che denuncia la pericolosa deriva del potere degli algoritmi è prodotto e ospitato su una delle piattaforme che più fa degli algoritmi lo strumento della propria prosperità: Netflix.
Netflix ha un sofisticato sistema di consigli che punta a personalizzare l'esperienza visiva a un livello che difficilmente la TV riesce a raggiungere. Lo fa tracciando i dati dell'utente e tenendo conto di ogni interazione che l'utente ha con la piattaforma. Colleziona informazioni non solo su ciò che l'utente guarda, ma anche sul dispositivo che utilizza, a quale ora del giorno e per quanto tempo. Questi elementi producono un profilo utente che viene utilizzato per prevedere cosa potrebbe piacerci guardare la prossima volta che accederemo alla piattaforma. L'utente riceve consigli sotto forma di notifiche sullo smartphone o tramite newsletter che contengono aggiornamenti come "le migliori scelte per Sarah" oppure "drammi TV acclamati dalla critica da vedere tutti d’un fiato".
Fonte: How Netflix changed what we watch on our screens
Netflix ha circa 167 milioni di clienti paganti in tutto il mondo ma sembra che non rilasci i dati di visualizzazione, per esempio quante persone guardano i suoi documentari.
Matteo Bordone è giornalista e si occupa tra tante cose di tecnologia, radio e prodotti televisivi, ha un podcast riservato agli abbonati della testata Il Post e negli ultimi tempi ha parlato proprio di documentari.
Bordone sostiene che non abbiamo mai guardato così tanti documentari come oggi e che stanno diventando un modo per imparare le cose: invece di leggere un saggio preferiamo cercare e guardare un documentario. Quello del documentario è un genere che è sempre stato di nicchia, con i suoi appassionati, i suoi festival e i suoi registi, ma che oggi sta avendo una sorta di rinascita prendendo il posto di molta fiction. Il responsabile, secondo Bordone, è indubbiamente Netflix nella persona di Lisa Nishimura, vice presidente della società, che ha contribuito ad accrescere la spendibilità del documentario come prodotto audio visivo in vendita e a renderlo pop (ti è capitato di parlare di un documentario a cena con gli amici? Ecco). Tipo che il successo di Tiger King durante il lockdown - la docu-serie investigativa su Joe Exotic, ex proprietario di uno zoo di grandi felini e animali esotici in Oklahoma - lo devono a lei.
Dopo aver visto una puntata di Chef’s Table BBQ sul Texas, Bordone ha teorizzato tre fenomeni che caratterizzano il documentario contemporaneo e la sua trasformazione. Ha coniato tre parole:
straordinarismo: la tendenza a inserire nei documentari dei personaggi che dicono “wow! è straordinario!” oppure “questa è una storia pazzesca!”. In generale un atteggiamento di continuo e forzato stupore, che ribadisce in modo posticcio la qualità dell’oggetto del documentario.
personaggite: la trasformazione in personaggi di tutte le figure interpellate, anche quelle che non avrebbero niente di utile da aggiungere ma contribuiscono a rendere più calda la narrazione.
racconteria: tutto deve essere immerso in uno storytelling che riguarda qualunque cosa perciò, anche se una storia ha un andamento lineare, attraverso degli espedienti narrativi è possibile renderla un dilemma terribile oppure una situazione drammatica. Proprio come se si volessero spostare i canoni della fiction nella non-fiction.
Ce ne siamo accorti da tempo che Netflix sta cambiando ciò che guardiamo in TV e come lo facciamo. Tra gli addetti ai lavori c’è anche la percezione che la piattaforma stia cambiando l’industria televisiva, arrivando a toccare anche il modo in cui si costruiscono i documentari.
Che il documentario sia oggi un genere redditizio lo dimostra il fatto che ai piani alti delle produzioni televisive siano sempre più richiesti i documentari “netflixy”, un aggettivo che fa riferimento a quel look and feel epico e cinematografico tipico delle produzioni Netflix. Matt Robins, direttore creativo della società di produzioni televisive londinese October Films, sostiene che Netflix abbia alzato il livello nella narrazione dei documentari e di come nel settore si siano ormai resi conto che il documentario può essere d'impatto tanto quanto la fiction. Di conseguenza i budget e le ambizioni sono aumentati, costringendo i competitor della piattaforma a buttarsi in questa corsa.
Fonte: How Netflix is shaking up the documentary world
Fun fact: Netflix è nato nel 1997 come un sito che consentiva alle persone di noleggiare DVD online, riceverli per posta e restituirli allo stesso modo.
Dicevamo che i documentari sono un modo per imparare qualcosa che non sappiamo. Tutto questo parlare di cose che non sappiamo ma che vogliamo imparare, sembra di vederlo anche online, sui social network. Ne ho parlato pochi mesi fa con una collega: a proposito di divulgazione e di persone che la fanno online, discutevamo di come su Instagram (e non solo, anche su YouTube) si possano trovare divulgatori per tantissimi argomenti. C’è Tizio per la scienza, Caio per l’attualità, Sempronio per la letteratura inglese, poi qualcuno esperto di treni e un altro ancora che parla di galateo. Notavamo che c’è grande movimento e seguito attorno a queste figure, e ci è sembrato di notare una tendenza da parte degli utenti a cercare persone che “spieghino le cose”.
C’è una parola in particolare che ho sentito e letto molte volte negli ultimi cinque mesi: bias. Tutti parlano di bias. E questa cosa è essa stessa un bias. Come quando ti metti a cercare casa e all’improvviso il tuo occhio diventa un ninja nell’intercettare cartelli di case in vendita mentre sei per strada, convincendoti di essere nel pieno di un boom delle vendite immobiliari. È un bias selettivo, questo, quando si iniziano a notare cose a cui prima non facevi caso e ti convinci – sbagliando – che queste cose accadono più spesso del solito.
Prima di tutto, cos’è.
Bias è un termine inglese e significa obliquo, inclinato. Garzanti Linguistica lo definisce “in psicologia, errore di interpretazione, giudizio arbitrario o distorto”. Cambridge Dictionary riporta: "The fact of allowing personal opinions to influence your judgment in an unfair way".
“In psicologia il bias cognitivo indica una tendenza a creare la propria realtà soggettiva che non necessariamente corrisponde all'evidenza, e viene sviluppata sulla base dell'interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, portando quindi a un errore di valutazione o a una mancanza di oggettività di giudizio”.
(Bias cognitivo, Wikipedia)
I bias cognitivi sono meccanismi di pensiero che si basano su pregiudizi, esperienze soggettive o percezioni sbagliate che compromettono l'esito di un'attività critica del nostro cervello impattando sulle nostre decisioni e i nostri comportamenti quotidiani.
Ecco un po’ di contesto e di approfondimento per alcuni bias cognitivi.
1. Bias di conferma
C’è un articolo del 2009 di Dario Bressanini, chimico e divulgatore scientifico, che si intitola Cercasi conferma disperatamente. Attraverso un gioco di logica, Bressanini spiega cos’è il bias di conferma:
“il nostro cervello si fa un’idea di come funziona un certo fenomeno, e poi cerca degli esempi che confermano questo nostro modo di interpretare il mondo. Cerchiamo una “conferma”. Dal punto di vista logico invece è fondamentale anche cercare di falsificare una ipotesi: provare a vedere se è falsa.”
Come il tormentone del cucchiaino infilato nella bottiglia di spumante aperta, che secondo la leggenda ne conserverebbe la frizzantezza. Bressanini dice che se vuoi verificare l’efficacia del cucchiaino e testare l’affermazione: per mantenere frizzante lo champagne devo mettere il cucchiaino
“quello che devo fare non è prendere una bottiglia, infilarci un cucchiaio e aspettare 24 ore. Anche se ripetessi l’esperimento cento volte e per cento volte trovassi che lo champagne è ancora frizzante il giorno dopo non avrei ancora dimostrato nulla. Così come se lavo cento volte con la Biowash ball e sono contento del risultato non ho dimostrato nulla. O così se prendo una pillola omeopatica e dopo un paio di giorni mi passa il raffreddore non ho dimostrato nulla. Questo è esattamente il bisogno della conferma che ci suggerisce il nostro cervello. Quello che devo fare è cercare di falsificare la teoria: mi aspetto che non mettendo il cucchiaino l’effervescenza svanisca o, comunque, sia ridotta, quindi provo a lasciare una bottiglia aperta senza cucchiaino. E per meglio verificare l’effervescenza la confronto con una bottiglia con cucchiaino. È solo questa prova che ci permette di dimostrare che la teoria è falsa.”
È bias di conferma quando acquisiamo nuove informazioni e tendiamo a dare più credibilità a quelle che confermano la nostra idea, facendoci ignorare o sminuire quelle che la confutano.
Quando incontriamo il bias di conferma? Nei dibattiti politici, nella discussione su temi di interesse pubblico, nelle teorie complottiste per esempio.
A proposito dell’impatto del bias di conferma sulla nostra quotidianità, soprattutto quando si tratta di imparare un metodo di ragionamento:
[…] In my Critical Thinking classes, the Confirmation Bias is the one I constantly warn students about. We all favour ideas that confirm our existing beliefs and what we think we know. Likewise, when we conduct research, we all suffer from trying to find sources that justify what we believe about the subject. […] That is, we must overcome confirmation bias and consider both sides (or, if there are more than two, all sides) of the story. Remember, we are cognitively lazy – we don’t like changing our knowledge (schema) structures and how we think about things.
(12 Common Biases That Affect How We Make Everyday Decisions, psychologytoday.com)
2. Effetto Dunning-Kruger
L'effetto Dunning-Kruger è quella situazione per cui chi ha un basso livello di conoscenza in un ambito, sopravvaluta le proprie capacità.
“Il paradosso è che con l’aumentare delle conoscenze l’effetto decresce. Raggiunge un picco bassissimo che andrà lentamente risollevandosi, ma senza ritrovare mai la self-confidence del grado 0 di conoscenza. Perché più ci si addentra nella complessità, meno si è propensi a credere che le cose possano essere definite.
Curiosamente, dunque, gli esperti si fanno più timorosi, hanno la tendenza a sottostimare le proprie conoscenze e capacità, pensano che se qualcosa riesce loro facile, sia così per tutti. Fino a sfociare nella sindrome dell’impostore, la patologia di chi, nonostante i riconoscimenti e le alte performance, attribuisce il proprio successo a fattori che non lo riguardano. Il tempismo, oppure la fortuna. E l’impostore per definizione convive con l’ansia di essere scoperto, quindi tende al low profile.”
(Il successo dell’incompetenza spiegato con l’effetto Dunning-Kruger, alleyoop.ilsole24ore.com)
3. Bias di negatività
Questo bias entra in gioco quando nel prendere una decisione ci si concentra maggiormente sui possibili esiti negativi, dando loro più peso rispetto che a quelli positivi.
Nell’articolo Perché sottovalutiamo le notizie positive ed enfatizziamo le negative, Annamaria Testa scrive:
“È, infine, il bias della negatività (negativity bias) a far sì che gli elementi negativi catturino la nostra attenzione in modo più prepotente: questo, tra l’altro, vuol anche dire che li ricorderemo di più, e più a lungo, cortocircuitando negatività, disponibilità, conferme. Ed eccoci al punto.
[…] Sarebbe giusto e utile trovare un po’ più spesso sui mezzi d’informazione notizie buone, non solo per sentirci meno insoddisfatti, ma anche per farci un’idea più equilibrata del mondo, rompendo il cortocircuito: attenzione alle cattive notizie/ricordo esclusivo di cattive notizie/previsione di ulteriori cattive notizie/attenzione alle cattive notizie...”
4. Bias del senno di poi (hindsight bias)
Quando si recepisce un’informazione e la si dà come ovvia. Così, quando si verifica un evento, il bias del senno di poi porta a credere di aver saputo prevedere proprio il verificarsi di quell’evento. Alessandro Manzoni scrisse: "Del senno di poi son piene le fosse".
5. Apofenia e pareidolia
L'apofenia è la tendenza a individuare schemi tra dati casuali. Estremizzando: i grafici delle morti per annegamento in piscina e il numero di film in cui compare Nicholas Cage dal 1999 al 2009 hanno lo stesso andamento, ergo, sono collegati.
La forma visiva dell'apofenia si chiama pareidolia: un famoso esempio è il “Volto su Marte”, ritratto in una foto del 25 luglio 1976 dalla sonda spaziale Viking 1 che si trovava in orbita sul pianeta Marte. Il “volto” è un’area della superficie del pianeta Marte, la regione di Cydonia.
Possono esserci bias nell’intelligenza artificiale?
Tra il 2014 e il 2017 Amazon ha utilizzato un sistema di intelligenza artificiale (AI) per valutare le candidature lavorative. L’obiettivo era quello di diminuire gli errori di valutazione dei reclutatori dovuti alla soggettività. Tale sistema ha rivelato molto presto un grosso problema: l’intelligenza artificiale stava penalizzando palesemente i curricula di donne. Questo perché l’intelligenza artificiale era stata “allenata” con curricula dei dieci anni precedenti, provenienti per lo più da uomini che al tempo occupavano il maggior numero di posti di lavoro nel settore tecnologico.
Si tratta di un caso di AI bias e dimostra come il processo di raccolta dei dati sia uno dei punti più delicati per non cadere in una distorsione del meccanismo. Su MIT Technology Review c’è un articolo che spiega molto bene questo problema: This is how AI bias really happens—and why it’s so hard to fix.
Opinione e informazione: scambi a cui stiamo assistendo intorno a #BlackLivesMatter
C’è un dibattito in corso su opinione e informazione che coinvolge influencer e followers, messo in evidenza dalle proteste di #BLM. Su Instagram e Twitter, in Italia così come in USA.
Su Instagram e Twitter negli ultimi giorni si stanno manifestando alcuni macro atteggiamenti nelle interazioni tra content creator (leggi influencer) e followers. Atteggiamenti emersi intorno al tema delle proteste americane scatenate dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis. Molti content creator italiani vi hanno fatto riferimento, ognuno a modo suo. Chi ha ritenuto utile linkare a fonti dirette, chi fornisce una cronaca il più precisa possibile, chi si tira indietro perché non si sente adeguatamente informato. Molti di loro hanno parlato di quanto possa essere complicato affrontare in modo serio questo argomento, di quanto la situazione sia articolata, di quanto una delle cose più utili che si possa fare è cercare l’informazione dove essa realmente sta.
Di seguito alcuni scambi tra content creator e followers italiani, specialmente su Instagram.
Influencer, facci delle Stories per aiutarci a capire cosa sta succedendo.
I followers chiedono che i loro content creator preferiti pubblichino dei contenuti in grado di spiegargli in modo semplice ma efficace le ragioni storiche, sociali e politiche di #BLM. Si tratta di nicchie che normalmente non hanno a che fare con argomenti di questo tipo ma che desiderano il punto di vista di QUELLA specifica personalità, vuoi anche perché i formati di Instagram rendono i contenuti particolarmente potabili e on demand.
Influencer, perché non ci dici la tua opinione? Come fai a non averne una? Sei fuori dal mondo se non ti stai occupando di questa vicenda.
I fan si aspettavano un intervento tempestivo e profondo, e invece l’influencer non ha detto niente per giorni. Con tutti i followers che ha, ha il dovere di dire qualcosa per sostenere la causa.
Tu influencer non hai speso mezza parola su questa vicenda e oggi te ne esci con il quadrato nero su Instagram e l’hashtag #BlackOutTuesday. Non si fa marketing con l’attivismo.
L’influencer ha continuato a fare stories pagate dai brand con i quali ha una collaborazione attiva quando all’improvviso ha deciso di dedicare uno spazio a #BLM per poi tornare a fare quello che ha sempre fatto. Il follower di conseguenza pensa che sia molto ipocrita e che non lo seguirà più.
Non è che siccome ti seguono in 500.000 devi per forza avere qualcosa da dire su tutto quello che succede nel mondo. Hai una responsabilità nei confronti dei tuoi follower, se sei informato parli altrimenti taci.
I followers pensano che non ci sia bisogno dell’ennesimo influencer che arriva a spiegare cosa succede oltre oceano, le informazioni se le cercano in altri luoghi.
Noi influencer non siamo fonti di informazione né divulgatori: esistono voci più autorevoli delle nostre per apprendere informazioni. Per questo non ho ancora toccato i fatti di cronaca americani.
C’è chi ne fa un discorso di responsabilità nei confronti della propria audience:
"Come tutte voi, ho opinioni su tutto. La differenza è tra l'opinione che esprimiamo a casa nostra sedute a tavola con gli amici e l'opinione che si espone davanti a 600.000 persone".
Comodo esporsi sul razzismo negli USA, lo è un po’ meno prendere posizione sulla politica interna italiana e il razzismo che c’è nel nostro paese, da influencer. Hanno la coscienza a posto quelli che per un giorno usano l’hashtag #BlackLivesMatter.
Anche a costo di essere impopolare, c’è chi mette in evidenza un’incoerenza di fondo: ora in molti cavalcano l’onda di #BLM ma in pochissimi hanno il coraggio di occuparsi pubblicamente del rapporto - decisamente complicato - che l’Italia ha con questo genere di temi.
È una situazione articolata. C’è una sovrapposizione tra informazione e opinione che non aiuta a leggere i fatti storici a cui stiamo assistendo. Forse c’è uno spostamento di fuoco: dalla necessità di essere informati al desiderio di ingollare opinioni scambiandole per informazione. Entrambe le parti, poi, finiscono con il parlare di responsabilità nei confronti di una vasta platea.
Lo scambio tra content creator e followers non è solo italiano: People are urging influencers and celebrities to support Black Lives Matter online or stop posting entirely.
A proposito di informazione e di cominciare a fare qualcosa:
il lavoro di Francesco Costa
la ricostruzione della morte di George Floyd da parte del New York Times: 8 Minutes and 46 Seconds: How George Floyd Was Killed in Police Custody
il profilo Instagram di Oiza Q. Obasuyi
il lavoro di Aboubakar Soumahoro
il progetto Afroitalian Souls
I can’t breathe: qualche parola per capire la conversazione attorno al razzismo negli Stati Uniti di Elena Refraschini
Dario Bressanini è l’uomo giusto per parlare di rimboccarsi le maniche e fare comunicazione: di scienza sui social, bufale e patate al forno scientifiche.
Un post che ho scritto per il blog di Hagam a seguito di “Tra scienza, opinioni e bufale online”, l’incontro con Dario Bressanini per Open TOAST! vol. 3
🎬 Il video di Tra scienza, opinioni e bufale online con Dario Bressanini (Open TOAST! vol.3). Questo incontro rientra nel programma di Filosofarti 2020, Festival di Filosofia della provincia di Varese alla sedicesima edizione.
Questo è lo script del mio intervento durante l’ultimo incontro di Open TOAST! La comunicazione raccontata da chi la fa con Alessio Tagliento e Diego Cajelli (autori e sceneggiatori), organizzato in collaborazione con Hagam. “Umorismo per aziende del terzo millennio” si è tenuto il 23 gennaio 2020.
I meme di internet sono costituiti da un'immagine, un video, un testo tipicamente umoristico che viene copiato e diffuso rapidamente dagli utenti di Internet, spesso inserendo delle variazioni. Il meme diventa virale in fretta e quasi sempre non si capisce bene il perché, forse perché – e cito - il concetto di meme «è davvero profondo o molto, molto ovvio».
Faccio un esempio: un giorno vedete nel vostro feed di Facebook un’immagine pubblicata da un amico, il giorno dopo vedete sempre su Facebook la stessa immagine ma con una scritta diversa pubblicata da un altro, il giorno successivo su Instagram vedete passare quella foto con una nuova scritta. Ciò che fino ad allora era “un’immagine con una scritta sopra” a un certo punto è diventato qualcosa, un meme.
La vera precondizione per parlare di meme è solo una: perché si possano diffondere serve che «l’informazione sia capace di auto-replicarsi». Vuol dire che deve essere qualcosa di relativamente semplice da riprodurre e che permetta di personalizzare abbastanza il messaggio.
La parola meme deriva dal greco antico μίμημα (mimima), qualcosa di imitato o copiato ed è stata utilizzata per la prima volta nel 1976 (praticamente i primi anni di vita di Internet) da Richard Dawkins – etologo e biologo - nel suo saggio Il gene egoista. Dawkins ha definito il meme “un’unità di trasmissione culturale”, una sorta di gene della cultura, un’informazione custodita nella memoria individuale che può essere imparata e trasmessa non geneticamente ad altri esseri umani. L’individuo che porta con sé un meme può trasmetterlo a un’altra persona senza doversene per forza liberare, quindi la trasmissione dell’informazione è una replicazione con cui viene creata una copia del meme nella memoria di qualcun altro. Esempi di meme possono essere un’idea, uno stereotipo, una particolare moda o un’immagine; sono unità d’informazione che influenzano e colpiscono la società umana e che vanno intese in senso molto più generale rispetto agli Internet memes. A Richard Dawkins si deve la nascita della memetica, un campo di studi sul quale tutt’oggi si dibatte parecchio.
(per approfondimenti sul tema: La memetica è morta, lunga vita alla memetica su oggiscienza.it, preziosa fonte di informazioni)
Ecco quelli che potremmo definire due antenati dell’odierno meme: si tratta di due vignette comparse in anni diversi sulla rivista Wisconsin Octopus, pubblicata dall’Università del Wisconsin tra il 1919 e il 1959. Entrambe le vignette sono due variazioni sul tema “Aspettativa vs realtà”: si immagina l’esito migliore di una situazione che poi si dimostra disattendere le aspettative. Anche se non possono essere definiti veri e propri meme in quanto non ne sono state elaborate e diffuse delle copie, iniziano comunque a indicare la strada per la definizione odierna di meme.
I meme tirano fuori il meglio dalle persone: l’arguzia, la capacità di costruire collegamenti tra ambiti apparentemente inconciliabili, l’umorismo, l’autoironia. Spesso i meme sono la scorciatoia migliore per dire qualcosa in modo inequivocabile e incisivo, dove le parole sembrano non bastare o meglio ancora, sono la scorciatoia migliore per trasmettere una particolare sfumatura di un sentimento. C’è chi addirittura paragona i meme a un linguaggio d’amore: «Dove le parole da sole falliscono, i meme riescono ad articolare l'infinita meraviglia e la stranezza delle emozioni umane. Questi microcosmi fatti di metafore sono l'unico vero linguaggio d'amore di Internet.»
C’è una storia molto carina che riguarda il protagonista di un meme.
Questo meme si chiama Hide the Pain Harold: il sorriso del protagonista sembra nascondere un’infinito disagio, per questo il meme è usato quando si vuole dire una triste verità nascondendola dietro un finto e amaro sorriso.
Lui è András Arató ed è un ingegnere ungherese in pensione. Diciamo una decina di anni fa, pubblicò su un social network le foto delle sue vacanze in Turchia, un fotografo lo notò e gli chiese di posare per lui. Gli shooting andarono bene, scattarono circa 200 foto: si trattava di stock photos. Le stock photos sono scatti professionali dati in concessione di utilizzo o venduti dietro il pagamento di una licenza, archiviati su banche immagini online. Servono alle agenzie di comunicazione o pubblicitarie per siti aziendali, campagne pubblicitarie, cartelloni, post sui social network, volantini e così via.
Qualche mese dopo gli shooting, András fece una ricerca immagini inversa per scoprire se e dove qualcuno aveva utilizzato le sue foto e fu così che scoprì di essere diventato un meme.
La sua prima reazione fu di paura, pensò a come sabotare il sito di stock photos che ospitava i suoi scatti. Ma in fondo sapeva che niente sparisce da Internet e che se anche avesse chiuso quel sito, le sue foto avrebbero continuato a circolare comunque. L’unica soluzione era sperare che le persone si dimenticassero di lui. Ma si sbagliava. András si arrese all’evidenza e comprese che il suo meme lo aveva reso involontariamente un marchio. Nel 2011 ha aperto i suoi canali ufficiali sui vari social iniziando a pubblicare foto delle vacanze, video in famiglia etc. e la sua carriera ha preso il volo: ha girato un video per il Manchester City, è diventato il volto della carta sconto della National Union of Students, ha perfino tenuto un TED dal titolo “Waking up as a meme-hero”. András ha più di settant’anni e questa esperienza ha reso la sua vita decisamente interessante ed eccitante e gli ha offerto possibilità che non avrebbe mai immaginato di avere alla sua età.
Contenuti umoristici nella comunicazione dell'azienda, comicità che disinnesca e comicità che innesca: parola ad Alessio Tagliento e Diego Cajelli.
Un post che ho scritto per il blog di Hagam a seguito di “Umorismo per aziende del terzo millennio”, l’incontro con Alessio Tagliento e Diego Cajelli per Open TOAST! vol. 2
3 parole che hai sentito e che ti saranno utili per le conversazioni nelle prossime feste aziendali o in famiglia
Questo è lo script del mio intervento durante l’incontro di Open TOAST! La comunicazione raccontata da chi la fa con Francesca Crescentini aka Tegamini (traduttrice e blogger), organizzato in collaborazione con Hagam. "I libri ai tempi di Instagram” si è tenuto il 4 dicembre 2019.
Parliamo di Twitch (e eSports), di Ok, Boomer! e di video ASMR.
Partiamo con TWITCH
Twitch.tv è una piattaforma di livestreaming di proprietà di Amazon dal 2014. Si tratta di un famoso servizio online per la visione e lo streaming di trasmissioni video digitali: tali contenuti possono essere visti sia in diretta sia on demand. Twitch è un servizio che permette di trasmettere, vedere e commentare partite di videogiochi di grande successo come Fortnite, League of Legends, Minecraft ed è leader del settore nelle trasmissioni di eventi e competizioni eSports.
Piccola parentesi: cosa sono gli eSports?
Gli eSports, conosciuti anche come gaming competitivo, sono una forma di competizione elettronica organizzata che avviene tramite e grazie ai videogiochi. Il prefisso “e” sta per “electronic”. Gli eSports coinvolgono videogiocatori professionisti, semiprofessionisti o amatoriali che si affrontano, come individui o in team, al fine di superare la concorrenza degli avversari.
Twitch si è concentrato da subito sui videogiochi ma oggi il suo business si è decisamente ampliato, arrivando a includere streaming dedicati alla creatività, talk show, musica e anche qualche serie TV. C’è una categoria di video che si chiama Just Chatting, fare due chiacchiere dove si trovano streaming di video di commento ad altri video (reality show per esempio, come Il Collegio oppure sull’attualità). Tra le altre categorie di video ci sono Makers and Crafting (per chi ama il fai da te o per chi vuole imparare ad usare una stampante 3D), Food and Drink e Travel and Outdoors, potete immaginarne i contenuti.
La grande domanda è: le persone si guadagnano da vivere con Twitch? Diciamo di sì. Chiaramente non tutti su Twitch hanno abbandonato il loro lavoro quotidiano, ma un gran numero di streamer si guadagna da vivere trasmettendo in streaming a tempo pieno, attraverso micro-donazioni (i Bit, il bene virtuale di Twitch che serve per fare il tifo, leggi: sostenere economicamente), sponsorizzazioni, pubblicità. Raggiungere questo livello di successo finanziario richiede molta dedizione, tipo trasmettere in streaming da cinque a sette giorni alla settimana per mantenere il proprio pubblico.
Non è proprio una parola ma un modo di dire. Teniamoci aggiornati: OK, BOOMER
A inizio novembre ha iniziato a girare questo meme. Non era la prima volta che lo si sentiva ma è diventato famoso dopo l’intervento di una deputata neozelandese che durante un suo discorso sul tema ambientale ha zittito così una collega che provava a interromperla. La deputata in questione è una Millennial ma pare che l’espressione sia nata dalla Generazione Z. Rappresenta una specie di risposta polemica e insofferente dei membri della Generazione Z, cioè i nati tra la seconda metà degli anni Novanta e la fine dei Duemila, rivolta ai baby boomer, cioè i nati tra il 1945 e il 1964, i cosiddetti figli del boom economico, come a dire “Sì dai ok” o “Certo, come no”.
Ok, boomer è un’espressione usata da adolescenti e giovani per zittire o prendere in giro cose percepite come lamentele paternalistiche della generazione dei cinquanta-sessanta-settantenni, ritenuta responsabile dei principali disastri contemporanei, dalla crisi finanziaria a quella climatica. Forse, più realisticamente, la questione riguarda una difficoltà nella comunicazione e una distanza tra due sensibilità che sono sempre più diverse.
Video ASMR
Sta per Autonomous Sensory Meridian Response (risposta sensoriale apicale autonoma): è una reazione del cervello ad alcuni stimoli visivi e uditivi. Su YouTube ci sono migliaia di video di whisperers, persone che sussurrano o picchiettano una superficie accanto a un microfono molto potente, compiono un’azione che trasmette un suono insieme a una sensazione familiare, di calore e di benessere. Sembra che l’ASMR quando funziona scatena una sensazione di formicolio lungo la schiena o in altre parti del corpo e di rilassamento del cervello, alcuni la chiamano “orgasmo del cervello” anche se questa definizione gli conferisce una sfumatura fetish. Negli ultimi anni questo fenomeno è decisamente esploso, ogni giorno vengono caricati su YouTube circa 500 video di ASMR e se ne parla in molti luoghi.
Un commento interessante sulla questione è quello del Professor Stephen Smith, Ph.D. all’University of Winnipeg: “L’ASMR è stato probabilmente il primo fenomeno psicologico scoperto da Internet e non da scienziati” (per approfondire: episodio “I sussurratori digitali” della docu-serie Follow This su Netflix). Smith sostiene che quando una persona comune si rilassa, alcune aree del suo cervello lavorano insieme come una rete ma nei cervelli ASMR questa rete è diversa: alcune delle parti tradizionali del cervello si scambiano con le altre, come le aree della visione, delle informazioni sensoriali, del movimento. Dunque questi whisperers sono tutti dei freak che fanno cose buffe davanti a una telecamera.
Oltre a un aumento della calma, con l’ASMR le persone sperimentano spesso una riduzione dei livelli di stress e tristezza riducendo le difficoltà nel prendere sonno, per esempio, il che ha portato la scienza a chiedersi se effettivamente si verifichino dei parametri fisiologici che dimostrano l’efficacia di un’esperienza di ASMR. Non è una novità che le persone cerchino modi per stare meglio con sé stessi e ASMR è decisamente uno di questi. Si stanno conducendo molti studi scientifici a riguardo: nel frattempo se l’ASMR è in grado di essere d’aiuto anche solo per qualcuno e a farlo sentire meglio, è sicuramente una buona cosa.
Ci sono video ASMR veramente di tutti i tipi: da chi mangia sushi a chi simula un esame della vista, da ore di registrazione del suono del phon per capelli a chi fa “suonare” i libri pop-up.
Ci sono tecniche, strumenti, ”mappe” che possono aiutare il comunicatore ambientale nel suo lavoro? La risposta è sì: ne parla Alberto Marzetta.
Un post a cui ho collaborato per il blog di Hagam a seguito di “Tra comunicazione ambientale e Friday For Future” l’incontro con Alberto Marzetta per Open TOAST! vol. 2