
Love Begins

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@savemefromthelove
Mi chiamo Josè. La gente in città parla spesso di me. Sottovoce. Sussurra. Le sento, le malelingue, ogni qualvolta entro in un negozio o salgo su un autobus. Le sento. E quegli occhi. Quegli occhi che hanno, sembrano entrarmi dentro, per leggere un qualcosa che nemmeno esiste. Mi chiamo Josè. Mi piace il mio nome. Così musicale. Così melodico. La mia mamma si è ispirata alla capitale della Costa Rica, a cui, non conosco bene il motivo ma ne è segretamente legata. Forse un giorno glielo domanderò. Forse un giorno, quando sarà meno nervosa, quando smetterà di bere e riuscirà a parlare senza picchiarmi e insultarmi. Quando il mio solo respiro, non sarà per lei fonte di disturbo, glielo chiederò. Forse un giorno. Mi manca il mio papà. Ricordo ancora, quando da piccino mi portava sul lungo mare e mi faceva roteare sul bagnasciuga, prendendomi tra le braccia. ‘E wuuu’ diceva ‘come voli in alto’. E gridavo di gioia: 'Ancora, ancora’. Ma appena chiedevo un bis, smetteva. Mi diceva che non dovevo abituarmi a tutta quella felicità. Non capivo. Mi faceva discorsi strani, su questa famigerata 'felicità’. Diceva che niente dura per sempre. E che se lui, era per me, fonte di benessere, dovevo farmela passare. Perché dopo avrei sofferto irrimediabilmente. Diceva 'Non ti legare mai, mai a qualcuno. Nemmeno a me. Quando se ne andrà, perché lo farà, magari per volontà sua, a volte. Altre, per voleri superiori…Tu.. Non avrai più appigli, se non il dolore. E il dolore è un male che altro non farà che farti precipitare negli abissi.' Poi guardava il mare e aggiungeva 'In quegli abissi, ci sono tutte le tue paure, anche quelle che nemmeno sapevi di avere.’ Poi tornava a guardarmi, vedeva l'espressione di spavento colorarmi il viso e diceva 'Ma ora non devi preoccuparti. Papà è qui e non ti lascerà cadere laggiù’. Belle parole. A pensarci, mi viene da piangere. Grazie papà, per avermi insegnato la vita, mentre per te, la malattia stava portandoti dritto dritto, verso il capolinea. E scusa, se non riesco a badare alla mamma. Se non sono il figlio che avresti desiderato. Se da quando sei andato via, la mia strada ha preso una direzione inversa. Non sono stato capace di esser come te. Io sono solo un gran casino con le gambe. A scuola, è come per strada. I compagni guardano, scrutano, bisbigliano. Fanno di tutto per mantenermi a distanza. Anche quando si creano le squadre per ginnastica, anche quando dobbiamo far le ricerche e i lavori in gruppo. Mi lasciano irrimediabilmente fuori. Allora, faccio da solo. Arrivo a casa, poi. Mi guardo allo specchio e mi chiedo che cosa non va. Questa camicia rosa? Questi jeans un pò troppo stretti? Questo foulard con gli scacchi neri? O forse i miei capelli troppo lunghi? Mi mette un angoscioso senso di frustrazione, guardare le ragazze, anche solo della mia classe e non provare niente. Perché io, per loro non ho davvero interesse. E le sento chiacchierare ad alta voce, nei bagni. A volte esce anche il mio nome. Mi chiamano gay. Almeno loro sono delicate. I ragazzi sanno offendere in maniera peggiore. I ragazzi. Ciò che io non riesco ad essere. Mi sento, da qualche tempo imprigionato dentro un corpo non mio, in una voce che non sopporto, in uno stile che non mi rappresenta, in un mondo che per questo motivo, mi mette in un angolo e mi costringe a combattere da solo. In tutta questa merda, io non so più nemmeno chi sono. So che mi chiamo Josè. O meglio, mi chiamavo Josè. Ho deposto armi che nemmeno possedevo, per cambiare questa civiltà sbagliata. Ma la paura di non farcela, ha avuto la meglio. Spero che in questo modo, seppur sbagliato, la mia mamma metta via quelle inutili bottiglie. Spero che la gente in giro non pianga finte lacrime per me, quello che per tutti era 'un ragazzo sbagliato’ e che non si mettano a fare inutili dibattiti sul come avrebbero potuto evitare la fine. Mi chiamavo Josè. Sono sprofondato in quegli abissi infiniti delle mie paure e nessuno mi ha più teso la mano.
Emanuela* (via inbraccioaldestino)
E dopotutto fa ancora male.
Gennaio. Sto bene mamma.“Ieri sono stata nella vasca finché le dita mi sono raggrinzite, mi sentivo infelice senza nessun motivo.”Febbraio. Sto bene mamma.“Ieri mentre tornavamo a casa da scuola ho appoggiato la fronte al finestrino, non volevo scendere dalla macchina, non volevo muovermi. Volevo rimanermene lì.”Marzo. Sto bene mamma. “Ieri mattina mentre la prof spiegava ho appoggiato la testa sul banco, non avevo sonno, ma mi sentivo stanca.”Aprile. Sto bene mamma. “Ieri sera mi sono chiusa in bagno, mi sono seduta sul pavimento e mi sono appoggiata alla porta, sono sta lì finché non hai bussato per chiedermi come mai non uscivo.”Maggio.Sto bene mamma.“Ieri sono uscita fuori in giardino, mi sono messa ad osservare le macchine che passavano per strada. Pensavo di essere rimasta fuori un paio di minuti, invece era passato più di un’ora.”Giugno. Sto bene mamma. “Ieri mattina sono sta sotto il getto freddo della doccia, senza lavarmi, semplicemente ferma, finché non ho iniziato a tremare.”Luglio. Sto bene mamma.“Ieri mi sono tagliata la caviglia con lo spigolo della vasca, non mi sono accorta di niente finché non ho visto il sangue sul pavimento. Non ho provato nessun dolore.”Agosto. Sto bene mamma. “Ieri abbiamo litigato, ho semplicemente pensato che tutto passa, solitamente sarei stata male, ma non ho provato niente. Ho continuato a fare le mie cose come se non mi avessi urlato contro per ore.”Settembre. Sto bene mamma. “Ieri mi sono accorta che non mi importava più del parere degli altri, non volevo sentire quello che mi dicevano, non importava. La presenza delle persone mi stava infastidendo.”Ottobre. Sto bene mamma. “Ieri mattina non volevo alzarmi dal letto, non volevo iniziare la giornata. Non volevo vedere le persone, non volevo mangiare, non volevo pensare.”Novembre.Sto bene mamma. “Ieri notte ho fissato talmente tanto il buio nella mia stanza da essermi convinta di dormire. Ma non ho chiuso occhio. Volevo piangere, ma singhiozzavo semplicemente e mi mancava l’aria.”Dicembre. Sto bene mamma. “Aiutami, perché non ho idea in cosa sbaglio. Vivo come tutti, ma non sono felice come gli altri.”
vikarak ( fiorisuibinari ) Link blog: http://fiorisuibinari.tumblr.com Non eliminate la fonte, grazie. (via unavitapertremare)
In un mondo di persone che non capiranno mai.
Non sono abbastanza forte, scusa.
please grandmother.
Vorrei avere la forza di chi scrive:”addio” e volta pagina. Io scrivo:”addio” e rimango a fissare lo schermo sperando che mi chieda di restare.
Iky Caputo. (via unapartedemiesunalaguna)
Per ogni volta che mi illudo, che mi ripeto “giuro che cambia tutto”, ma ogni volta mi deludo.