L'importanza del perdono di Michela Marzano
Da quando siamo piccoli, ci insegnano l’importanza del perdono. Bisogna perdonare perché è solo attraverso il perdono che colui o colei che ha commesso un errore può liberarsi dai sensi di colpa e correggersi. Bisogna perdonare perché è proprio attraverso il perdono che, anche quando si è stati feriti profondamente, poi si sta meglio. Bisogna perdonare perché sarebbe un grave errore identificare colpa e colpevole: chi sbaglia può redimersi; e sforzarsi, grazie al perdono ricevuto, di riparare il male fatto impegnandosi di nuovo nell’amore.
Solo che tutte queste virtù del perdono sono state recentemente rimesse in discussione da alcune ricerche, in particolare dai risultati di quelle condotte dallo psicologo americano Jim McNulty. Secondo il dottor McNulty, i benefici del perdono sarebbero solo apparenti. Anzi, a forza di perdonare, si finirebbe solo col deresponsabilizzare i colpevoli e con l’incoraggiarli a non modificare il proprio comportamento. Soprattutto all’interno delle coppie. Quando, ad esempio, una donna perdona suo marito per quieto vivere; oppure anche quando un uomo perdona la moglie convinto che il fatto di perdonarla la spingerà ad agire in modo diverso. Il fatto di essere perdonati, infatti, non sarebbe affatto un incentivo al cambiamento. Al contrario, provocherebbe l’effetto opposto, ossia la tendenza a commettere sempre gli stessi errori. Oltre al fatto che, perdonando talvolta troppo in fretta, non si avrebbe il tempo di far cicatrizzare le ferite. Ecco perché, dopo il sollievo iniziale, chi perdona starebbe ancora peggio. Che fare allora quando si viene traditi? Smettere di perdonare e magari vendicarsi con il rischio di mettere a repentaglio un rapporto di coppia oppure continuare a perdonare come se niente fosse col rischio che non cambi mai nulla? Il tradimento, come ci insegna l’etimologia stessa del termine, non è forse un modo per «consegnare al nemico» ciò che abbiamo di più prezioso, ossia la fiducia che si ripone in colui o colei che si ama? In realtà, come spiega il filosofo Emmanuel Levinas, non c’è perdono senza pentimento: non si può perdonare una persona che ci ha fatto del male se questa persona non è capace di pentirsi, riconoscendo la propria colpa. Il perdono, prima di essere accordato, deve essere chiesto. Ed è solo di fronte a questa richiesta, e quindi al rimorso del «colpevole», che si può poi decidere di donarlo. Il «per-dono» non è mai qualcosa di dovuto. È un dono, appunto! E anche se, in quanto dono, non obbliga nessuno ad un «contro-dono», implica pur sempre la capacità di una persona di riceverlo. Ecco perché non si può perdonare sempre. Ecco perché, talvolta, esistono anche gesti «imprescrittibili», come ha scritto un altro filosofo, Vladimir Jankélévich, spiegando come la volontà di nuocere, ad esempio, non possa mai essere perdonata. Per poter veramente perdonare, occorre molto tempo. Anche semplicemente perché si tratta di far capire all’altra persona i motivi per i quali il suo atteggiamento ci ha ferito. Si tratta di spiegargli perché dovrebbe cambiare modo di comportarsi o di trattarci. E poi rendersi conto se c’è o meno la volontà, da parte di questa persona, di non commettere più gli stessi errori. Non si tratta quindi di smettere di perdonare. Ma di farlo in modo diverso. Quando si hanno anche una serie di garanzie. Quando si capisce che il nostro dono potrà essere realmente apprezzato.











