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@serenamente2021
(via Turntable)
Sdraio.
Il silenzio e la distanza
sono diventati la mia risposta preferita
alle stranezze che non si spiegano,
alle mezze verità,
ai gesti che non convincono
e alle parole che non coincidono mai con i fatti.
Non perché non abbia nulla da dire,
ma perché non voglio più sprecare fiato
con chi non ha mai voluto capire davvero.
Perché ho imparato che discutere con l’incoerenza
ti svuota, ti logora,
e che insistere dove manca chiarezza
ti spezza piano piano,
dentro.
Il silenzio non è sempre indifferenza.
A volte è stanchezza.
A volte è dignità.
A volte è solo la scelta più sana
per non farsi trascinare nel caos altrui.
La distanza non è freddezza.
È protezione.
È mettere confini senza urlare,
è sapere quando andarsene
prima che la delusione diventi abitudine.
Con il tempo, impari
che non tutto merita una risposta,
che non tutte le stranezze vanno decifrate
e che non tutti i legami meritano accesso
alla tua energia.
Ci sono persone che capiscono solo quando sentono la tua assenza.
E altre che nemmeno così.
Ma non è più un tuo problema.
Scegliere il silenzio e la distanza
non è una sconfitta.
È scegliere la pace.
E oggi, in un mondo che urla e pretende,
scegliere la pace
è anche questo
un atto profondo d’amore verso se stessi.
Autore sconosciuto
" Una società che obbliga un ottantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è "moderna", è una società che ha deciso di sbarazzarsi dei propri padri.
Siamo nel 2026 e tutto è diventato un'app, un codice, un portale. Ma provate a mettervi nei panni di chi ha costruito questo Paese con la fatica delle mani e oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita medica o pagare una bolletta devi avere un nipote esperto, allora il sistema è fallito. Chi progetta queste barriere si sente un genio dell'innovazione, ma è solo un miserabile che ignora la realtà della carne e delle ossa.
Non è evoluzione se lasciamo indietro chi ci ha preceduto. La tecnologia deve essere un aiuto, non un esame di ammissione per avere diritto alla salute o alla dignità. Stiamo togliendo la voce a chi ha più esperienza di noi, nascondendo dietro lo schermo la nostra incapacità di prenderci cura delle persone. "
Mauro Delogu
Io avevo solo la spietata e dolce voglia di rivedere quegli occhi e tenerli ancora un po’ con me.
|| Charles Bukowski
Non esistevano i cellulari, ma esisteva la strada. E la strada, negli anni ’80, era una specie di social network a cielo aperto: se volevi sapere dov’era qualcuno, guardavi sotto casa; se non c’era, aspettavi. Fine. La vita funzionava a citofono, con la voce di tua madre che urlava il tuo nome come un richiamo tribale, udibile a tre quartieri di distanza. Privacy zero, libertà totale.
Le ginocchia erano costantemente sbucciate, come se fosse una divisa ufficiale dell’infanzia. Nessuno chiedeva “come ti sei fatto male?”, perché la risposta era sempre la stessa: “caduto”. Si cadeva correndo, frenando con le scarpe di gomma, inseguendo un pallone mezzo sgonfio che rimbalzava male ma aveva una carriera calcistica più lunga di molte promesse moderne. Le partite finivano solo quando qualcuno portava via la palla o quando passava una macchina, evento raro ma solenne: “Macchinaaa!” e tutti fermi, come un rito sacro.
L’amicizia era rigorosamente in carne ed ossa, sudata e rumorosa. Si litigava, ci si offendeva, si faceva pace in dieci minuti netti, spesso grazie a una merendina divisa a metà con le mani appiccicose. Il “suona il campanello e scappa” era adrenalina pura: un’attività illegale ma educativa, che insegnava strategia, velocità e l’arte di trattenere le risate dietro un’auto parcheggiata.
E poi c’erano i dettagli estetici: boccoli, fiocchetti, tute acetato che frusciavano come carta regalo, scarpe con lo strappo che facevano “strap” con un suono soddisfacente. Le foto venivano mosse, ma i ricordi no. Nessuno li salvava su cloud: stavano tutti lì, in testa e nel cuore, pronti a tornare fuori appena senti l’odore dell’asfalto caldo d’estate.
Gli anni ’80 non erano perfetti, ma erano veri. Non avevano filtri, solo graffi. E forse è per questo che, ripensandoci oggi, ci viene da sorridere: perché eravamo offline, ma incredibilmente connessi.
MIscellaneo Marmorenti - annifu
Lasciate un 'impronta senza calpestare nessuno .
Night 🙃
"Quando il tuo cuore subisce il forte shock di una perdita importante, una parte di esso, resta per sempre bruciato.Da quell'istante in poi, nella mente s'innesca una sinergia di protezione tra cuore e cervello, dove non passa più nulla. È un bisogno interiore di voler sfatare ad ogni costo una nuova perdita. Non ci si arrende, questo no, ma si guarda alla vita con una prospettiva molto più ponderata. Accade che, d'istinto e pur di proteggersi da una nuova sofferenza, ci si abitua alla propria zona comfort e li dentro ci si senta protetti, in pace, al sicuro. Si vive lo stesso con coraggio e determinazione tutte le situazioni quotidiane, ma non è più la stessa cosa, poiché quell'ala spezzata rallenta ed appesantisce il volo e fa risultare il viaggio molto più lento e faticoso.Non è vero che tutto passa.Tutto resta scolpito sulla lavagna dell'anima.Tutto segna ed insegna.
Tutto cambia e ci cambia..."
Carmen Pistoia.
Da ‘verità romanzate’
E tuttavia le settimane sono corte
I mesi passano a tutta velocità
Egliannisembranovolare.
Nicanor Parra, Canzoni russe
Che il 2026 ti porti:
una bilancia un po' bugiarda,
uno specchio gentile,
un'amica che ascolti senza giudicare e un parrucchiere che capisca "solo le punte".
Che ti porti meno “non ho tempo” e più “passo da te”,
meno “visualizzato” e più “ti ho pensato”.
Che ti porti un telefono che si silenzi da solo ad ogni chiamata dei call center,
una sveglia che ti dica “dormi pure, ci sono altri 5 minuti”,
e una carta di credito che invece di “transazione negata” sussurri “te lo meriti, c'è la spedizione gratis”.
Che ti porti risate con la pancia,
abbracci con gli occhi chiusi,
messaggi alle tre di notte tipo “sei sveglio?” e qualcuno che risponda “sempre per te”.
Ma soprattutto,
che il 2026 ti porti la leggerezza di chi ha pianto tanto e ora ha deciso di ridere,
la forza di chi ha perso qualcosa, ma ha ritrovato sé stesso.
Che ti porti tutto quello che non si incarta,
che non si scambia,
che non si restituisce:
l’amore vero.
Quello che resta, anche quando tutto cambia.
Che il 2026 sia come quel cassetto che non si chiude più:
pieno di roba bella,
un po’ disordinato,
ma tuo.
E se anche non sarà perfetto
che almeno ti porti un buon caffè,
una giornata di sole,
e un motivo per dire:
“Anche quest’anno, ce l’ho fatta.”
Che ti faccia ridere forte,
vivere piano,
e sentire, ogni tanto,
dannatamente felice.
Valeria Angela Conti
"Ho imparato a voler bene a persone che non credevo di poter apprezzare e ho smesso di amarne altre che non credevo di poter dimenticare.
Ho fatto i conti con amicizie che si sono rivelate più piccole di ciò che erano, ma ho anche compreso che bisogna donare amore principalmente perché se ne sente il bisogno e non perché si desidera essere ricambiati.
Ho compreso, però, che soltanto sulla reciprocità si fondano i rapporti più autentici.
Ho scoperto che ci sono legami difesi così a lungo, che quando poi finiscono possono portarsi appresso persino le macerie del ricordo.
E lasciarti addosso nient’altro che tracce impercettibili.
Ho imparato che ci sono persone che si credono più di ciò che sono e che l’alta considerazione di sé, non permette loro di riconoscere i propri limiti, né di provare ad aggiustarli.
Che si riempiono la vita di forme effimere.
Perchè la forma, pensano, copre i buchi dell’essenza.
Mi sono accorta che i miei difetti coincidono esattamente con i miei pregi.
E ho fatto una gran fatica a capire da quale lato guardarmi.
Alla fine, mi sono guardata dal lato migliore, quello che mi concedeva di amarmi.
Ho scoperto l’ipocrisia di alcuni e la superbia di altri.
Ho capito che nessuno cambia davvero se non ha una motivazione forte e che spesso l’amore non rappresenta affatto una motivazione.
Ma ho conosciuto anche persone che mi hanno donato in maniera incondizionata e da loro ho imparato ad essere migliore.
Eccolo, il mio anno che sta finendo.
Strabordante di ogni emozione possibile.
Perché chi se ne frega se essere sensibile fa soffrire.
Io voglio vivere la mia vita così: con il cuore sulla pelle."
-Serena Santorelli-
Sai quella felicità liquida, quando vedi unirsi tutti i pezzi, anche solo per un istante… e la felicità passa dagli occhi per scendere piano giù dalle guance e tornare giù verso dove vive, verso il cuore; forse è il paradiso umano, vivo, vero, reale
Pensare che una cena di Natale, qualche brindisi e poche ore passate insieme possano “sistemare” ciò che è rimasto in sospeso per mesi è forse una delle illusioni più radicate di questo periodo.
Il Natale porta con sé l’idea della riconciliazione, del tutto e subito, come se bastasse sedersi allo stesso tavolo per colmare distanze costruite giorno dopo giorno.
Ma le relazioni non funzionano per magia, né per tradizione.
Funzionano per presenza.
Le conversazioni vere richiedono tempo, ascolto, disponibilità emotiva. Richiedono il coraggio di restare, anche quando sarebbe più semplice evitare. Richiedono intimità, quella parola che spesso spaventa più di un conflitto aperto, perché ci mette a nudo.
Non si recuperano silenzi, incomprensioni o ferite davanti a una fetta di panettone.
E non si seminano nuovi inizi in un contesto carico di aspettative, rumore e ruoli già scritti. Le relazioni hanno bisogno di spazi dedicati, di continuità, di verità che non siano costrette in poche ore festive.
Forse il regalo più onesto che possiamo farci a Natale è smettere di pretendere che questa festa ripari ciò che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare durante l’anno.
E iniziare, con più calma e autenticità, quando il rumore si spegne e resta solo la possibilità di esserci davvero.
#riflessioni
Monika Gallo
La vita dopo una certa età cambia. Si comincia una sorta di “selezione”. Non cerchi più spiegazioni, ma pace. Selezioni il silenzio, scegli l’essenziale e lasci andare ciò che è inutile. L’indifferenza diventa un’arte, la serenità una priorità.
Monica Guerritore