Kokia - Real World (Recensione)
Parlare di Koka non è facile. Non ci sono parole per descriverla. La sua grandezza, la sua voce, la sua delicatezza sono cose che non possono essere descritte. Una donna che ho avuto l’onore di “servire”. Vi dico il peccato, non la sua genesi. Nel 2009 dopo il tour parigino un intimo di Kokia le consigliò di effettuare un viaggio in Tunisia. Lei cercava nuove esperienze nuovi stimoli. Partì con al seguito un amico cameraman e fotografo. Il risultato di quel viaggio Real World. Personalmente Real World è uno dei più grandi album della storia della musica. Al suo interno ci troviamo sensazioni, sogni di una donna che si trova davanti al deserto tunisino, immortalata nella copertina del disco. Kokia approfittò per parlare della donna, ma anche della bellezza del mondo reale. Volle descrivere ai giapponesi l’immensità di questo grande universo partendo dalla sua nascita , così si apre l’album. 8 delle 14 tracce sono l’ispirazione tunisina, dopo un’incipit così delicato, sono le cascate ad entrare e grandi donne si incontrano.
Road to glory, affidata all’arrangiamento della matriarca Masumi Itou. Sembra di essere proiettati in un gioco di ruolo delicato, sembra di respirare le atmosfere di Spice and Wolf, con arpe e chitarre e le immancabili percussioni . Arrangiamento e Brano della Itou e si sente con quel ritornello così mistico, la chitarra roboante, i violini che ci guidano ed i cori doppiati dalla Itou. La bellezza dell’incontaminazione, della mancanza di corruzione e gli ottoni ce lo dicono verso fine brano. Il mio pianto che verrà sostenuto per tutto il disco inizia a svolgersi. Capolavoro. U-cha-cha, con quei flauti, e quel vocalizzo così esotico, come se Kokia stesse assistendo ad un rito. Donne in fila come una carovana, che si recano all’oasi e condividono un canto d’amore e di serenità - Ancora le chitarre che arpeggiano aiutate da una base ritmica elettronica ma di efficacia così naturale che non disturbano. Verso il centro del brano ancora i vocalizzi di Kokia ci fanno alzare lo sguardo verso un cielo azzurro dove non ci sono nuvole, a bambini che giocano con l’acqua e a padri stanchi dal lavoro che riposano sotto le palme. Sul finale la notte riposa sull’oasi e noi riposiamo felici abbracciati dalla luna.
Real World, vita scoppiettante, voce filtrata e le immancabili acustiche, quel brano che farebbe la gioia di un discografico inglese se solo fossero meno ottusi. La batteria con le sue sincopi e le sue spazzole, la chitarra elettrica che ci fa tornare in mente la Dido dei periodi migliori. Applauso agli strumentisti come sempre. Per suonare con Kokia non puoi essere un ragazzetto ribelle, ma un maestro della musica, tutto è meravigliosamente perfetto ed incastrato a dovere.
Saishuu Joei (L’ultimo show), welcome to the magic world ci dice Kokia, un glockenspiel delicatissimo, quasi a carillion, ed ancora cori, straordinari, ancora sogni, yume no naka, , una canzone che Battiato avrebbe apprezzato sicuramente. Lo show di Kokia (che fa partire a metà brano applausi) è rivolto all’acqua fonte di vita, della nascita del mondo, all’acqua in cui è immerso un bimbo nel grembo materno, forse il più grande show che la natura ci mostra. Love is Us Love is Earth, una ballad più canonica, volutamente pop, il bandolion, ci piace immaginarci come delle aquile che sormontano vallate, dove piccoli uccellini dipanano il canto, è il suono della Savanah africana della mia Africa, continente dimenticato, pieno di contraddizioni. Quella Savanah dove tutto scorre lontano dalle preoccupazioni degli uomini, dove gli animali vivono in un tutt’uno con la terra, e dove una madre accarezza il suo bimbo sognante sotto un albero. Traccia da 10 e lode, alla faccia di una qualsiasi Pausini o chi per essa di turno. Ci spostiamo dalla terra al cielo marino, il Dugong, protagonista di questa canzone, una specie marina appartenente alla famiglia delle sirenia, che vive nei fondali marini e li purifica da tutto il male che noi vi gettiamo, uno spazzino,
Dugong no Sora, appunto, il cielo del dugong che guarda in alto dalle profondità del mare e vede quell’azzurro su di sé come se fosse un cielo, per il Dugong è quello il cielo. Una melodia liquida fatta di arpe, dove gli uomini non trovano spazio se non nella brutalità dell’eccidio di questa specie. Kokia animalista convinta vuole denunciare i giapponesi che vanno a caccia di questa specie che pian piano si sta estinguendo. Ce lo fa attraverso la poesia, non attraverso un lurido manifesto fatto di volgarità come molti musicisti impegnati fanno. La denuncia attraverso la melodia del cuore. Solo lei lo sa fare. Solo Kokia. Arrangiamento ovviamente della Itou. Kodoku na Ikimono (La solitudine delle cose viventi), la traccia che meno mi ha coinvolto, troppo occidentale, lo ammetto, c’è un sapore da hit americano, da ballad da concerto, non per questo è una traccia poco meritevole, magari qualche nostro conterraneo sapesse scrivere ed arrangiare così, una ballad che avrebbe fatto una figura stratosferica su un album di Elisa (quella italiana non giapponese), un leggerissimo calo, ma minimo considerando che siamo alla traccia nove. Single Mother,una figlia che ringrazia la madre, un mestiere per niente semplice quello dei genitori, non esente da errori, la figlia ringrazia la progenitrice per l’amore per essere stata di fianco a lei nei momenti di difficoltà, un qualcosa di femminile che noi uomini non potremmo mai capire, il miracolo di portare nel grembo una creatura. Come detto l’esperienza tunisina fece riflettere Kokia sulla condizione femminile ed è alle donne che quest’album è dedicato, i titoli importanti dell’album sono infatti volutamente in inglese, per poter rivolgere il suo messaggio d’amore verso un pubblico più universale e la canzone finisce con un sibilato ed etereo Arigatou. Grazie mamma. Kimi o sagashite (Ti cerco), un’altra ballad, da dedicare a coloro che sono lontani, le immagini che ci fornisce sono di una giornata di pioggia, sembra quasi la colonna sonora 5cm per seconds, un anime delicatissimo, dedicato a due anime che non si reincontreranno mai più. L’amore a volte è così, fugace, quelle passanti di cui ci parla De Andrè e che io personalmente in prima persona ho vissuto.
Giungiamo alla traccia 11, con arrangiamento della Itou, la mia canone preferita di Kokia, quella canzone che sembra scritta per me , Oto no Tabibito, viaggiatore del suono, quella canzone perfetta con un fuoco scoppiettante, seduti a sorseggiare una bevanda calda, quella canzone che io ho sempre detto ai miei intimi: “Quando passerò nel mondo dei miei antenati, non voglio funerali ,non voglio pianti, voglio solo che nel silenzio risuoni questa canzone” Quando morirò questa dovrà essere la colonna sonora del mio addio al mondo. Una mandola così antica, un flautino, le percussioni, il viaggio della vita, il viaggio del suono. Questa canzone mi fa meditare sulla morte, in quel momento io non voglio vedere la mia vita, in quel momento questa melodia dovrà avvolgermi e condurmi verso il mio viaggio finale, il suono dovrà accompagnarmi, non un freddo neon di una sala operatoria, l’immensità di Dio e della sua onnipotenza. Un coro di angeli che segue il lento incedere di percussioni melodiche, il creato che si dipana d’innanzi a me come mi sussurra Kokia, Oto no tabito. Semplicemente la canzone della mia vita. Il capolavoro dell’album da ascoltare nel silenzio della notte guardando le stelle e sognando che ai nostri figli venga insegnata la dignità dell’uomo buono. Applausi e lacrime a questa gemma. L’album sta giungendo alla fine e non ha avuto un attimo di noia fino ad ora come solo i grandi album sanno fare, Watshi ga mita Mono (Le cose che ho visto),le cose che abbiamo visto nel nostro percorso non sono belle, molte sono tristi, il corpo invecchia, le persone cambiano, ma tutto ciò non deve essere visto con la sua accezione triste, ma come una particolarità , ognuno di noi ha cose da raccontare, ognuno di noi è un elemento unico ed originale in questa grande architettura, questo è il messaggio della nostra artista. E il messaggio d’amore ritorna sulla terra, colei che noi dobbiamo ringraziare per averci ospitato, Kono Chikyu ga Marui Okage de ( Grazie a questa terra per essere intorno a noi) , ospiti di passaggio dentro una casa fatta di meraviglie e di fenomeni che non sempre sappiamo spiegarci. L’album si conclude con The Woman, la donna, colei a cui è dedicato questo disco, si dice spesso che Dio è donna, la Madre Terra, la Madre Patria, tutto ruota intorno alla figura femminile in quest’album e non è un caso che l’opening sia la nascita e l’ending sia la donna, Kokia ci dà il suo commiato.
Termina così la poesia, la nostra mano non può far altro che chiudersi in preghiera, ringraziando Kami-sama. Il nostro pianto ci libera dal male, dalle angherie, dando il vero valore all’esistenza, i figli, l’amore per il cielo, per la natura, il Clan raccontatoci in Clannad, un album da custodire come patrimonio dell’umanità, Nel nostro cammino quando saremo magari affranti lasciamoci avvolgere dai suoni dell’anima, un album da acquistare a scatola chiusa, talmente importante che addirittura Amazon praticamente ce lo regala. Io non sono stato degno di raccontare Kokia. Quella donna che avrei voluto amare per la vita, colei dallo sguardo tanto fragile ma anche tanto forte.
Semplicemente il disco più bello della musica giapponese, semplicemente la più grande cantante giapponese degli ultimi 20 anni, semplicemente Kokia.
Grazie per questo capolavoro.