Mi sono lavato le ascelle nella fontana del Consolato Italiano in Albania tra i garofani e il filo spinato sotto gli occhi di tre militari italo albanesi che non ci guardavano male, ma nemmeno ridevano.
Sono partito da Madrid in aereo con il clarinetto in mano mentre Bicio partiva da Forlì con il contrabbasso in macchina e a Parigi ci aspettavano due chitarristi fratelli gemelli, un percussionista cinese, un intellettuale sardo, un cane pagliaccio, un violinista imprendibile, il mio amico Filo, le sue amiche, la Madame, Carmine e la Silvia: un sabato mattina stavamo suonando a Montmartre e vendevamo dischi come biscotti e all'improvviso inizia a piovere e la gente invece di disperdersi si compatta e forma una tettoia di ombrelli e noi quattro lì sotto e cantavano tutti e tutti battevano i piedi e io in quel momento se qualcuno mi avesse chiesto Che cosa stai facendo? avrei potuto rispondergli sereno: Sto lavorando.
Sono stato da Sweny’s,la farmacia di Lincoln Place dove Leopold Bloom va a comprare il sapone al limone nel capitolo cinque. Da ventisei anni tutte le sere dalle sette alle nove i dublinesi che lo sanno e i turisti nerd che l'avevano visto su internet si trovano da Sweny’s e per due ore leggono Joyce ad alta voce. Dal lunedì al mercoledì The Dubliners e i racconti sparsi. Il giovedì Ulysses. Venerdì e sabato Finnegan's Wake e derivati. Domenica di nuovo Ulysses. Uno entra, prende una copia del libro dalla pila sul bancone, si siede, c'è pure la ciambella, non è come il Fight Club: se è la prima volta, non sei obbligato a leggere a voce alta. Se capitate a Dublino tra le sette e le nove di sera di un qualsiasi giorno dell’anno, date retta: andate a comprare un sapone al limone da Sweny’s e ascoltate Joyce letto ad alta voce con la voce che cambia a ogni pagina e la tremarella dei tubetti dietro ai vetri ogni volta che si apre la porta. Eravamo dodici persone, più il farmacista tredici, più la ragazza (sua figlia?) quattordici. È stato bellissimo, poi noioso, poi di nuovo bellissimo, e appena stava per diventare noioso di nuovo io e Charles ci siamo guardati e siamo usciti. È stato bellissimo.
Siamo dieci italiani e un albanese, stiamo suonando alle tre della mattina in un bar in Kosovo, suoniamo musica tradizionale albanese, siamo degli stranieri che vanno a casa loro a suonare la loro musica, pensa dieci albanesi con le fisarmoniche e il contrabbasso a tre corde e tre violini e un ciccione col sax che irrompono in un bar di Forlimpopoli e iniziano a suonare Romagna e Sangiovese sei sempre nel mio cuore quest'aria di paese mi invita a far l'amore, e avrei voluto vedere la faccia di mio nonno quando gli zingari hanno suonato Romagna Mia a Sanremo, e i vecchi del bar di Forlimpopoli che alzano gli occhi dal tavolo del marafone e c'ut vègnia un còlp, i venti kosovari del bar losco che ci guardano aprire le custodie degli strumenti come se fossimo noi quelli con le pistole. Quando fai Zan Zan come si deve e chiudi il pezzo bello secco, senza tirare via l'ultima nota, pà, l'impressione sarà sempre positiva, anche se là nel mezzo c'è stato un po' di sfrugugliamento. Non è come quando un esercizio alle parallele asimmetriche si chiude con un'uscita perfetta, piroetta e tàc, piantata come una spada, no: è meglio. Ai concerti non saprei, lì la distanza tra musicista e spettatore è concreta, però suonare acustici in un bar di venti metri quadrati gomito a gomito, letteralmente gomito a gomito con cinquanta kosovari che ballano abbracciati vuol dire spaccare i bicchieri e per fortuna che le sappiamo tutte a memoria perché possiamo guardare le facce della gente. Quelli che mi piace guardare più di tutti sono quelli che non si stanno divertendo. Quelli che non si stanno divertendo non stanno né cantando né ballando né facendo video col cellulare né roteando al cielo un foulard, quelli che ci guardano ancora come buffi animali pelosi che si rincorrono la coda e cadono sempre in piedi, o forse sono appena arrivati e se ne dovrebbero già andare perché domattina presto hanno da fare, però un po' gli dispiace di andare via subito, magari mi fermo un po', ma cerco di non divertirmi troppo. Un grappino veloce.
Ho suonato gratis a una festa orribile in una discoteca orribile dove la gente pagava dieci euro per entrare e una birra piccola costava sei euro, non mi va di spiegare il perché; mi sono messo in tasca senza battere ciglio una cifra vergognosamente alta per suonare mezz'ora alla festa di un quartiere-dormitorio della periferia nord di Parigi, per quattro bambine con le treccine e le loro mamme col velo e i loro babbi con le Marlboro rosse e i succhi di frutta che si erano portati da casa, mentre i grandi giocavano a pallone e quelli ancora più grandi sgommavano coi motorini e quelli ancora più grandi ci prendevano per il culo e il presidente della Circoscrizione era così contento che gli era venuta voglia di intortarsi la fotografa, on s'appelle.
Credo che non mi taglierò la barba per un po'.
[Qui c’era un episodio che ho scritto perché avevo bisogno di scriverlo, ma ho anche bisogno che non lo legga nessuno, quindi l’ho cancellato, ma era qui, e io lo so. Succederà di nuovo più avanti: userò di nuovo le parentesi quadre.]
Prima di entrare nella prossima città il nostro autista Slòbodan rallenta, accosta, scende, va verso il cofano, si china e comincia a trafficare, ma il cofano è chiuso, cosa sta facendo ce lo stiamo chiedendo tutti, ma non glielo chiede nessuno. Abbiamo bucato? Abbiamo sbattuto contro qualcosa? Gli scappa da pisciare? Tre secondi dopo rispunta con la targa sotto l'ascella. Ripeterà la stessa operazione con quella posteriore (si ferma un attimo a pensare a che giro fare per andare dal cofano al paraurti: orario o antiorario? Continuo il giro o torno indietro? Torno indietro, è più corta), poi risale al posto di guida, infila le due targhe nello zerbino sotto i pedali e rimette in moto. A chi non l'ha già capito lo spiega in un inglese elementare ed efficace: Next town, they don't like Serbians. So I take out my serbian plate. Più tranquillo così, understand? Nema problema. Attraversa la strada principale, di fatto l’unica asfaltata, fischiettando. Io guardo a destra e a sinistra e vedo solo automobili senza targa, ogni tanto senza ruote, edicole dove nessuno va a comprare i giornali e bar dove nessuno va a prendere il caffè.
Ho dormito tre notti a fila in un letto matrimoniale insieme a mio babbo. Non ricordavo di averlo mai fatto in vita mia, il che è probabilmente falso, nel senso che mi sarò addormentato centinaia di volte sul suo petto quando ero poco più grande di lui (del suo petto), ma i miei ricordi d'infanzia iniziano dopo, almeno tre anni dopo, camminavo già, il primo anno di scuola materna la mattina che è arrivato il camion dell'uva e l'abbiamo messa tutta dentro una mastella e in cerchio cantando l'abbiamo schiacciata con le mani e mi ha punto un'ape e ho pianto però poi mi hanno dato un bicchiere di succo di pera e mi chiedevo dove fossero nascosti i bambini che schiacciavano a mani nude le pere. Ho dormito, dicevo, nel lettone con mio babbo in un momento della nostra vita in cui abbiamo entrambi la barba e nessuno di noi ha un lavoro vero, o perché è in pensione o perché fa il musicista, e tre notti su tre sono tornato a casa che lui già dormiva. Mio babbo è uno dei pochi uomini al mondo che riescono a russare a pancia in giù. Il ronfare del capo branco è rassicurante e narcotico, si spande per la foresta come il cerchi dell'acqua del lago del sasso del fiume del bosco che al mercato mio padre comprò.
Un carabiniere ha bussato alla tela della nostra tenda nel parcheggio dietro Saturnia. Ieri sera il fricchettone del bar ci aveva detto che il campeggio è libero, basta non sporcare. Abbiamo piantato la tenda nel posto meno sporco (era abbastanza sporco) e la mattina dopo uno sporco sbirro ci ha svegliato e ci ha chiesto i documenti, nel mio caso la patente, mi ha fatto aprire la macchina e mi ha detto che se avevo qualcosa era meglio se glielo dicevo io, perché se lo trovava lui era peggio. Mi sono sentito dentro una canzone dei 99 Posse e per un attimo mi è dispiaciuto essere lì con la mia ragazza, a parte perché uno vuole preservare la morosa dalle brutture della vita come un anziano in divisa una mattina d’estate, e poi perché ho sempre avuto questa fantasia quando mi fermano e mi chiedono di svuotare le tasche: alla prima domanda tipo Dove stava andando a quest'ora della notte, giovanotto? Rispondere Sono appena stato a casa del mio ragazzo, o Sono stato fuori a cena con il mio ragazzo, o Ho appena litigato con il mio ragazzo, e vedere che faccia fanno. Lo farò prima o poi. Nel frattempo la strategia migliore rimane sempre evitare il contatto visivo e cantarsi in testa One pant man di Walter Ferguson.
I Bagni di Petriolo, tra Grosseto e Siena, sono una specie di mio Gange personale: devo andare almeno una volta all'anno a bagnarmi nello zolfo tiepido per non perdere contatto con il mio lato satanello. A volte sono partito da casa la mattina apposta per stare mezza giornata a mollo e sono tornato a dormire a Forlì la sera stessa, ma più spesso si è trattato di qualche giorno in tenda o da amici della maremma maiala. Quest'estate ero a mollo fino al naso in una pozzetta a fare le bolle come gli ippopotami y de repente ha iniziato a piovere, prima piano piano, una pioggerellina fresca e fine che sembrava granita al limone nel caldo fetente di fine luglio, ah, que frescor, ma poi si è incarognita, ha freddato l'acqua della pozza riempiendola di fango e sassolini dalla cima del monte e le foglie secche tra gli alberi erano ormai un letto marcio e ho smesso di stare bene. Allora mi sono alzato in piedi, mi sono tolto le mutande e sono stato un minuto nudo in mezzo al bosco sotto una pioggia torrenziale a braccia spalancate a gambe larghe a faccia in su, lo consiglio a tutti.
Ho finalmente imparato a suonare Chloé di Duke Ellington: ogni volta mi immagino Boris Vian che mi ascolta e gli viene un colpo.
Ho imparato a giocare a mus, il corrispettivo spagnolo del marafone, corrispettivo non tanto nelle regole quando nella diffusione sociale: ci giocano i vecchi al bar e gli universitari al pomeriggio invece di studiare. La mensa della facoltà di ingegneria di Madrid è in fondo alla strada di casa mia e ogni tanto ci andiamo a pranzo perché il menù costa cinque euro e novanta. A mus si gioca due contro due, quattro carte a testa, si possono cambiare le carte come a poker, poi si inizia a scommettere. Vince chi ha la carta più grande, poi vince chi ha la carta più piccola, poi vincono le combinazioni (coppie, doppie coppie, tris, poker), poi i punti (le figure valgono dieci, ma il punteggio più alto non è 40, è 31, cioè il 31 batte il 40, poi 39, 38 e giù a scendere). Giocarsi tutto, all in come dicono i texani, si dice ORDAGO, e credo sia obbligatorio gridarlo, scriverlo maiuscolo o battere un pugno sul tavolo. A mus ci giocano soprattutto i maschi, come a marafone: le poche femmine che sanno giocare a mus sono tutte fortissime, come a marafone. Ci si possono fare i segni. Si può parlare, non è come marafone che l'hanno inventato due muti contro due sordi. Si può bluffare, tra l'altro bluff in spagnolo si dice farola, che vuol dire anche lampione. Fare cose con le farole. Le farole e le cose. Fotère alla farola.
Ho scritto quattro libri abbastanza brutti e questo mi dà una libertà sovrana quando apro un nuovo documento di testo: sapere che non sposterò di un centimetro la storia della letteratura mi fa battere sui tasti più veloce di tutte quelle volte in cui cambi gli aggettivi in funzione dei tuoi millequattrocento seguaci digitali. A Granada c'è un gruppo di musicisti di strada che sembra uscito da un mio documento di testo, si chiamano Milchakas e sono in numero variabile da quattro a dodici, ma c'è un nucleo di tre o quattro facce ricorrenti in ogni video, come nel mio gruppo di Madrid. Li abbiamo conosciuti a un festival in Andalucia e ci siamo subito innamorati: loro sono più sul reggae e noi più sullo swing, ma trattiamo la musica e la vita in una maniera molto simile, per dirla in fretta. La dico in fretta perché voglio dire meglio un'altra cosa: il cantante (uno dei cantanti) dei Milchakas si chiama Codo, che in spagnolo vuol dire Gomito. Dopo aver visto il nostro set Codo si è avvicinato e ha detto joder, sois la mejor banda del festival, a parte nosotros claramente. Con una fierezza che ormai trovi solo nei rapper di vent'anni fa, il cantante (uno dei cantanti) di un qualsiasi gruppo di fricchettoni spagnoli è convinto che il suo gruppo faccia la miglior musica in circolazione, che il mondo abbia davvero bisogno della sua voce e della sua chitarra, o nel mio caso del mio clarinetto e di un certo fisarmonicista e di un certo chitarrista e di un certo contrabbassista, e io davvero in questo momento della vita voglio bene alla musica più che a qualsiasi altra cosa, più che alla scrittura, come quando non scrivevo, quindi posso ricominciare a scrivere tranquillo. Al festival andaluso c'era un concorso: i Milchakas sono arrivati quarti, il mio gruppo è arrivato ottavo. Codo l'ho cercato su facebook a settembre e ho scoperto che aveva lasciato il gruppo per fare il cantautore con la sua morosa che fa i coretti.
Nel beer garden di un pub di Dublino che si chiama Cobblestone il fonico del nostro concerto, Shane, si fa passare una chitarra e la prima canzone che suona è Whippin' Piccadilly dei Gomez e immediatamente la cantano tutti e l'unico italiano che la canta sono io, lookin' like a lunatic, e quando è finita gli ho detto Awesome come in una serie tv americana e lui ha detto Grazi Saimon e io ho detto Play anything from this same record e lui ha suonato Tijuana Lady e poi gliene ho chiesta una più carica e naturalmente ha suonato Get myself arrested e a quel punto avevo già fregato l'ukulele a un'aspirante attrice che non sapeva che farsene e stavo per mettergli la lingua in bocca, a Shane, mica all'attrice, metaforicamente, mica sul serio, quando è arrivato Charles, il mio chitarrista francese, e gli ho messo l'ukulele in mano e ha fatto finta di essere alto due metri e che quello fosse un oud e abbiamo suonato una buleria turca lunga un quarto d'ora con mitragliate di palmas e Shane con la barba sporca di schiuma a dare manate sul tavolo come se fosse il cofano di una macchina che non parte, ma tanto non vogliamo andare da nessuna parte.
Dublino è molto hipster, sono finito alla prima Silent Disco della mia vita. Prizren in Kosovo non è hipster per niente, ci passa in mezzo il fiume e la gente gira con i cartocci di pistacchi caldi. Una birra gelida al tavolino di un bar costa un euro, come nel barrio. Un caffé cinquanta centesimi, come da nessuna parte. Lo stipendio medio è trecento euro al mese. Al tramonto i bambini escono di casa come topi e vanno a setacciare i bidoni dell'immondizia in cerca di roba da mangiare e lattine da riciclare. Per strada più che mendicanti ci sono venditori di accendini, pannocchie abbrustolite e nocciole verdi. Un bicchierino di té bollente alla menta costa cinquanta centesimi anche lui, ma puoi prenderne quattro o cinque o dieci in un pomeriggio e non spenderai mai più di due euro in tutto. Gli uomini non vanno mai in giro in coppia: o sono soli, e sono loschissimi, o sono in tre, e dipende. Gli unici che girano in coppia sono miliziani in borghese. Le ragazze sono tutte bellissime e tutte truccate malissimo, si muovono in branchi e stanno sempre al cellulare. Dei vecchi slavi al bar e delle nonnine col bastone non parliamo perché almeno un film di Kusturica l'abbiamo visto tutti, ecco che ricomincio a preoccuparmi di una possibile destinazione pubblica di questo pezzo, che palle.
Ho organizzato una veglia per commemorare il centenario della nascita del mio secondo scrittore argentino preferito, con una settimana di ritardo. La veglia si è svolta tra l'una e l'una mezza della notte del 3 settembre 2014: ho acceso la luce rossa, ho letto ad alta voce i miei tre pezzi preferiti dei miei tre racconti preferiti, ero solo in casa, ho ascoltato in silenzio Save it pretty mama nella versione di Lionel Hampton, ho spento la luce rossa, mi sono lavato la faccia e sono andato a dormire.
Questo bel regalo che potrei farmi per quando avrò quarant'anni, depositare in un hard disk un file di testo con dentro el diario de las increibles adventuras del trentenne che eri dieci anni fa, adolestrenta, come dicevamo en esos dias tan lindos, per rileggerle al fuoco del caminetto che non avrò, questo bel regalo, dicevo, non me lo faccio: a quarant'anni spero di fare letture più interessanti dei miei diari di trentenne, che per fortuna non esistono. Per chi scrivevo a trent'anni quando non mi leggeva nessuno? Non scrivevo per nessuno, non scrivevo per niente, suonavo soprattutto, va bene, ma ogni tanto scrivevo lo stesso, lo sapevo, però non ho capito per chi scrivevi, se eri lontano da tutti. Scrivevo per tutti, per tenerli tutti lontani.