Woody Allen era un campione nello smontare questi ragionamenti. Quali? L’altra sera ho rivisto un film di cui non scrivo il titolo così me lo dimentico e non mi ricordavo il personaggio che si dà arie da gran intellettuale dicendo che la comicità è uguale a tragedia più tempo, e lo dice come se fosse un’idea sua, come se non fosse di Charlot, cioè di Aristotele. Charlot diceva che per fare un film bastano una panchina, una bella ragazza e un poliziotto. Godard diceva che per fare un film bastano una bella ragazza e una pistola. Intravedo delle ricorrenze. Hitchcock diceva che gli attori sono bestie. Vonnegut diceva che i propri personaggi bisogna trattarli male. Dovrei ammazzare Cioran. Credo che sia già morto. Credo che Cioran sia una di quelle persone che non importa se è vivo o morto, come Woody Allen. Anche quella volta in fila al cinema con il professore universitario che per fare il bello cita McLuhan a caso e Woody Allen tira fuori dal cappello il vero McLuhan che dà del coglione al tizio e Woody Allen guarda in macchina e dice Non sarebbe bellissimo se la vita fosse sempre così?
Per questo la verità non mi interessa, e non è una frasetta ad effetto: preferisco ciò che è ingegnoso e nuovo a ciò che è vero, mi piace quello che fa scena, non quello che serve (ho speso mezzo stipendio in coriandoli), decido “sulla base di impressioni piuttosto che di ragioni”, come dice Tocqueville, compreso il “piuttosto che” disgiuntivo che non ho mai capito se si possa usare o no. “Il letterato è meno adatto di chiunque altro a comprendere il funzionamento dello Stato; - è sempre Tocqueville a parlare - egli vi dimostra una certa competenza soltanto durante le rivoluzioni, perché per l’appunto l’autorità vi è abolita e, in un vuoto di potere, ha la possibilità di immaginare che tutto si possa risolvere con gli atteggiamenti o con le belle frasi”.
Ma poi viene il giorno, viene sempre il giorno delle lacrime e della pazzia. E dicono che la felicità non si possa comprare, ma non è vero. La felicità è un paio di scarpe che ti fanno venire voglia di morire. Il principio del commercio del futuro in base all’idea del nuovo direttore del negozio di scarpe consisteva in questo: due persone, commerciante e acquirente, autore e lettore, entrano fra loro in relazioni di commercio particolari e molto importanti per la vita. E a questo punto viene subito in mente la stucchevole esortazione Siate educati l’uno con l’altro, e quante barzellette a questo proposito, quanto spirito ci si è fatto sopra. No, il venditore non deve essere educato con l’acquirente, e nemmeno cortese, e nemmeno l’autore con il lettore. Che galanteggino pure nei vari Flaubert e Maupassant: da noi in futuro tutto sarà in un altro modo. Il venditore deve diventare per l’acquirente, sia pure per un breve periodo di tempo, un amico, un acuto compagno, un medico-psicologo, una guida nei labirinti dell’abbondanza. Il venditore di nuovo tipo deve guardare il compratore con occhi cristallini e nobilitarlo con la sua filigrana spirituale e la sua musicale semplicità.
Il venditore del futuro in nessun caso deve avere a che fare con i soldi. Il denaro lo riscuotono delle macchine. Possono riscuoterlo o no; questo non riguarda il venditore. Insomma, di preciso, questo non è neppure un venditore, ma, ma, ma, occorre una parola nuova per la nuova professione. Diciamo: Amicante. Che meraviglia.
Voi entrate nel reparto calzature senza uno scopo ben preciso, semplicemente con dei sentimenti confusi, e tra l’altro vi servono dei nuovi infradito infrangibili, benché a questo non ci pensiate nemmeno. L’amicante di servizio istantaneamente capta la vostra vibrazione e per prima cosa vi sorride. Alcuni secondi sono necessari all’amicante per raccapezzarsi sul vostro carattere e tipo psichico. In questa fase l’intuizione giocherà ovviamente un ruolo fondamentale, ma certamente dell’elettronica, qui, non si può fare a meno. Raccapezzatosi, l’amicante sceglie in un istante il mezzo con cui influire: può essere una birra ghiacciata, o all’inverso un tè bollente, può essere una barzelletta, oppure semplicemente il silenzio, uno sguardo penetrante, o della musica, oppure una poesia. Se siete avviliti da uno dei soliti insuccessi, avete perso la fede in voi stessi, bisogna tirarvi su con qualche Caetano Veloso. Se invece siete irritati e scombussolati da un disaccordo in famiglia o in amore, entra in gioco, diciamo, il Quartetto K 428 in mi bemolle maggiore di Mozart.
Tra l’altro, d’improvviso entreranno nel campo della vostra visuale delle splendide ciabatte tipo Brasile e di sicuro ve ne andrete dal negozio con una bella rincollatura sull’anima incrinata.
Ancora una volta sottolineiamo: lo scopo del contatto amicante-acquirente non consiste affatto nelle ciabatte, lo scopo è una macchiolina di sole, un getto di aria tiepida, un flusso d’incoraggiamento. Voi ve ne andate dal centro commerciale e il vostro amicante si appoggia con la schiena alla parete di vetro, sbircia sul soffitto, pure di vetro, i pini riflessi, le pellicole frananti del maltempo, l’umido sottobosco coi vividi punti delle dafni e delle rose selvatiche, e serra forte le palpebre, per ricordarsi qualcosa dell’infanzia, per ascoltare fino in fondo il quartetto, oppure per pensare al vecchio Wolfgang, perché anche lui è un uomo, nonostante la professione, e anche lui ha bisogno di un amicante: se non di quelli vivi, almeno di quelli che hanno lasciato di sé una sonora e luminosa memoria.
Non ho abbastanza tempo per avere del gusto. Questa frase attribuita a non so più quale personaggio va oltre la battuta. Il gusto, di fatto, è l’appannaggio degli oziosi e dei dilettanti, di coloro che, avendo tempo in eccesso, lo impiegano in sottili inezie e in futilità concertate; di coloro, soprattutto, che lo impegnano contro se stessi.
Un mattino (era domenica), aspettavamo per la messa il principe dei Conti; eravamo nel salone, sedute attorno ad un tavolo sul quale avevamo deposto i nostri libri di preghiere, che la marescialla si divertiva a sfogliare. A un tratto ella si soffermò su due o tre preghiere particolari che le sembrarono di pessimo gusto e le cui espressioni erano in effetti bizzarre.
Niente di più insensato che esigere da una preghiera di sacrificarsi al linguaggio, di essere ben scritta. Importa piuttosto che sia maldestra, un po’ sciocca, dunque vera. Angelodidìo che sei il mio custode, illumina custodisci reggiegovernamè. La verità non era particolarmente apprezzata da spiriti esercitati alle piroette e che andavano a messa con la stessa disposizione con la quale andavano a cena o a caccia. Mancava loro la gravità, indispensabile alla pietà. Le parole della marescialla l’apparentano a quel cardinale del Rinascimento che si diceva troppo innamorato del latino di Virgilio e di Sallustio per poter sopportare quello, grossolano, dei Vangeli. Certe raffinatezze sono incompatibili con la fede: il gusto e l’assoluto si escludono.
Certo, si dirà, sono tutte chiacchiere da non credente. Chi vorrebbe credere, e tuttavia non ci riesce, si dedica per vendetta a ridicolizzare quelli che accedono spontaneamente al dono della fede. L’ironia deriva da un desiderio d’ingenuità deluso, insaziato, che, a furia di fallimenti, s’inasprisce e s’invelenisce. E se il desiderio d’ingenuità fosse il desiderio di mollare, ogni tanto, di provare a dire qualcosa, una cosa piccola, ma vera, perché stai parlando con Dio? Dio ti ascolta sempre. La mancanza di gusto estetico di Dio non giustifica la sua assenza.
SARVAKARMAPHALATYAGA Dopo aver scritto a caratteri cubitali, su un foglio di carta, questa parola ammaliante, l’avevo attaccata molti anni fa al muro della mia camera, in modo da poterla contemplare lungo tutta la giornata. Rimase lì per mesi, poi finii col toglierla, essendomi accorto che ero attratto sempre più dalla sua magia e sempre meno dal suo contenuto. Tuttavia, ciò che essa significa: distacco dal frutto dell’atto, è di un’importanza tale che colui che ne fosse veramente compenetrato non avrebbe più nulla da compiere, perché sarebbe giunto alla sola condizione estrema che valga, alla verità vera, che annulla tutte le altre, denunciate come vuote, essendo d’altronde vuota essa stessa - ma di un vuoto cosciente di sé.
Quando si è raggiunta questa verità limite, si comincia a fare una triste figura nella storia. I risvegliati, i disingannati, gli occhi spalancati, inevitabilmente debilitati, non possono essere centro di avvenimenti, per la ragione che ne hanno intravisto l’inutilità. L’interferenza delle due verità (le cose succedono / non cambia niente) è feconda per il risveglio, ma nefasta per l’atto. Essa segna l’inizio di uno scricchiolio, sia per l’individuo sia per una civiltà o persino per una razza.
Chiunque ruba al suo compagno anche il valore di un centesimo, è come se gli avesse tolto la vita. Il complice di un ladro è come il ladro. Mentre tu hai una cosa, questa può esserti tolta. Ma quando tu la dai, ecco, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre. Quando rubi da un autore, è plagio; quando rubi da tanti, è ricerca. Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi: voi al massimo potete andare a lavorare! Un oggetto, anche se non ottenuto con il furto, è tuttavia come rubato se non se ne ha bisogno. Nei migliori dei casi uno regala quello che gli piacerebbe per sé, ma di qualità lievemente inferiore. Secondo una coscienza messa sull’avviso, nessun dono dovrebbe essere offerto come spettacolo. Non appena è offerto allo sguardo, il dono diventa precario e sospetto. Sai che c’è un forziere con dentro un milione di euro nascosto nel giardino della casa qui di fronte? Ma non c’è nessuna casa qui di fronte! Beh, presto, costruiamola!
E la password? Basta scrivere una mail anche vuota a ilverborubare chiocciola gmail punto com.
oppure, più rapidamente: questo è il mobi, questo è l'epub.
(viva barabba, come al solito)