Non ripenso spesso a te, proprio perché il dolore che ho provato standoti accanto è un tipo di dolore che non ha con sé alcun aspetto dell’amore, se non l’amore per se stessi. La violenza fisica subita in passato era subita perché ero troppo amata.
Il silenzio e l’indifferenza che ricevevo da te, invece, mi ricordavano ogni volta quanto poco mi amassi. E non perché ne avessi tu colpa; credo che l’amore, quando è vero, è sempre corrisposto. Neppure io forse ti amavo. Amavo l’idea di poter essere amata, chissà.
In ogni caso non amo pensare a quei due anni, in cui ho smesso di amarmi, e poi ripreso a farlo. Sei stato il coronamento e la conseguenza di due anni e mezzo di violenze fisiche, verbali e psicologiche, che mi hanno portato a scegliere le tue angherie fra le tante altre già sperimentate.
Ho capito cosa significa suscitare pena in qualcuno, un sentimento che può manifestare anche spiacevoli sensazioni, quando l’altro ti guarda come se fossi l’ultima persona degna di stima o rispetto, perché tanto hai subito ben di peggio. Così, quando saltavo su spaventata da un tuo movimento troppo veloce, stizzito, ecco quello sguardo di commiserazione, di indulgenza, di pietà.
Oppure quando volevi punirmi in altro modo e allora acceleravi e acceleravi, e la macchina sbandava e slittava, minacciando di rovesciarsi improvvisamente come una scatola. E ti urlavo di fermarti, ti pregavo di fermarti, e più piangevo e più insistevi, e più correvamo verso chissà che cosa. Fino a fermarti nei posti più bui e pietosi del mondo, nei quali inchiodavi la macchina in terra e come un matto ti catapultavi fuori. Ricordo le tue urla, i tuoi movimenti scomposti, deformati dalla rabbia. Ricordo i tuoi pugni nel muro, a terra, alla macchina, ovunque potessi conficcarli. Ricordo la mia paura, ricordo il mio cuore, il terrore di essere ricaduta nello stesso brutto incubo. Soltanto che tu non mi guardavi come mi avevano guardato in passato, dopo le sfuriate. Non mi cercavi, piangendo. Non volevi il mio perdono, non volevi i miei baci, le mie carezze e rassicurazioni. Volevi soltanto liberarti di me. Al più presto. Così rientravi in macchina, dove mi trovavi impietrita, immobile, terrorizzata. Spargendo sangue ovunque mi ignoravi, riprendevi a guidare, non mi rivolgevi la parola. Ti fermavi appena fuori casa, e non appena mettevo il piede fuori dalla macchina acceleravi, costringendomi a chiudere la portiera di scatto, e senza nemmeno guardarmi mi lasciavi lì. Quante notti son tornata così a casa mia.