Robert Eggers, The VVitch (2015)
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@sottolequerce
Robert Eggers, The VVitch (2015)
Ci sono momenti, in cui la mente si rifiuta di accontentarsi dell'evoluzione e richiede una presentazione più forte dell'esperienza umana nel suo insieme. A volte questo sentimento è provocato da una risata per qualche aspetto umoristico della vita, come per esempio quando, astraendoci momentaneamente dalla terra, immaginiamo gli esseri umani che arrancano a piedi, o seduti in un bastimento o su un treno veloce, mentre nel contempo il pianeta gira in direzione opposta, di modo che essi, pur con tutta la loro velocità, viaggiano decisamente a ritroso, attraverso l'universo dello spazio. A volte questo sentimento è prodotto dallo spirito della gioia, altre volte dallo spirito del terrore. Ci saranno, infatti, sempre delle ore in cui rifiuteremo di essere tacitati da quella parvenza di spiegazione che ha il nome di scienza, e pretenderemo invece una qualche palpitante immagine della nostra situazione umana, capace di rappresentare l'elemento incerto e inquietante in cui abbiamo dimora, e di soddisfare la ragione per mezzo dell'arte. La scienza scrive del mondo come se usasse il braccio freddo di una stella di mare; è tutto vero; ma cosa diviene quando lo si paragona con la realtà di cui parla? Quando i cuori battono forte in aprile, e la morte colpisce, e le colline sobbalzano scosse dal movimento tellurico, e c'è una luminosità ammaliante su tutti gli oggetti davanti ai nostri occhi, e un fremito in tutti i suoni che ci giungono alle orecchie, e la realtà romanzesca in persona è scesa ad abitare fra gli uomini? E allora noi ritorniamo ai vecchi miti e sentiamo il vecchio zampognaro dal piede caprino che guida la danza con una musica che è essa il fascino e il terrore delle cose; e quando una valletta amena invita i nostri passi a visitarla, immaginiamo che sia Pan a guidarci laggiù con un tremulo aggraziato; o quando i nostri cuori si sgomentano al rombo della cateratta, ci diciamo che egli deve aver battuto il tallone nella selvetta più vicina.
Robert Louis Stevenson, Flauti di Pan (1925)
Confessioni con Luigi Boitani (Corriere della Sera, 13.08.2022)
Stefano Lorenzetto: I radiocollari che cosa dimostrano?
Luigi Boitani: Che i lupi non scendono nelle città d’inverno. Sono dietro le nostre case in ogni stagione, solo che noi non li vediamo. Quando i giovani esemplari lasciano il branco, vanno in cerca di un territorio, di un partner e di un pasto. Che, come abbiamo dimostrato, trovano sui Navigli a Milano, sulla collina di Torino dove abitava Gianni Agnelli, nel quartiere di San Lorenzo a Firenze, nei centri storici di Mantova e Ferrara, nel Delta del Po, a Vejo, a Otranto, fino a Santa Maria di Leuca. Di recente alle porte di Verona, a San Giovanni Lupatoto, che guarda caso ha nello stemma comunale un lupo.
Stefano Lorenzetto: Dal 1921 questa specie pareva estinta.
Luigi Boitani: Non è così. Sull’Appennino c’è sempre stata. Solo che da qui si è propagata all’arco alpino. Risale a 30 anni fa l’apparizione della prima coppia di lupi sul Col di Tenda, nelle Alpi liguri.
Stefano Lorenzetto: Quindi non sono stati reintrodotti dall’uomo, come si sente dire in giro?
Luigi Boitani: La più grande idiozia che sia mai stata raccontata. Un lupo giovane arriva a percorrere 1.500 chilometri in un mese.
Stefano Lorenzetto: Allora il Life Wolfalps Eu a che serve?
Luigi Boitani: Unicamente a migliorare la coesistenza con l’uomo nei luoghi dove il lupo arriva da solo sulle proprie zampe. Un’arte antica che non occorre certo insegnare ai pastori abruzzesi, irpini e calabresi.
Stefano Lorenzetto: Ma a quelli veneti sì.
Luigi Boitani: Per difendere le greggi dai lupi serve una particolare zootecnia, fatta di 600 capi al massimo. In Abruzzo si parla di morra: vuol dire 300 pecore, un pastore e tre cani maremmani. Le perdite così siriducono al minimo. Quando il danno diventava intollerabile, d’inverno intervenivano i lupari, che abbattevano qualche esemplare di troppo.
Stefano Lorenzetto: Invece oggi?
Luigi Boitani: Siamo arrivati all’assurdo per cui in Francia, dove i lupi sono appena 600, si sono contate 7.511 predazioni annue, contro le 1.739 dell’Italia, che dopo i Carpazi è il territorio dove si stimano più esemplari. È il risultato della zootecnia moderna. Ma un gregge di 4.000 pecore non lo difendi neppure con 50 cani.
Stefano Lorenzetto: Come si rileva la presenza dei lupi?
Luigi Boitani: Con le fototrappole e la raccolta di impronte, ciuffi di pelo ed escrementi lungo i sentieri. Tra luglio e settembre anche con gli ululati: se io urlo, i piccoli, che sono fessacchiotti, mi rispondono.
Stefano Lorenzetto: Il lupo ha un habitat che predilige?
Luigi Boitani: No, è l’animale più adattabile e opportunista esistente sulla faccia della terra. Lo si trova ovunque, dal Polo Nord al deserto dell’Arabia Saudita, tranne che nelle foreste tropicali. Sono stato per 45 giorni a Ellesmere, la più settentrionale delle isole artiche canadesi, insieme con un branco di lupi bianchi, enormi, bellissimi. Non hanno paura dell’uomo, li seguivo a due metri di distanza. Lì ho capito pienamente la loro psicologia.
Stefano Lorenzetto: E qual è?
Luigi Boitani: Giocano, giocano, giocano sempre, benché siano immersi nella notte polare per sei mesi l’anno, a meno 50 gradi.
Stefano Lorenzetto: Il lupo scappa di fronte all’uomo?
Luigi Boitani: Sempre. Non conosco un caso di aggressione in Italia e, all’estero, solo quello di Candice Berner, sbranata nel 2010 in un piccolo villaggio dell’Alaska.
Stefano Lorenzetto: Come si spiega questa tragedia?
Luigi Boitani: Faceva jogging e aveva le cuffie dell’iPod, non si è accorta dell’arrivo dei lupi. Correre significa fare da preda. Ma era la prima volta negli Usa dopo 50 anni.
Stefano Lorenzetto: Però vicino a casa mia, a Camposilvano, nel 1655 un lupo sbranò una massaia che era ferma a sciacquare i panni in una pozza. C’è una croce di pietra vicino alla contrada Buse di Sotto a ricordarla.
Luigi Boitani: A quel tempo era endemica la rabbia. Gli animali idrofobi attaccano sempre l’uomo, persino le donnole lo fanno. I saggi di due storici ricostruiscono dai registri parrocchiali tutte queste morti. Dal XV al XIX secolo i lupi hanno provocato in Italia 77 vittime, di cui cinque per contagio da rabbia. Nessun attacco è stato segnalato negli ultimi 100 anni.
Stefano Lorenzetto: Che fare, se ci s’imbatte in un lupo?
Luigi Boitani: Stare fermi, zitti e godersi lo spettacolo, che purtroppo dura pochi secondi. Se proprio si è spaventati, basta alzare le braccia e il lupo si dilegua. Insomma, non è come l’incontro con l’orso, per il quale si raccomanda di indietreggiare lentamente e non gesticolare.
Stefano Lorenzetto: Quanti cuccioli partorisce una lupa?
Luigi Boitani: Da tre a dieci, una sola volta l’anno, ma non tutti sopravvivono.
Stefano Lorenzetto: Si può evitare che prolifichi troppo?
Luigi Boitani: Non serve. Un branco controlla da 80 a 500 chilometri quadrati, mediamente 300. Questo significa che l’Italia peninsulare è già satura. Il lupo trova territori ancora da colonizzare solo sulle Alpi.
Stefano Lorenzetto: Qual è il peggior pericolo per il lupo
Luigi Boitani: L’ibridazione. Già 40 anni fa per ogni 2-4 lupi presenti su 100 chilometri quadrati vi erano 150-310 cani vaganti e 24-82 rinselvatichiti. Ho ricevuto un filmato terribile girato nella foresta del Tarvisio: mostra un intero branco di ibridi.
Stefano Lorenzetto: Conobbi Mario Messi. Li ibridava di proposito con l’Ente tutela lupo italiano.
Luigi Boitani: Una follia. Ho combattuto questo signore. Andai a un’audizione in Parlamento. Voleva una legge per ottenere soldi dallo Stato. Tentò di regalarmi uno dei suoi lupi bastardi. Gli risposi che da 10.000 anni all’uomo basta il cane.
Eppure Nataniele aveva ragione quando aveva scritto al suo amico Lotario che la figura repugnante del mercante di barometri Coppola era entrata ostilmente nella sua vita. Tutti se ne resero conto poiché fin dai primi giorni Nataniele si mostrò completamente trasformato nel suo carattere. Cadeva in uno stato fosco e trasognato e si comportava in un modo cosí strano che nessuno lo riconosceva piú. Tutto, l’intera vita era diventata per lui sogno e presentimento. Diceva continuamente che tutti gli uomini, pur nell’illusione di essere liberi, servono al gioco crudele di oscure potenze; inutilmente noi ci ribelliamo, non c’è altro da fare che adattarci umilmente a quello che il destino ci ha mandato. Arrivava sino al punto di sostenere che è una pazzia credere che nell’arte e nella scienza si possa creare secondo il libero arbitrio; perché quell’entusiasmo che solo ci permette di creare, non nasce dal nostro animo ma è l’influenza di un principio superiore che risiede fuori di noi.
E. T. A. Hoffmann, L’Orco Insabbia (1815)
Juraj Herz, Panna a netvor (1978)
Nella fiaba questa mancanza di corrispondenza tra l’aspetto esteriore e l’essenza si estende anche al mondo inanimato, che non è come viene raffigurato. Gli oggetti possono avere una forza straordinaria occulta. Abbiamo già detto che nella fiaba ogni oggetto può essere magico. Anche il fiorellino scarlatto non è affatto un semplice fiorellino. Esso incarna la bellezza del mondo e la bellezza dell’essere umano in quanto tale. Tutte le difficoltà per raggiungere il fiorellino stanno nel fatto che deve essere il più bello, «che più belli non ce n’è in tutto il mondo». È il fiore chiesto dalla fanciulla, è il fiore cercato da suo padre, è il fiore che la fanciulla, quando lo riceve, stringe al cuore e bacia. Ma questo fiore non è solo un fiore. È segretamente legato a quella belva, che in realtà è un principe, che le è predestinato. Esso rappresenta l’anima della belva. Abbiamo già detto che in questo si riflettono le concezioni animistiche, secondo cui l’anima può prendere la forma di una pianta o di un animale. Si sono conservate tracce di tale concezione anche in altri motivi: può avere l’anima non solo l’antagonista dell’eroe, ma anche l’eroe stesso. È quanto riguarda anche l’immagine di Finist, dietro a cui si nasconde un principe. Può essere incarnato non solo da un uccello, ma anche da una penna. Possedendo il fiorellino o la penna di Finist, la fanciulla possiede già ciò che il fiorellino o la penna rappresentano. Ecco come appare testualmente: «E quella penna era magica, era il figlio del re» (Chud. 1, 5). Queste tracce di totemismo non si sarebbero potute conservare se non avessero avuto corrispondenza con la concezione o percezione del mondo del narratore, in base alla quale il mondo quotidiano è l’involucro esterno di qualcosa di meraviglioso che si può svelare d’improvviso, per esempio con le fiabe.
Vladimir Propp, La fiaba russa (1989)
In ogni pianta vivente, scorgiamo due politiche: una di difesa dai nemici, l’altra d’alleanza con amici utili. I ghiacci, i venti, gli uragani, la siccità, gli animali e gli insetti erbivori sono i principali nemici delle piante selvatiche, mentre le api, gli uccelli, le farfalle, il calore del sole, l'umidità e la fertilità del suolo sono i loro più grandi amici. Ma trapiantando queste piante e sottoponendole alla coltivazione, buttiamo all’aria tutto il loro ambiente vitale. Costruiamo siepi intorno ai rovi, rendendo inutile la produzione delle spine; salviamo i semi del ravanello e i bulbi del giglio, e con le nostre organizzazioni umane li distribuiamo dovunque potranno vivere bene; prendiamo marze dai meli, e le innestiamo dappertutto; selezioniamo e miglioriamo, coltiviamo e custodiamo, innaffiamo e proteggiamo tutte le piante cresciute da seme e diamo loro le condizioni più favorevoli. Impadronendoci delle loro principali funzioni, risolviamo quelli che per secoli furono i problemi fondamentali della loro esistenza; la protezione e la riproduzione. Subito le piante così favorite incominciano a svilupparsi in modo da farsi sempre più adatte per provvedere ai bisogni dell’uomo, al quale rivelano le proprie capacità, e che sfrutta al massimo le loro numerose attitudini.
Luther Burbank, Come si educano le piante (1941)
Forse, sostengono i critici più severi, tutta la storia della società stanziale (in contrapposizione a quella nomade), dai cinesi maniaci dell’irrigazione ai sumeri che lo erano altrettanto, è macchiata dalla brutale manipolazione della natura. Solo i cavernicoli del Paleolitico, i cui dipinti e graffiti testimoniano un rapporto con la natura di integrazione più che di dominio, sono esenti dal peccato originale della civiltà. Una volta distrutta l’antica cosmologia, secondo cui la Terra era sacra e l’uomo non era che un anello nella lunga catena della creazione, tutto finì, millennio più, millennio meno. L’antica Mesopotamia, a sua insaputa, ha prodotto l’effetto serra. Oggi, sostiene Max Oelschlaeger, uno di questi critici bellicosi, abbiamo bisogno di nuovi «miti della creazione» per riparare al danno perpretato dal nostro indiscriminato abuso meccanico della natura e restaurare l’equilibrio tra l’uomo e il resto degli organismi con i quali egli condivide il Pianeta.
Simon Schama, Paesaggio e memoria (1995)
Rachel Weisz & Sam Claflin, My Cousin Rachel (Roger Michell, 2017)
Quando ci si dedica allo studio di una delle tante leggi universali e eterne che regolano la natura, sia relative alla vita, alla crescita, alla struttura, ai movimenti di un pianeta gigantesco, sia alla più piccola pianticella, o gli impulsi psicologici del cervello umano, occorrono determinate condizioni prima di diventare un interprete della natura o il creatore di opere preziose per il mondo. Idee preconcette, dogmi e qualsiasi pregiudizio e remora personali debbono essere lasciati da parte. Ascoltate, una a una, le lezioni che Madre Natura vi impartisce, e fatelo con pazienza, tranquillità, rispetto. Esse gettano luce su ciò che prima era un mistero, e allora chi lo vuole sarà in grado di vedere e di sapere. La Natura comunica le sue verità solo a chi è passivo e ricettivo. Accettando tali verità come un proposto, dovunque esse possano condurre, noi facciamo sì che l’intero universo armonizzi con noi. Alla fine l’uomo ha trovato una solida base per la scienza, avendo scoperto di essere parte di un universo eternamente instabile nella forma, eternamente immutabile nella sostanza.
Luther Burbank
Tarocco Siciliano (edizione Modiano)
Io sono eccellente, io che esalto e deprimo tutto, e nessuno dei miei servi è al di sopra di me, eccetto uno che mi è opposto. Ed egli mi distrugge, eppure non distrugge la mia natura. Ed egli è Saturno che mi separa tutte le membra: Ma dopo io vado da mia madre che riunisce tutte le mie membra divise e sparse: Io sono la luce di tutte le cose che sono mie, e faccio apparire apertamente la luce dall'interno di mio fratello Saturno.
L'incontro preparatorio della coppia reale ha in alchimia la famosa versione animale rappresentata nelle figg.65 e 67. Sol e Luna si avvicinano nella forma del cane di Corascena e della cagna di Armenia. Il tema è presentato dal Rosarium nel modo seguente: "Hali, filosofo e re d'Arabia, dice nel suo Segreto: Prendi un cane di Corascena e una cagna d'Armenia, uniscili e ti daranno un figlio in forma di cane, di color celeste". Nelle figg.65 e 67 il lupo e il cane si avvicinano in modo estremamente ambiguo, "furiosi, con le fauci spalancate" come dice l'epigramma di fig.65. La strana posizione dei cani che lottano e si uniscono sessualmente li rivela come sinonimi di Sol e Luna, perché imitano la posizione umana durante il rapporto sessuale, non quella animale. Il sottofondo erotico del tema è enfatizzato dal motto di fig.67: "Un lupo e un cane sono in una casa e alla fine sono mutati in uno solo". In entrambe le incisioni, l'atto sessuale canino è reso come un atto sadico di divoramento in cui i due lottatori si fanno l'un l'altro a brandelli in un'orgia sanguinosa. L'epigramma che accompagna la fig.67, dal Libro di Lamspring, dice:
"Alessandro scrive dalla Persia che Un lupo ed un cane si trovano in questa valle. Inoltre il saggio ci dice che essi Discendono da una stessa origine, Ma il lupo viene da oriente E il cane da occidente. Sono pieni di gelosia, Furia, rabbia e pazzia: Uno uccide l'altro, E da loro proviene un grande veleno. Ma quando sono riportati in vita, Si vede chiaramente che essi sono La Grande e preziosa Medicina, Il più glorioso Rimedio sulla terra Che ha rallegrato dovunque I Saggi, che rendono grazie a Dio E Lo pregano".
Johannes Fabricius, L'alchimia (1989)
E, quasi inavvertitamente, dall’oscurità del bosco passò alla gloria di smeraldo dei prati del re degli Elfi. Ed è doveroso darne qualche accenno. Si immaginino i nostri prati nel momento preciso in cui stanno emergendo dalla notte e riflettendo i primi barbagli di luce, tutti imperlati di rugiada, quando le stelle sono già tramontate, trapunti di fiori che cominciano a schiudersi, rimettendo in mostra i colori intensi e delicati dopo la chiusura notturna dei calici, incalpestati, tranne che dalle zampette sottili e delicate degli animaletti selvatici, protetti dal vento e dalle intemperie dagli alberi che li mantengono in penombra con le loro fronde; uno scenario in attesa del canto degli uccelli; in tutto ciò, a volte, c’è quasi un accenno allo splendore dei prati di Elflandia, ma si tratta di qualcosa di talmente passeggero che giungiamo perfino a dubitarne. Molto più belli di tutto ciò che la nostra fantasia possa immaginare, o che i nostri cuori possano sperare, sono i riflessi luminosi delle gocciole di rugiada e la luce crepuscolare nella quale quei prati brillano e risplendono. E c’è un’altra cosa mediante la quale possiamo avere un’idea di essi: le alghe marine o biozoi che ammantano le scogliere del Mediterraneo e che scintillano nelle acque verde azzurro, allo sguardo di chi le osserva dagli scoscesi dirupi; però quei prati sono molto più simili al fondo del mare che a qualsiasi paesaggio dei nostri, proprio per la densa azzurrità in cui Elflandia è perennemente immersa.
Lord Dunsany, La figlia del Re degli Elfi (1924)
Link della puntata integrale da cui è tratto questo breve intervento di Corrado Malanga, sul canale YouTube di Gianluca Lamberti.
A great deal has been written about the beginnings of Greenpeace. The running gag being that you can find a founder in every bar in Vancouver. I would
di Daniele Nalbone
Intervista a Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, in occasione dell'anniversario della fondazione della ong. All'epoca la battaglia era per un mondo più giusto, oggi è per non estinguerci. Una sfida ardua, vista l'inutilità dell'Accordo di Parigi: "Con i quasi 50 gradi registrati ad agosto, quella che sta finendo rischia di essere l'estate più fresca dei prossimi anni".