Ieri è stata la mia penultima seduta di terapia di gruppo prima che inizino le vacanze estive. Al rientro, a settembre, molti del gruppo non ci saranno più, perché da laureati lasceranno la città per trasferirsi altrove. Ieri abbiamo già salutato il primo. Ho pianto tanto, per una persona conosciuta in quell'utero-matrice gruppale, in quella stanza circolare, così dinamica e contenitiva. Mi sono sentita poco in diritto di piangere per una persona che conosco poco, molti lo conoscono anche fuori da lì, ma non si può dare ragione alle lacrime. Mentre abbracciava tutti, dopo aver abbracciato anche me, ho avuto il forte impulso di scrivergli quello che non ha capito per il mio singhiozzare, e di scrivere anche a me, sì a me, all'Alice di qualche anno fa, quando si sentiva disarmonica e poco intraprendente, così protetta e così timida. C'è ancora lei in me, ma non voglio più fargli la guerra, neanche quando cerca di spuntare di nuovo, voglio riconoscerla, abbracciarla in me. Voglio sentire il mare, l'aria estiva, e in quel venticello estivo portare con me le persone che a settembre non troverò, quei fratelli e sorelle, che si sparpaglieranno nell'Italia, per diventare i terapeuti di domani.