Chiamami col tuo nome
Una sola parola, uno sguardo, ed ero in paradiso. Dopo tutto, forse non era poi tanto difficile essere così felici. Non dovevo fare altro che trovare in me la fonte della felicità e non dipendere da altri per i successivi rifornimenti.
[…] tutti e due che mi dicevano di giocare di più a tennis, di andare più spesso a ballare, di conoscere gente, di scoprire da solo perché nella vita gli altri sono indispensabili e non sono solo corpi sconosciuti che ti scivolano accanto.
Una sera ero nella biblioteca di mio padre a leggere e mi imbattei nella storia di un giovane e avvenente cavaliere innamorato alla follia di una principessa. Anche lei lo amava, benché non ne sembrasse del tutto consapevole e, nonostante l'amicizia che era sbocciata tra loro, o forse proprio per quello, lui si ritrovava così intimorito e senza parole di fronte al minaccioso candore di lei che era completamente incapace di dichiararle il suo amore. Un giorno le chiese di punto in bianco: «È meglio parlare o morire?». Io non avrei mai il coraggio di farla, una simile domanda.
Questo era il mio momento di «paradiso» e, giovane com'ero, sapevo che non sarebbe durato a lungo e che dovevo godermelo per quello che era invece di rovinarlo con il mio proposito, spesso vacillante, di consolidare la nostra amicizia o di portarla su un piano diverso. Non ci sarà mai amicizia tra noi, pensai, questo non è niente, solo un minuto di grazia. Zwischen Immer und Nie. Zwischen Immer und Nie. Tra sempre e mai. Celan.
Non volevo la passione, non volevo il piacere. Forse non volevo nemmeno una prova. E non volevo parole, chiacchiere, discorsi, conversazioni in bicicletta o sui libri, niente di tutto ciò. Solo il sole, l'erba, qualche alito di brezza marina e l'odore del suo corpo appena esalava dal petto, dal collo e dalle ascelle. Prendimi e scuoiami vivo e rivoltami, finché, come un personaggio di Ovidio, non diventi tutt'uno con la tua lussuria, ecco cosa voglio. Bendami gli occhi, tienimi la mano e non chiedermi di pensare... puoi farlo per me?
La luce dei miei occhi, dissi, luce dei miei occhi, luce del mio mondo, ecco cosa sei, luce della mia vita. Non conoscevo il significato di quell'espressione, e una parte di me si domandava da dove accidenti avessi pescato un simile sproloquio, ma erano scemenze come quella che mi facevano venire le lacrime agli occhi, lacrime che volevo affogare nel suo cuscino, con cui volevo inzuppargli il costume da bagno, lacrime che volevo toccasse con la punta della lingua per far svanire il dolore.
Sarei riuscito a vivere senza la sua mano sulla pancia o attorno ai fianchi? Senza baciare e leccargli una ferita sul fianco che ci avrebbe messo settimane a guarire, ma lontano da me? Chi altro sarei mai riuscito a chiamare col mio nome? Perché ci sarebbe stata un'altra persona, per forza, e poi un'altra e un'altra ancora, ma allora chiamarla col mio nome in un momento di passione mi sarebbe sembrata un'emozione derivata, una finta.
In vita mia non avevo mai accolto il sonno con tanta serenità. Per il dolore, avrei avuto tutto il tempo che volevo, pensai. Arriverà, probabilmente in sordina, come avevo sentito dire accadesse in questi casi, e non se ne andrà tanto facilmente. Anticipare la sofferenza per neutralizzare la sofferenza: che meschinità, roba da codardi, dissi tra me, sapendo di essere un maestro in quell'arte. E se invece si fosse abbattuta con violenza? E se non avesse più mollato la presa, una sofferenza venuta per restare, e se mi avesse fatto ciò che aveva fatto il desiderio per Oliver durante quelle notti in cui sembrava che mi mancasse qualcosa di essenziale nella vita, come se mi mancasse una parte del corpo, al punto che perderlo adesso sarebbe stato come perdere una mano che vedevi in ciascuna delle tue fotografie in giro per casa, ma senza la quale non potevi più essere te stesso? L'hai persa, e che poteva accadere l'hai sempre saputo, anzi, ti eri addirittura preparato; ma non riesci a conviverci con questa perdita. E sperare di non pensarci, cosi come pregare di non sognarla, ta ugualmente male.
Ogni cellula del mio corpo crede che ogni cellula del tuo non debba morire, mai, ma se proprio deve, che muoia allora dentro il mio corpo.
Come avrei fatto a spiegargli, a spiegare a me stesso, perché non potevo andare a casa sua e conoscere la sua famiglia, anche se ogni parte di me moriva dalla voglia di farlo? La moglie di Oliver. I figli di Oliver. Gli animali di Oliver. Lo studio, la scrivania, i libri, il mondo, la vita di Oliver. Che cosa mi aspettavo? Un abbraccio, una stretta di mano, un saluto di circostanza e poi l’inevitabile Dopo!?
Di colpo, la sola eventualità di conoscere la sua famiglia mi allarmò: troppo intenso, troppo improvviso, troppo diretto, non ero preparato. Nel corso degli anni l'avevo riposto nel mio passato remoto, era il mio amante più-che-perfetto, l'avevo ibernato, imbalsamato di ricordi e naftalina come un trofeo di caccia che confabulava col fantasma delle mie serate. Di tanto in tanto lo spolveravo e poi lo rimettevo al suo posto, sulla mensola del caminetto. Non apparteneva più a questa Terra, né alla vita. A questo punto, non solo avrei scoperto che avevamo preso due strade completamente diverse, ma la portata della perdita mi avrebbe colpito dritto allo stomaco - una perdita a cui non mi era difficile pensare in termini astratti, ma che mi avrebbe fatto un gran male se me la fossi ritrovata davanti, così come ci fa soffrire la nostalgia quando smettiamo di pensare a cose che abbiamo perduto e di cui forse non ci è mai importato granché.
In tutti questi anni, ogni volta che pensavo a lui, pensavo a B. o ai nostri ultimi giorni a Roma, e tutto mi riportava a due scene: il balcone con relative angosce e via Santa Maria dell'Anima, dove mi aveva spinto contro il muro e mi aveva baciato e alla fine mi aveva lasciato mettere una gamba attorno alla sua. Ogni volta che vado a Roma, torno in quel punto della città Per me è ancora vivo, risuona ancora di qualcosa che appartiene al presente in tutto e per tutto, come se sotto l'antico marciapiede in ardesia battesse ancora un cuore rubato da un racconto di Poe, per ricordarmi che qui avevo trovato la vita pertetta per me ma non ero stato capace di viverla. Non riuscivo a pensare a lui nel New England. Anche quando abitavo lì e ci separavano non più di una settantina di chilometri, continuavo a immaginarmelo da qualche parte in Italia, irreale, spettrale. Anche i luoghi dove aveva vissuto mi sembravano inanimati, e appena cercavo di immaginarli ecco che fluttuavano via, alla deriva, non meno irreali e spettrali di lui. Adesso scoprivo che non solo le città del New England erano vive e vegete, ma anche lui. Facilmente mi sarei potuto buttare su di lui anni fa, sposato o no - a meno che, nonostante le apparenze, non fossi io stesso irreale e spettrale.
«Era mia, ma ormai ce l'hai da molto più tempo di me.» Ci appartenevamo, ma avevamo vissuto così lontani che adesso appartenevamo ad altri. Abusivi, quelli che reclamavano le nostre vite nella realtà erano solo degli occupanti abusivi.
«E come i vecchi seduti intorno alla piazzetta di fronte al memoriale del Piave, parleremo di due giovani che avevano trovato tanta telicità per qualche settimana e avevano passato il resto delle loro vite a intingere batuffoli di cotone in quella ciotola di felicità, temendo che finisse, senza osare berne più di un ditale e solo in occasione degli anniversari di rito.» Ma questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta, avrei voluto dirgli.
Quei due non possono disfarla, né riscriverla, né far finta di non averla vissuta, nemmeno riviverla; è li, bloccata, come un'apparizione di lucciole in un campo d'estate verso sera, e continua a ripetere a ognuno di loro: Avresti potuto avere questo, invece. Ma tornare indietro è falso. Andare avanti è falso. Far finta di niente è falso. Cercare di rimediare a tutte queste falsità è a sua volta falso. La loro vita è come un'eco distorta sepolta per sempre in un santuario di Mitra. Silenzio.
«Posso farti una domanda?» Perché all'improvviso mi sentivo inquieto? «Spara.» «Se potessi, rifaresti tutto da capo?» Lo guardai. «Perché me lo chiedi?» «Perché sì. Dai, rispondi.» «Se rifarei tutto da capo? Al volo. Ma sono già al secondo bicchiere, e credo che ordinerò il terzo.»
Sarà stato l'alcol, sarà stato che era la verità, o forse non volevo che ci perdessimo in concetti astratti, ma sentii che dovevo dirlo, perché era il momento buono, perché all'improvviso mi venne in mente che ero andato da lui apposta per quello, per dirgli: «Sei l'unica persona a cui vorrei dire addio quando morirò, perché solo allora questa cosa che chiamo vita avrà un senso. E se dovessi venire a sapere che sei morto, la mia vita così come la conosco e il me stesso che adesso sta parlando con te smetterebbero di esistere. A volte ho questa terribile immagine, mi sveglio a B. e, guardando il mare, apprendo la notizia proprio dalle onde: 'È morto la notte scorsa'. Ci siamo persi tante cose. È stato un coma. Domani io tornerò al mio coma, e tu al tuo. Scusami, non volevo offenderti… sono certo che la tua vita non è un coma». «No, è una vita parallela.» Forse ogni altro dolore che avevo provato nella mia vita all'improvviso decise di confluire in questo. Dovevo respingerlo. E se non lo vedeva, probabilmente lui stesso non ne era immune.
[…] alla fine capivamo entrambi che lui era più me di quanto non fossi mai stato io, perché tanti anni prima, quando a letto lui diventava me e io diventavo lui, Oliver era e sarebbe rimasto per sempre, anche molto dopo che ogni strada imboccata nella vita ci aveva cambiato, mio fratello, mio amico, mio padre, mio figlio, mio marito, il mio amante, me stesso. Nelle settimane in cui ci eravamo ritrovati insieme quell'estate, le nostre vite si erano a malapena toccate, eppure eravamo approdati sulla riva opposta, dove il tempo si ferma e il cielo si congiunge con la terra e ci dà la nostra razione di ciò che ci appartiene per diritto divino fin dalla nascita. Facevamo finta di niente. Parlavamo di tutto fuorché di quello. Ma l'abbiamo sempre saputo, e che adesso non dicessimo nulla era un'ulteriore conferma. Avevamo trovato le stelle, tu e io. E questo capita una volta sola nella vita.
Ma un'altra parte di me voleva fargli sentire che ormai era inutile cercare di recuperare il tempo perduto: avevamo percorso troppa strada e ne avevamo passate troppe l'uno senza l'altro perché tra noi ci fosse terreno comune. Forse volevo che sentisse il dolore pungente della perdita, che soffrisse. Ma alla fine, e forse come soluzione di compromesso, ho deciso che il modo più facile era dimostrargli che non mi ero dimenticato di nulla.
Come tutte le esperienze che ci segnano a vita, mi ritrovai rivoltato, sventrato, squartato. Era la somma di tutto ciò che ero stato nella mia vita, e anche di più: chi sono quando canto e friggo le verdure per la mia famiglia e i miei amici la domenica pomeriggio; chi sono quando mi sveglio nelle notti gelide e voglio solo infilarmi un maglione, correre alla scrivania e scrivere della persona che sono e che so essere ignorata dagli altri; chi sono quando desidero essere nudo con un altro corpo nudo, o quando desidero essere solo al mondo; chi sono quando ogni parte di me sembra a chilometri e secoli di distanza, nonostante ogni parte di me giuri di essere me.
«Senti» mi interruppe, «tra voi c'è una bella amicizia. Forse anche qualcosa in più. E io ti invidio. Al posto mio, la maggior parte dei genitori spererebbe che tutto si dissolva, o pregherebbe che il figlio ne esca indenne. Ma io non sono così. Al posto tuo, se il dolore c'è, lo farei sfogare, e se la fiamma è accesa, non la spegnerei, cercherei di non essere troppo duro. Chiudersi in se stessi può essere una cosa terribile quando ci tiene svegli di notte, e vedere che gli altri ci dimenticano prima di quanto vorremmo non è tanto meglio. Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa... che spreco!» Era un discorso che non riuscivo nemmeno a prendere in considerazione. Ero ammutolito. «Ho parlato a vanvera?» mi domandò. Scossi la testa. «Allora lascia che ti dica un'ultima cosa. Servirà ad allentare la tensione. Magari ci sono andato vicino, ma non ho mai avuto ciò che hai avuto tu. C'era sempre qualcosa che mi tratteneva o mi ostacolava. Come vivi la tua vita sono affari tuoi. Ma ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola. La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva, più tutte quelle che stanno in mezzo. Invece di vita ce n'è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvici-narglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore.»
«C'è anche un mio luogo dello spirito?» mi ha chiesto, abbozzando un sorriso. «Ce l'avrai sempre.» Volevo dirgli che la piscina, il giardino, la casa, il campo da tennis, «il limitar del paradiso», l'intera proprietà, sarebbero sempre stati il luogo del suo spirito. Invece ho indicato la portafinestra della sua camera. I tuoi occhi sono per sempre là, volevo dirgli, intrappolati nelle tende, a guardare dalla mia camera da letto, al piano di sopra, dove adesso non dorme nessuno. Quando soffia il vento ele tende si gonfiano e io alzo lo sguardo, se sono qui, o esco sul balcone, mi ritrovo a pensare che sei lì dentro, che dal tuo mondo guardi il mio mondo e dici, come quella notte quando ti ho trovato sullo scoglio: Sono stato felice qui. Sei lontano migliaia di chilometri, ma non appena guardo questa finestra penso a un costume da bagno, a una camicia infilata in fretta, a braccia appoggiate alla balaustra, e all'improvviso sei lì, ti accendi la prima sigaretta della giornata... oggi fanno vent'anni. Perché fino a quando questa casa resterà in piedi, sarà questo il luogo del tuo spirito. E anche del mio, volevo dirgli.
Mi sono fermato un secondo. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c'è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.







