IL CONIGLIO
Quando lei mi chiese spiegazioni sul coniglio, stavo avvitando la moka. Odio quando inizia a fuoriuscire il caffè dal mezzo, odio anche quando mi chiedono del coniglio.
– Quale coniglio?
– Non è un coniglio?
Sul ripiano più alto della libreria spuntava il muso del coniglio. Era di ceramica bianca, decorato con un motivo floreale a dir poco improbabile. Io e mia sorella lo usavamo da piccoli come salvadanaio. A guardarlo così, poteva assolvere a qualsiasi funzione, come a nessuna. Rimaneva evidentemente un coniglio, ma io adoro confonderla da quando ha iniziato a fidarsi di me.
– Lia, è evidentemente un coniglio!
Era imbarazzata per essersi accorta troppo tardi che la stavo prendendo in giro, ma si divertiva. Mentre parlavamo, si era vestita per metà e zampettava in calzamaglia sul tappeto.
– In realtà c’è una storia dietro, – e visto che non aveva detto niente io avevo continuato, – Lo usavamo come salvadanaio. Poi, quando i miei si sono separati, mia madre, nel pieno della sua ira purificatrice, per liberare spazio se ne voleva sbarazzare. La bloccai mentre stava per farlo. “Ma… ma come,” le dissi, “non puoi mica buttare via il Coniglio!” “E perché no? È orribile, ed è di tuo padre…” “Ma… ma non puoi buttarlo,” le dissi, “è il nostro coniglio!”
– E poi? – Lia mia ascoltava salendo e scendendo dalle punte dei piedi.
– Poi niente, telefonai a mio padre, che: a) non si ricordava minimamente del coniglio; b) non voleva assolutamente riprenderselo. Così, per salvarlo, me lo sono tenuto io. Ormai non potevo fare diversamente.
Rise di nuovo.
– E io che pensavo che l’avessero mollato qui i vecchi inquilini…
– È talmente brutto che lo tengo laggiù in fondo, così non lo vede nessuno. Lo tiro fuori solo quando viene a trovarmi mia madre. Riconoscerai che è mio dovere farle pesare almeno questo.
– Senz'altro.
Detto ciò la presi in braccio e la buttai sul letto. Il caffè stava venendo su, ma lo lasciammo bruciare. Non era vero, il coniglio lo tenevo sempre ben in vista.









