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Verso l'Acquacheta by qoanis.27 https://flic.kr/p/2jyQeCS
Gita ad Acquacheta, il fiume infernale di Dante. Con la “Commedia” a farci da bussola
Terzina: tre versi endecasillabi.
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È l’alba di sabato3 agosto del 2019 e l’azione si svolge da Rimini verso Firenze, tra le curve del “Muraglione”, quelle in cui tre persone sono in viaggio per raggiungere un luogo infernale. Per ascoltare, attraverso i piedi, una manciata di versi abbastanza celebri.
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Alessandro Carli divorato dalla foresta: è lui l’autore di questo reportage boschivo e dantesco
È l’alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300 e l’azione si svolge nel terzo girone del settimo cerchio, quello in cui sono punti i violenti contro Dio, contro la natura e contro l’arte.
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“Come quel fiume c’ha proprio cammino / prima dal Monte Viso ‘nver’ levante, / da la sinistra costa d’Apennino, / che si chiama Acquacheta suso, avante / che si divalli giù nel basso letto, / e a Forlì di quel nome è vacante, / rimbomba là sovra San Benedetto / de l’Alpe per cadere ad una scesa / ove dovea per mille esser recetto; / così, giù ‘una ripa discoscesa, / trovammo risonar quell’acqua tinta, / sì che ‘n poc’ora avria l’orecchia offesa”. Dante Alighieri, “Divina Commedia”. Inferno, canto XVI. I versi non li ricordo, forse attorno al cento, o poco prima.
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Non occorre aver studiato il Divino Poeta: ben più potè il caldo ai libri quando, nonostante l’arrivo di agosto, le temperature sono ancora alte. Nel dubbio però, o meglio, nello zaino, una versione tascabile dell’Inferno è sempre utile. Pesa poco, nonostante lo spessore delle sue parole, un menhir di straordinario volume e dimensione, con ogni probabilità la più grande opera della letteratura italiana di sempre.
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“Devo dire che io, dopo aver letto giovanissimo la Commedia, l’ho lasciata poi da parte per parecchio tempo […]. Certamente la sua lettura, sedimentata in me, ha avuto, per vie che è difficile definire, degli influssi”. Eugenio Montale.
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La strada più immediata è quella che parte da San Benedetto in Alpe: un nome, per chi viene dalle Alpi venete, che è più di una promessa. Un nome familiare, al femminile, che rassomiglia alle raccomandazioni che ti fa la mamma prima di uscire all’aria aperta.
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La macchina trova ristoro e riposo a San Benedetto in Alpe dopo aver colmato la distanza che separa Rimini dagli Appennino. In testa gira un canto, quello dell’acqua che incontra la roccia. Tra noi e la cascata ci sono circa quattro o cinque chilometri di cammino all’ombra: il sentiero è tutto sottobosco, senza particolari strappi, se la memoria tiene ancora. Scarpe da trekking, zaino in spalla, dentro i ricambi, sempre necessari quando si va in montagna quindi maglietta di cotone a maniche corte e una più coprente, impermeabile.
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Si parte da quota 499 metri sul livello del mare. I primi due chilometri sono semplici: dislivello contenuto, forse 50 metri in tutto. Si costeggia il corso del fiume e quando lo si abbandona si ode il suo canto rassicurante. Ca’ del Rospo è il primo avamposto umanizzato: una struttura di sassi piccola e ben tenuta. All’interno un caminetto, qualche bottiglia vuota, un accendino. In caso di pioggia, un ottimo rifugio per riempire la pancia. Si prosegue in direzione del molino dei Romiti e dallo specchio d’acqua che gli sorride: luce e trasparenze, con il sole che trafigge i rami e disegna gli incanti della letteratura “Fantasy”. Dopo il molino si diventa traghettatori di anime, o grimpeur di montagna, senza pedali e senza biciclette: la salita di sassi si fa dura, aspra, una tagliola per le gambe.
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L’Acquacheta appare dopo circa un’ora e quaranta minuti di cammino di passo tranquillo: qualche sosta per tirare il fiato per annusare le bacche di ginepro, qualche fotografia, qualche estraniamento visivo o olfattivo. La cascata è misera: l’arsura si fa sentire anche qui e la “portata dei salti” assomiglia a un antipasto di un ristorante stellato Michelin: un accenno, o poco più. Si prosegue in direzione del fosso “Ca’ del vento”, che ospita una bella cascata. Qui faremo la pausa pranzo. Laura tira il fiato mentre Johnny guada il fiumiciattolo e osserva. Laura mi guarda: “Pieno di famiglie con i cani” mi dice. “I cani hanno sostituito i figli”. Le accenno un articolo che ho scritto su Pangea su questo fenomeno sociale: in fondo ha ragione, si figlia di meno oggi, meno pugnette.
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Bagno i piedi, poi mi accuccio e immergo le braccia sino ai gomiti. Me lo ha insegnato il nonno, l’acqua fredda dei ruscelli di montagna crea ristoro e piacere ma non si può bere perché non sai se alla fonte o più in alto ci sono animali morti che la potrebbero inquinare.
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Johnny propone di completare l’anello. Ci si rimette in cammino: il panorama cambia, si sale e si va di crinale, su e ancora su, sino a quota 990 metri. Abbandoniamo il fiume per incontrare – e farci superare – da altri camminatori. Sono quattro giovanissimi, quattro ragazze. Una ha i capelli alla Bob Marley e un paio di ciabatte, un’altra è scalza. Ci superano di slancio, le perdiamo. O sono diventate ninfee…
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Il sole è caldo e crea un effetto balsamico sui fiori. Johnny, gamba formata tra una vita negli scout e un discreto cammino verso Santiago di Compostela, sale come uno stambecco. Noi a ruota, ma a distanza. “Il sodaccio” è una catapecchia costruita a quota 768 mt slm: un cartello la segnala, ci dice che lì è passata qualche forma di vita umana. Poco dopo l’indicazione della distanza che ci separa da San Benedetto: due ore. Lungo il cammino appaiono il Massiccio del Falterona, il Monte Massicaia e il Passo del Muraglione. Case Monte di Londa è quasi il punto più alto: 957 metri. Arriveremo a 990, a Prato Andreaccio. Da San Benedetto il dislivello complessivo è di quasi 500 metri.
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La discesa verso gli inferi è una trappola per le articolazioni. Si scende a zigzag e le gambe si fanno dure. Scendere è più difficile rispetto alla salita perché nella testa ti sembra che si faccia meno fatica. Sbagliato: gambe più stanche e disattenzioni o leggerezza possono essere micidiali.
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San Benedetto appare dopo essere scesi verticalmente. Il rito pagano del bagno dei polsi nel fiume è il mio saluto e il mio ringraziamento alla natura: subito dopo entriamo nel bar e prendiamo i succhi di frutta e l’acqua.
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Con la postfazione del poderoso Davide Brullo, nel 2016 De Piante Editore ha messo alle stampe un libro su Eugenio Montale che si intitola così: “Non posseggo nemmeno una Divina Commedia”.
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“Come quel fiume, che ha per primo il proprio corso partendo dal Monviso verso levante, dalla pendice destra dell’Appennino, che in alto si chiama Acquacheta prima di scendere in pianura e a Forlì cambia nome (in Montone), rimbomba sopra San Benedetto dell’Alpe per cadere in una sola cascata là dove dovrebbe essere ricevuto in mille cascatelle; così vedemmo che quel fiume rosso (il Flegetonte) ricadeva giù per un burrone scosceso, facendo tanto rumore che in poco tempo avrebbe danneggiato l’udito”.
Alessandro Carli
L'articolo Gita ad Acquacheta, il fiume infernale di Dante. Con la “Commedia” a farci da bussola proviene da Pangea.
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Ottica distorta
Io sto affondando e ho bisogno solo di una mano. -Naufrago
Vortici perplessi e mareggiate incandescienti, richiudono l'abisso di una grammatica inconsistente -Naufrago