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Piccoli #trucchetti di #marchisio per #battere i #calci d'angolo fuori dalla #mezzaluna #juventus #sampdoria poi bravo #evra a segnare un bel #gol ... Anche Questi sono gli #aiutini ... (presso Juventus Stadium,Torino)
Il dossier: AS Roma, ecco l'elenco degli aiutini
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Electrolux, 450 esuberi, riduzione salari e aiutini di Stato
di REDAZIONE
Trentadue milioni di investimenti in tre anni e 316 esuberi a regime per evitare la chiusura dello stabilimento di Porcia. Questa la proposta di Electrolux, che l’azienda ha sottoposto ai sindacati durante un incontro che si e’ tenuto oggi in un albergo di Roma. Ma i sindacati contestano la cifra e sottolineano che il ‘costo’ in termini di esuberi e’ decisamente piu’ alto e arriverebbe a 450 lavoratori nel triennio: 342 operai e 18 impiegati. Si tratta comunque della prima volta che l’azienda svedese presenta un piano su Porcia alla controparte, piano che sarebbe dovuto essere discusso oggi al ministero dello Sviluppo, prima delle dimissioni del governo di Enrico Letta. L’investimento di 32 milioni fino al 2017, hanno spiegato fonti dell’azienda, “portera’ al rafforzamento dell’alto di gamma a Porcia, che e’ gia’ specializzato nella gamma alta del prodotto”. Ma la cifra, sottolineano le stesse fonti, “parte dal presupposto che siano confermate le sei ore di lavoro piu’ le due di solidarietà”.
Secondo l’azienda i 316 esuberi calcolati sullo schema delle sei ore piu’ due di solidarieta’ riguardano 298 operai (su circa mille) e 18 impiegati (su 64). Un ragionamento che pero’ i sindacati respingo, spiegando che “a legislazione vigente, e cioe’ con un contratto che prevede le 40 ore di lavoro settimanali, gli esuberi saranno 450 e non 316″. Per il coordinatore della segreteria della Uilm, Gianluca Ficco, “l’azienda ha messo nero su bianco che non vuole mettere in discussione questo punto, quindi dando cifre diverse vuole solo addolcire la pillola. Ma secondo il piano gli esuberi sono 450 e non 316″, 342 operai e 18 impiegata ribadisce. L’esponente della Uilm sottolinea anche che l’azienda ha confermato “l’esigenza di una riduzione di 3 euro del costo dell’ora lavorata, ma la multinazionale non parla piu’ di tagliare voci salariali, bensi’ di provare ad agire su leve fiscali e contributive, quali quelle immaginate dal sindacato con la richiesta avanzata al Governo di rifinanziare i benefici contributivi in favore delle imprese che ricorrono ai contratti di solidarieta’”.
Durante l’incontro Electrolux ha anche presentato delle modifiche al piano industriale per lo stabilimento di Susegana, in provincia di Treviso, dove continueranno a prodursi oltre 90mila frigoriferi della linea ‘Cairo 3′ su 158 mila, che inizialmente l’azienda aveva previsto di trasferire in Ungheria.
Al di la’ dei numeri diversi sugli esuberi la reazione dei sindacati al piano Electrolux sono di apertura: “Le azioni messe in campo dai lavoratori hanno un primo risultato, la dichiarazione che Porcia non chiude si e’ sostanziata in un investimento sullo stabilimento e nelle produzioni”, e’ il commento del segretario nazionale della Fiom-Cgil, responsabile del settore degli elettrodomestici, Michela Spera. Dall’Electrolux sono arrivate “aperture interessanti, con delle prime risposte positive in primis sul mantenimento dello stabilimento di Porcia anche se con numeri insufficienti. L’azienda ha rivisto la sua iniziale posizione”, e’ il commento del segretario nazionale della Fim-Cisl con la delega per il settore degli elettrodomestici, Anna Trovo’, al termine dell’incontro dei sindacati con l’azienda. “Siamo in una fase ancora aperta. Il ruolo delle istituzioni – ha aggiunto – non e’ irrilevante, speriamo che il governo in fretta sia in grado di dare risposte”.
da L’indipendenza
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Rischio Calcolato
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Electrolux, 450 esuberi, riduzione salari e aiutini di Stato
di REDAZIONE
Trentadue milioni di investimenti in tre anni e 316 esuberi a regime per evitare la chiusura dello stabilimento di Porcia. Questa la proposta di Electrolux, che l’azienda ha sottoposto ai sindacati durante un incontro che si e’ tenuto oggi in un albergo di Roma. Ma i sindacati contestano la cifra e sottolineano che il ‘costo’ in termini di esuberi e’ decisamente piu’ alto e arriverebbe a 450 lavoratori nel triennio: 342 operai e 18 impiegati. Si tratta comunque della prima volta che l’azienda svedese presenta un piano su Porcia alla controparte, piano che sarebbe dovuto essere discusso oggi al ministero dello Sviluppo, prima delle dimissioni del governo di Enrico Letta. L’investimento di 32 milioni fino al 2017, hanno spiegato fonti dell’azienda, “portera’ al rafforzamento dell’alto di gamma a Porcia, che e’ gia’ specializzato nella gamma alta del prodotto”. Ma la cifra, sottolineano le stesse fonti, “parte dal presupposto che siano confermate le sei ore di lavoro piu’ le due di solidarietà”.
Secondo l’azienda i 316 esuberi calcolati sullo schema delle sei ore piu’ due di solidarieta’ riguardano 298 operai (su circa mille) e 18 impiegati (su 64). Un ragionamento che pero’ i sindacati respingo, spiegando che “a legislazione vigente, e cioe’ con un contratto che prevede le 40 ore di lavoro settimanali, gli esuberi saranno 450 e non 316″. Per il coordinatore della segreteria della Uilm, Gianluca Ficco, “l’azienda ha messo nero su bianco che non vuole mettere in discussione questo punto, quindi dando cifre diverse vuole solo addolcire la pillola. Ma secondo il piano gli esuberi sono 450 e non 316″, 342 operai e 18 impiegata ribadisce. L’esponente della Uilm sottolinea anche che l’azienda ha confermato “l’esigenza di una riduzione di 3 euro del costo dell’ora lavorata, ma la multinazionale non parla piu’ di tagliare voci salariali, bensi’ di provare ad agire su leve fiscali e contributive, quali quelle immaginate dal sindacato con la richiesta avanzata al Governo di rifinanziare i benefici contributivi in favore delle imprese che ricorrono ai contratti di solidarieta’”.
Durante l’incontro Electrolux ha anche presentato delle modifiche al piano industriale per lo stabilimento di Susegana, in provincia di Treviso, dove continueranno a prodursi oltre 90mila frigoriferi della linea ‘Cairo 3′ su 158 mila, che inizialmente l’azienda aveva previsto di trasferire in Ungheria.
Al di la’ dei numeri diversi sugli esuberi la reazione dei sindacati al piano Electrolux sono di apertura: “Le azioni messe in campo dai lavoratori hanno un primo risultato, la dichiarazione che Porcia non chiude si e’ sostanziata in un investimento sullo stabilimento e nelle produzioni”, e’ il commento del segretario nazionale della Fiom-Cgil, responsabile del settore degli elettrodomestici, Michela Spera. Dall’Electrolux sono arrivate “aperture interessanti, con delle prime risposte positive in primis sul mantenimento dello stabilimento di Porcia anche se con numeri insufficienti. L’azienda ha rivisto la sua iniziale posizione”, e’ il commento del segretario nazionale della Fim-Cisl con la delega per il settore degli elettrodomestici, Anna Trovo’, al termine dell’incontro dei sindacati con l’azienda. “Siamo in una fase ancora aperta. Il ruolo delle istituzioni – ha aggiunto – non e’ irrilevante, speriamo che il governo in fretta sia in grado di dare risposte”.
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Rischio Calcolato
Senza aiutini
di Davide Peschechera
A mente fredda. Ho voluto capire perché i due gol sono regolari e non sono stati annullati e perchè Rizzoli ha dato il rigore. Senza sottovalutare “er sistema” che ci ha consentito lo Stadium (prima che crollasse, ovvio). Passa qualche minuto e penso: “Due gol regolari, un rigore sacrosanto, due espulsioni giuste, nessun aiutino. Non è possibile, questa partita è assolutamente da ripetere. Anzi, no. Perché Bergomi a partita in corso conferma: “vince la Roma anche se perde.””.
Il problema del giuoco del calcio è che dopo molto parlare, infatti, tocca giocare. E mentre noi vinciamo sul campo, gli altri chiacchierano. Con la Roma ci si diverte sempre: negli ultimi tre anni tra campionato e Coppa Italia allo Stadium, Juventus-Roma 14-1. Nel dettaglio: Giaccherini, Del Piero, Kjaer, Vidal, Vidal, Pirlo, Marchisio, Pirlo, Vidal, Matri, Osvaldo, Giovinco, Vidal, Bonucci, Vucinic.Ricapitoliamo: 13 gol dei giocatori della Juve più due di romanisti (Osvaldo e Kjaer). Peccato che uno dei due romanisti (Kjaer) abbia fatto gol nella propria porta. Quindi aggiorniamo: le visite allo Stadium sono finora costate alla Roma 4 sconfitte, un solo gol segnato (su rigore di Osvaldo) e 14 subìti. Tutte vittorie nette e incontestabili. Continuando con questa media punti si rischia di forare il tetto dei 100 punti finali (103,44 per esattezza). Il campo racconta di una Juve stratosferica: sempre vincente in casa, con dieci successi consecutivi in campionato. La grinta famelica di Conte ha contagiato il gruppo che da qui si autoalimenta per continuare a combattere, dominare, imporsi. È un gruppo di persone che lavora con dedizione, spirito di abnegazione, con consapevolezza delle proprie debolezze e con l’umiltà dei propri punti di forza. Gli altri, anche se tecnicamente alla pari o superiori, perdono perché non hanno questi ingredienti. L’autostima del gruppo, del mister, della società, dell’ambiente tutto, ha raggiunto picchi quasi impensabili e per la medesima ragione, le ambizioni della Roma hanno subito un brusco ridimensionamento. In fondo, i giallorossi tre gol in una gara sola non li avevano ancora presi. La Roma era imbattuta e aveva subito 7 gol in 17 partite. In una ne ha presi quasi il 50%. Il mister ha la capacità di caricarmi persino dal divano. Dieci trionfi di seguito come nel 1932. Il nono successo casalingo (su altrettante partite disputate), ma soprattutto la vittoria numero 16 in campionato, su 18 gare disputate. Con 49 punti (sui 54 disponibili!) conquistati e con un +8 proprio sui giallorossi, i bianconeri hanno conquistato il platonico titolo di Campioni d’Inverno con 90 minuti d’anticipo. E per la terza stagione consecutiva. Ricapitolando: in campionato il 70,21% di vittorie dal 2011 a ora, il 23,40% di pareggi, il 6,38 di sconfitte (una sola quest’anno, quella di Firenze dopo un primo tempo stradominato). Percentuali derivate da 94 partite, 66 vinte, 22 pareggiate, 6 perse. Un raffronto con Fabio Capello, già sorpassato: per il mascellato 69,74% di trionfi, 23,68% di pareggi, 6,58 di sconfitte. Più otto e vantaggio dilatato, ingigantito. Chi è abituato a vincere ha continuato a vincere, chi si sta attrezzando per riuscirci si è sgretolato prima sotto il profilo psicologico e poi sotto quello tattico. Alla Roma sono cambiate moltissime cose, la squadra è bellissima. Una cosa però, per ora, è rimasta uguale: quando si mette male si perde la testa. Vedi De Rossi. E la faccia. Vedi Totti. Della vittoria della Juve impressiona la consapevolezza della sua forza. Della sconfitta della Roma impressiona che al primo ko è disfatta. Per mentalità e gioco la Roma è la squadra che più si “avvicina” alla Juventus tra le altre. Ma non regge le pressioni. E questo è il male. Nonostante sia tecnicamente forte. Non ci sta che la Roma perda spesso la testa a partita compromessa, compromettendo così anche le successive. Vecchio vizio.
Partita studiata a tavolino, in allenamento. Atteggiamento Juve voluto e cercato da Conte, trasmesso e inculcato ai suoi giocatori. Tanta densità nella nostra area e ripartenze avversarie annullate. Tra il primo e il secondo tempo, però, ci sono state più intensità e meno errori da parte dei nostri e questi due cambiamenti hanno fatto la differenza. Per un tempo non avevamo mai visto la capolista giocare – in campionato – alla pari del suo avversario, persino prudente, quasi preoccupata di non prestare il fianco ai micidiali contropiedisti giallorossi. E’ stato bravo Conte a preparare il match, a modellarlo sulle caratteristiche di chi aveva davanti, a frenare quando c’era da frenare, ad accelerare quando è stato possibile. Poi, una volta contenuta la furia giallorossa, non c’è più stata storia. Avesse osato, la Juve si sarebbe offerta proprio ai micidiali contropiedi giallorossi. La Roma, d’altronde, è una squadra che comunque non si sottrae a fare la partita se le si lascia spazio, ma le migliori vittorie le ha avute lasciando il pallino ad altri. Impacciati., infatti, col pallone tra i piedi: poche soluzioni offensive e reparti messo in ombra. Noi se c’è da fare la partita, la vinciamo, e siamo cinici se non la facciamo. Loro soffrono a farla con le piccole e con noi. Ma sono letali nel non farla con le grandi. E noi non glielo abbiamo concesso. Conte ha asfaltato Sassuolo e altre piccole. Garcia no. La Roma è dunque una squadra che se non ha spazi da attaccare o per allungare, perde tanto, nonostante giocatori molto tecnici. il possesso palla fine a se stesso ha messo in mostra pregi e limiti di un attacco che non ha saputo allargare le nostre maglie. Dall’altra parte, c’è stata la straordinaria capacità, maturità e duttilità della Juve di mutare atteggiamento e di vincere entrambi gli scontri diretti, col risultato di 3-0, ma giocando in due maniere diametralmente opposte. Il3-0 di oggi, infatti, è molto simile al 2-0 dello scorso anno contro il Napoli di Mazzarri allo Stadium, ma non al 3-0 di quest’anno contro il Napoli di Benitez. Da grande allenatore, quindi, Conte ha deciso per una volta di non fare la partita e da grande squadra, con umiltà, questi giocatori hanno deciso di seguire il mister e rinunciare alla solita manovra avvolgente. Tanta oculatezza nell’orchestrare le manovre offensive e squadra racchiusa in 35 metri, a muoversi mantenendo queste distanze, questo spazio, in questi pochi quanto efficaci metri quadrati, in fase difensiva. Ci sono molti modi di vincere e molti modi di perdere. E le due cose combaciano quando c’è dominio totale da parte di una sola squadra. Conte ha lavorato anche per Garcia costruendo alla perfezione la sconfitta della Roma, neanche al Bernabeu aveva lasciato così tanto spazio all’iniziativa degli avversari, sintomo che Conte intendeva vincere convincendo, questa volta, prima sul piano tattico che su quello del gioco. Il fine giustifica i mezzi e spesso, per Conte, i mezzi coincidono sempre col fine. L’input era quello di fare la Juve in fase di possesso palla, di limitare gli avversari con grande umiltà in fase di non possesso. E poi i giocatori, al di là degli schemi e delle tattiche. Tevez più di Totti. Pogba il vecchio, 20 anni pesanti e maturi come fossero 40, Pirlo il giovane, 34 anni leggeri e creativi come fossero 17. E tutti gli altri, che hanno fatto il solito, il massimo, il meglio. La Roma come un diesel nel primo tempo, la Juve come un turbo quando, alla prima occasione buona, ha ammazzato subito la partita.
Una Roma che sì ha cercato di giocarsela, ma è stata anche un po’ presuntuosa, visto il risultato. Ai romanisti, infatti, lasciamo la convinzione di essersela giocata alla pari. Il prepartita è cominciato con De Rossi che, qualche settimana fa, aveva affermato che: “Chi ci sta davanti in un momento particolare è stato fortunato con gli arbitri. Alcuni episodi che ci possono stare in un campionato, episodi che si pareggiano nell’arco di una stagione. E noi aspettiamo di pareggiarli“. Messaggi al sistema? Poi il Corriere dello Sport venne subito in suo aiuto e accese la sfida con le solite parole di Turone sbattute in prima pagina: “Turone accende la supersfida «La Juve ha sempre l’aiutino»”. Giornalismo degno della considerazione di cui gode all’estero. Poi Totti: ”Roma più forte, vinceremo. Ma attenti, la Juve ha sempre l’aiutino”. Gli ha risposto prima Conte che, in conferenza stampa, non volendo alimentare tensioni pre-gara, interpellato su queste ultime dichiarazioni del capitano giallorosso, sull’insinuazione che “anche questa Juve riceva aiutini” ha risposto: “Ma sai, già potrei obiettare sull’anche… Guarda, la prendo sul ridere perché è giusto che quando ci sono chiacchiere da bar, da tifosi, bisogna prenderla sul ridere e prenderla in maniera molto serena. Io dico che non ci sono delle risposte da dare a chi fa queste affermazioni. Anzi, io insegno ai calciatori, a chi lavora con me, a chi mi frequenta, che le risposte vanno date sempre sul campo, perché il campo rende giustizia sempre a tutto e a tutti. E dico che in due anni e mezzo il campo ha reso giustizia alla squadra più forte, in maniera anche molto netta e clamorosa alcune volte”. Poi Buffon, prima sul campo e poi ai microfoni, a fine gara: “Aiutino è la scusa di chi non vince mai”. L’unico aiutino che puoi avere, Francesco, e’ quello per salire sull’aereo e tornartene a casa o quello di Rizzoli che non concede recupero per evitare il quarto gol della Juve. Garcìa, poveretto, ha cercato di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, forse perché ha capito l’ambiente nel quale si è ritrovato e, proprio in conferenza stampa, all’elenco dei precedenti Juve-Roma dei giornalisti, ha risposto: “Ma cos’è, un corso di storia?”. Ma continuiamo con la rassegna stampa. È il turno di De Sanctis: “Il sistema italiano rende i bianconeri assolutamente più forti. A partire dallo stadio, che è un grande vantaggio. Al di là del risultato, in più di noi la Juventus ha solo gli otto punti in classifica.” Lo ha detto nei giorni scorsi e lo ha ribadito a fine partita. Il Sistema di Morgan De Sanctis o, in altre salse, “Il Palazzo”, o “Il Vento del Nord”, che fa il gioco della Juventus attraverso diversi “aiutini”, che ha permesso alla Juventus la costruzione dello stadio e che implica sudditanza psicologica nei confronti dei bianconeri. Una dimostrazione? Naturalmente la debacle europea e gli arbitri che, in Europa, non subiscono sudditanza. Vedi Grafe in Real-Juve. Paolo Liguori addirittura delirante a Tikitaka, appoggia la “teoria” di De Sanctis e paragona il giallo di Chiellini del primo tempo col rosso di De Rossi e dice che su Castan il pallavolista c’è spinta e fallo. Tutto frutto del sistema, degli aiutini e della sudditanza dello Stadium, naturalmente. Due pesi e due misure di Rizzoli, insomma. Per fortuna che concludono i nostri, Bonucci e Barzagli, dicendo l’uno che “Le parole pre-gara? “Le lasciamo a loro, noi facciamo parlare il campo. Negli ultimi anni a Torino li abbiamo sempre dominati.”, e l’altro: “Ci sono state dichiarazioni che ci hanno fatto girare un po’ lo stomaco e quindi hai un po’ di carica in più quando scendi in campo. Comunque sono cose che fanno parte del calcio, nessuno si è offeso”. Eh vabbè, non sanno perdere. Però poi penso e dico, tra me e me: “Ma che m’importa, se allo stadio c’era David Trezeguet…”
Rubrica #AttimidiJuve. Profilo Twitter: @eldavidinho94. Profilo Facebook: Eldavidinho Juve. Profilo Instagram:http://instagram.com/eldavidinho_. Blog WordPress: http://eldavidinho.wordpress.com/.
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BOLDRINI :”HO AVUTO UN PASSATO DIFFICILE”-SI, RACCOMANDATA DALLO ZIO VICEPRESIDENTE DELL’ENI! PERCHE’ NASCONDE UNA CARRIERA COSTELLATA DI FAVORI E AIUTINI?
LA BOLDRINOVA RACCONTA ALLA “STAMPA” IL SUO “PASSATO DIFFICILE”, SENZA ACCENNARE AI SUOI PRIVILEGI, ALLE STRADE SPIANATE, ALLE BUONE PARENTELE E ENTRATURE GIUSTE
La superfemminista, miracolata come presidente della Camera, ha invitato le donne “a ribellarsi” per farsi strada – Ma non racconta della parentela con Massimo Boldrini, ex vicepresidente dell’Eni, e non dice che di aver lavorato all’Agi, agenzia giornalistica di proprietà proprio dell’Eni…
Paolo Bracalini per “il Giornale”
Pillole di saggezza da un’infanzia difficile. «Donne, cominciate a ribellarvi da bambine. Io e mia sorella l’abbiamo fatto con i nostri fratelli e abbiamo vinto» confessa alla Stampa Laura Boldrini.
Serve carattere, il resto viene. Dev’essere stata dura per lei, sessantottina a scoppio ritardato (è nata nel ’61), ma poi ce l’ha fatta, ha vinto. È riuscita a farsi strada nonostante una famiglia benestante, un’educazione borghese, buone parentele, entrature giuste, buoni studi e bei viaggi, insomma una sfilza di privilegi. Ma l’importante non è quello, ovviamente, è ribellarsi, sennò sarebbero capaci tutti.
Lei non ha esitato, da bambina, a scontrarsi col padre, avvocato, «un uomo riservato, studioso, solitario, tradizionalista, molto religioso, amante della campagna e della musica classica», spirito conservatore che spesso si esprime in latino o greco e che cozza col fuoco rivoluzionario della giovane figlia. «I suoi princìpi non si coniugavano con la mia curiosità» dirà la Boldrini per spiegare le origini della sua rivolta casalinga.
«A vent’anni prende lo zaino e salta su un aereo per andare in Venezuela a lavorare in una finca de arroz, un’azienda di riso», raccontano le agiografie della presidente di Montecitorio. Lei, cocciuta ventenne, non vuole più saperne del casale di famiglia a Jesi e di quella vita agiata ma provinciale. No, lei vuole raccogliere il riso, con le caviglie dentro l’acqua, come le contadine sudamericane che è venuta a osservare tipo animali esotici. Chiede ad un agronomo «amico di famiglia» (ah, averceli gli amici di famiglia) e trova la finca de arroz che fa per lei, in quel di Calabozo, paesino del Sud venezuelano.
Eppure niente, stranamente non la scambiano per campesina ma per una ricca occidentale in gita equosolidale, e la accomodano dietro una scrivania, in un ufficio (ma lei rimane «molto colpita dallo stile di vita ripetitivo e privo di orizzonti dei campesinos»). Per quella ribellione, comunque, il padre non le parlerà «per otto anni».
La giovane Boldrini nel frattempo gira il Sudamerica, attraversa il Costa Rica, Panama, l’Honduras, il Guatemala, il Messico, un tour avventuroso e ribelle che però non si conclude né a Tegucigalpa né a Caracas, ma nella più confortevole New York, prima di tornare a ribellarsi in Italia. Precisamente all’università La Sapienza di Roma, mandata a studiare Giurisprudenza per ereditare la professione dal padre (non quella della mamma, insegnante di storia dell’arte e antiquaria), come usa nelle famiglie bene.
I maligni di internet – che sulla Boldrini si accaniscono con speciale perfidia – incrociano cognomi e parentele per sconfessare il mito della donna ribelle «che si è fatta da sé», e rivelare piuttosto la classica parabola da radical chic, che ama gli ultimi ma nella vita parte avvantaggiata.
Falsa la parentela con Arrigo Boldrini, partigiano (nome di battaglia Bulow), ex parlamentare Pci, vera invece – lo ha scritto Perna nel suo ritratto sul Giornale – quella con Massimo Boldrini, ex vicepresidente dell’Eni, amico di Enrico Mattei. Nel 1986 diventa giornalista pubblicista, facendo rassegna stampa all’Aise (Agenzia Italiana Stampa e Migrazione) ma anche – aggiungono le voci malevole in cerca di raccomandazioni nella sua brillante carriera – all’Agi, agenzia giornalistica di proprietà dell’Eni.
Quindi alla Rai, come precaria, ma pur sempre alla Rai, dove è difficile entrare senza amicizie. Nell’88 è nella produzione, come assistente, del programma di RaiDue Cocco, regia di Francesco Pingitore, quello del Bagaglino. Proprio lei che trova disdicevole l’uso del corpo femminile in tv, e umiliante persino la rappresentazione delle mamme che servono la cena a casa, e che per questo si è guadagnata un Tapiro d’oro da Striscia. Poi, dopo la Rai, i massimi onori all’Onu e quindi la presidenza della Camera. Grandi successi, nonostante l’infanzia difficile.
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FONTE:
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L’articolo BOLDRINI :”HO AVUTO UN PASSATO DIFFICILE”-SI, RACCOMANDATA DALLO ZIO VICEPRESIDENTE DELL’ENI! PERCHE’ NASCONDE UNA CARRIERA COSTELLATA DI FAVORI E AIUTINI? sembra essere il primo su basta casta.
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FIGLIO DI CASTA- LA RICCA CARRIERA DEL COCCO DELLA CANCELLIERI. SARA’ STATA TUTTA FARINA DEL SUO SACCO O AVRA’ AVUTO AIUTINI DALLA MAMMA, AMICA DA SEMPRE DEL CLAN LIGRESTI?
IL RETROSCENA
La ricca carriera del figlio del ministro Cancellieri che per i Ligresti è “idiota”
Ora è capo dell’area finanza e controllo di Telecom Italia, ma Piergiorgio Peluso, classe 1968, bocconiano Doc, ha un curriculum di quelli che i cacciatori di teste tengono volentieri in evidenza sulla scrivania. Ma non perché sia il figlio del ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, quanto per l’esperienza maturata: dopo la laurea in economia, inizia a Mediobanca ma nel 1998, fresco trentenne, sbarca al Credit Suisse come vicepresidente del settore fusioni e acquisizioni. Ma l’incarico gli va stretto: passano appena due anni ed è al Mediocredito Centrale, gruppo Capitalia. Dove fa carriera: nel 2005 arriva la nomina a direttore centrale della banca di Geronzi. Poi, dopo la fusione con Unicredit, passa nella squadra dell’istituto di Piazza Cordusio, guadagnandosi la nomina a responsabile della divisione investment banking. Nel 2011 esce dal mondo bancario per approdare a quello delle assicurazioni, in Fonsai, dove arriva come direttore generale. Ma è quell’anno trascorso alla guida del gruppo già in equilibrio precario, che rischia di costargli caro. Riesce ad uscire prima del Crac con una buonuscita da 3,5 Milioni di Euro per 1 anno e mezzo di lavoro, e subito, grazie a mammà arriva l’offerta Telecom, per un bel posto da Direttore area finanza a 600 mila Euro l’anno.
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