Una grande cerimonia si è tenuta presso la casa circondariale di Taranto, in occasione del ventennale dell’assassinio dell’agente penitenziario Carmelo Magli, avvenuto il 17 novembre del 1994. Una giornata toccante, in cui la riflessione ha fatto da cornice. La riflessione sul ruolo di questa figura istituzionale, poco conosciuta e riconosciuta soprattutto, nonostante l’importante ed impegnativo compito che ogni giorno è chiamata ad assolvere per il bene della comunità. Carmelo Magli muore all’età di 24 anni, in una lontana sera d’autunno di 20 anni fa. Termina il suo turno, e si accinge a tornare a casa, a Francavilla Fontana, dove ad attenderlo c’erano moglie e due figli di 3 e 1 anno. Fuori, sulla strada un’auto bianca e al suo interno il suo esecutore, Osvaldo Mappa. La criminalità quella sera doveva inviare al corpo un segnale forte, che potesse essere testimonianza della loro potenza. Il primo a passare sarebbe stato ucciso, nessun requisito in particolare se non uno essenziale: indossare una divisa. Il primo a passare quella sera fu Carmelo Magli, la sua auto fu affiancata da quella del suo esecutore, che senza alcuna pietà, lo crivellò con 11 colpi di Skorpion. Da allora sono trascorsi 20 anni, e la memoria non si è mai persa. Presenti alla cerimonia la famiglia di Magli, i genitori Cosimo e Rita, sua moglie e sua figlia Cinzia. In lacrime il padre Cosimo Magli ringrazia l’intero dipartimento per quanto è stato fatto in memoria di suo figlio “abbiamo sempre il nostro dolore e lo portiamo con noi – spiega-. E’ un dolore che non finisce mai. Quanti più anni passano, più questo dolore aumenta, perché vedi tutti gli altri e tuo figlio non lo trovi più”. La giornata di ieri ha avuto un duplice scopo: in primis quello di commemorare un uomo dello Stato, ucciso in quanto tale senza nessuna correlazione rispetto all’attività svolta; in secondo luogo, per far emergere il contributo speciale che il poliziotto penitenziario rende alla collettività quotidianamente, un contributo che non è assolutamente riconosciuto dalla collettività esterna, e a tal proposito la dottoressa Stefania Baldassarri, la dirigente della casa circondariale di Taranto, ci spiega che oggi si parla di parla di poliziotto penitenziario per parlare di Stefano Cucchi, per parlare di pestaggi, di maltrattamenti, tralasciando tutto quello che questa figura in realtà compie. Il poliziotto penitenziario è la quinta forza di Polizia dello Stato italiano, che attende ad un mandato costituzionale di un’estrema complessità per l’attuazione, ovvero attende ad esigenze di sicurezza per la collettività, ma gli è altresì demandato il compito di educare reinserire i colpevoli, gli autori del reato, i rei, nella società: compito assolutamente complicato, che è soggetto a tutta una serie di difficoltà operative, gestionali, di carenza di organico. Il poliziotto penitenziario, attende a tutto questo in maniera silente, in maniera costante senza il dovuto riconoscimento sociale, della collettività. “Negli occhi di ciascun poliziotto penitenziario ho letto la voglia, il desiderio di commemorare Carmelo, al punto che ho maturato il concetto che questa casa circondariale ha 308 unità, più una, perché Carmelo Magli è una presenza invisibile, ma comunque una presenza” spiega la Baldassarri. Alla cerimonia, hanno preso parte anche il Prefetto di Taranto Umberto Guidato; il Prefetto di Brindisi Nicola Prete; il Procuratore Capo della Repubblica di Lecce Cataldo Motta; il Procuratore Generale Ciro Saltalamacchia; il Sostituto Procuratore della Repubblica di Lecce Guglielmo Cataldi, il Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto Pompeo Carriere, e Mons. Filippo Santoro. Tra memoria e riflessioni, si è ricostruito il lavoro e la vita di quest’uomo, al quale è stato dedicato un monumento bronzeo realizzato dal professor Giuseppe Donadeo. “Oggi noi, a distanza di vent’anni, abbiamo tenuto tantissimo a commemorare Carmelo Magli, e a porre questo busto presso la portineria del nostro istituto, perché lo sentiamo tutt’ora parte integrante del nostro corpo. – spiega il commissario capo Giovanni Lamarca, comandante della polizia penitenziaria di Taranto – L’esempio di come semplicemente ogni lavoratore in divisa, facendo onestamente il suo dovere, rappresenta ogni giorno lo Stato, e solo per questo, solo perché fa il suo dovere, rischia ogni giorno la vita.” Il dovere, il vigilare sul rispetto delle norme, quello che la nostra giurisprudenza chiama ordine pubblico. E’ proprio la parola ‘ordine pubblico’, che spesso non piace, e diventa sinonimo di scontri, il filo conduttore tra la divisa e i suoi nemici. E proprio a proposito di ciò, Giuseppe Martone, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, spiega che attaccare le divise in quanto tali, è una grossa stupidaggine, perché sin dalla notte dei tempi c’è stata necessità, specialmente in contesti in cui c’è una densità demografica marcata, come la nostra regione, la Campania, la Calabria, la Sicilia, dove va garantito il corretto andamento delle norme. Chi indossa la divisa ha l’ingrato compito di far rispettare queste norme, e la persona onesta, coscienziosa, che non delinque deve vedere gli uomini in divisa come amici, che aiutano a vivere meglio.