A Mercedes, naturalmente.
Io una dedica così bella non l’ho mai letta o almeno quelle sdolcinate e prolisse su di me non hanno mai avuto presa. Ed è un mio feticcio quello di andarmi a leggere la dedica dell’autore, piccolo spiraglio sul suo mondo privato, al di là del racconto ufficiale vero e proprio. Così come ho il vizio di saltare puntualmente la prefazione e l’introduzione per evitare di avere filtri e pregiudizi di altri; ritornerò all’inizio solo e soltanto alla fine. Anche ciò è molto romantico, un cerchio che si chiude.
Sono anni che mi chiedo da quale libro di Marquez iniziare e nel dubbio ho sempre rinviato. Stavo in verità per prendere un altro libro di Calvino (*le Lezioni Americane che mi incuriosiscono da tanto) o Sulla strada di Kerouac, con cui ci sta un gioco di sguardi da tempo: so che arriverà il momento di leggere te e tutti gli altri ma abbiate pazienza, ho poco tempo e due soli occhi. Per di più piccini e affetti da congiuntivite cronica.
Ma torniamo a Marquez, forse ci sono finalmente arrivata grazie all’immersione nella Colombia di Narcos, per cercare di dimenticarne un po’ la ferocia e capire anche cosa di bello quella terra poteva e può donare. Perché un lato bello ci deve pur stare. Ci sta sempre il risvolto della medaglia.
Ancora non so se questo libro mi piacerà per davvero, cosa ne penserò e né tantomeno sono solita recensire libri (non ne sarei capace), ma la dedica mi ha colpito e ci penso da ieri, forse perché è proprio così che vedo anche io l’amore, come una cosa inevitabile, rassicurante e naturale: “non posso che dedicarla a te, Mercedes”, il messaggio semplice e profondo è questo e non si poteva esprimere in un modo migliore di così.










