Sfiorava le suture sul petto, era vivo. "Non posso attendere oltre" fu ciò che disse a se stesso Samuel.
Aveva pensato a quel momento sin dal primo istante del loro incontro, conosceva la bipolarità dei suoi sentimenti: ciò che ora respingeva avrebbe finito con l'attrarlo.
Si era interrogato più volte: "Quanto è importante che gli altri conoscano ogni particolare della mia vita?".
La risposta l'aveva cercata per anni, tentativi vani di abbozzarne una si erano susseguiti, ma il risultato finale non corrispondeva mai alle sue aspettative.
Aveva imparato sulla propria pelle quanto la sincerità non finisse col pagare, ma col presentare un salato conto chiamato solitudine.
Samuel si era quindi accompagnato a se stesso e alle delusioni, per molti anni; da sempre, per quanto potesse ricordare.
Ora la domanda si ripresentava bussando alla porta del suo cuore e, si sa, al cuore non si comanda; ancor meno se l'occhio è imprigionato da anni: costretto alle stesse geometrie architettoniche, a una ridotta gamma di colori. E l'occhio, imprigionato a lungo, privato della sublime visione, che solo la natura sa disporre per lui, perde vivacità; e con esso i sensi cronicizzano una disconoscenza del mondo e delle sue bellezze, e la mente smarrisce la razionalità.
Samuel sentiva quel battito, ne avrebbe tratto beneficio?
La risposta non sarebbe arrivata, non questa volta. Avrebbe potuto scavare dentro se stesso, trascinarsi nel dubbio e lasciarsi avvilire dalle incertezze. Qualcuno batteva alla porta del cuore, non restava che dire: "Avanti!".
Non c'era alcuna necessità di domandare: "Chi è?", conosceva il nome di chi, tanto insistentemente, cercava di penetrare nella gabbia invisibile con cui si proteggeva. La sottile rete di vetro che nessuno poteva oltrepassare era per William una sfida.
William, che Samuel aveva odiato per la sua freddezza -immaginava che in un'altra vita doveva essere stato una statua di ghiaccio-, con impertinenza gridava il diritto di scegliere se quel cuore celasse una storia tanto orribile.
E se anche lo fosse stata, orribile, lui ne conosceva la dolcezza e non gli importava cosa avrebbe scoperto.
Samuel si era nutrito di morte per piacere, per un'insensata paura: la vergogna.
Aveva barattato la dignità, tra inganni, indecenze e mortificanti verità, aveva abbandonato se stesso per uno sconosciuto ed era divenuto schiavo.
Per un imprecisato periodo avevano condiviso la malinconia, giorni cupi, più che primavere inverni, assaporando la tristezza.
Avevano diluito il tutto usando solamente le parole, di chi non ha studiato ma pensa molto, di chi pensa che una tomba possa offrire una vita migliore.
Se erano destinati alla sepoltura tra quattro mura di cemento, allora preferivano margherite di campo che si nutrissero di loro, piuttosto che alimentare il sadismo dei loro carcerieri.
Samuel e William, due nomi, due numeri: un unico destino.
Quello stesso destino che li aveva uniti non si poteva controllare, e quella strada nascondeva un bivio: separati, tolti uno dall'altro. Nulla restava da amare.
Persino quella surreale realtà si era rivelata una tiranna sanguinaria, e se amare era impossibile, nessuno poteva impedire il dolore.
Samuel aveva dovuto raccogliere tutta la volontà che possedeva, non si doveva lasciare che il dolore avesse il sopravvento, e William non lo avrebbe voluto.
Sapeva, lo sapevano entrambe, che il serbatoio della colpa era pieno e il suo carico sarebbe scoppiato in un diluvio.
Ma alla tempesta segue il sereno, e quel momento, per quanto disastroso fosse, non poteva impedire di ricordare i tempi felici, tanto meno ostacolare la libertà di sentirsi liberi a prescindere dalle immagini esterne: strutture che la mente costruisce e il cuore disfa.
Gli affetti s'imprimono nell'anima, sono come i tatuaggi, incancellabili.
Samuel s'interrogava su quale fosse la natura del loro rapporto, sostanzialmente la sua paura era la verità. William era ai suoi occhi come il mango, ricco di polpa zuccherina, a quelli di un bimbo affamato: non si poteva coglierlo, non era alla sua portata; eppure lo tentava, dichiarandosi apertamente curioso.
Era tutto? Curiosità? Si limitava ad un effimero desiderio -quasi morboso- di conoscere, o era un pretesto per impedire che le emozioni non diventassero troppo ingombranti?
Anni. Il tempo che inesorabilmente trascorre aveva sottratto a Samuel l'audacia necessaria per toccare con mano William, per accertarsi che fosse reale e non un sogno ad occhi aperti.
Le schegge del giorno, le poche ore trascorse insieme tra silenzi assordanti e sguardi imbarazzati; i sorrisi, il the caldo mentre fuori la neve si posava al suolo su tentacoli che le permettevano di rimanere sospesa, di non cedere mai alla forza di gravità, trascorrevano sempre troppo in fretta.
William percepiva questa necessità di Samuel che la comunicazione tra loro fosse continua. Un mattino gli consegnò una busta, scrupolosamente sigillata.
"Sei speciale, non cambiare mai" recitava il messaggio contenuto.
Samuel era emozionato, decise che quelle parole meritavano un seguito, non si poteva lasciarle in una scatola, destinarle a essere ricordi. Per essere certo di non dimenticarsene scrisse a matita sulla busta "Preludio".
Cominciarono una fitta corrispondenza, un celato -agli occhi di tutti- scambio di lettere.
Faceva bene a loro e, cosa più importante, non provocava danni collaterali.
Avevano consapevolmente assegnato un luogo di reverenza e amore all'altro, noncuranti e indifferenti a quello che sarebbe potuto apparire uno scandalo.
Fluttuare tra le righe non aveva impedito loro di lanciarsi offese, o di credere che alcune esternazioni potessero essere considerate tali. Ma se l'effetto delle parole si poteva comparare all'esplosione di una bomba che sbreccia i muri e strappa i vetri dalle finestre, ce n'erano di capaci d'edificare nuovamente, laddove incomprensioni e ambiguità avevano minato il rapporto.
William, guance d'angelo, laghi gemelli i suoi occhi, passo orgoglioso di purezza.
Samuel, una fitta rete di bugie per nascondersi, padrone di poteri incomunicabili, silenzioso e assorto nell'orizzonte, alla ricerca di un punto immaginario.
Definitivamente separati.
Restavano solo carta e penna. Bisognava evitare con cura d'essere impazienti, non rischiare di forzare il destino imponendo la propria volontà: non doveva esserci discrepanza tra parole e libertà.
Le parole non dette, quella dose di partecipazione affettiva che andava oltre, questo era a quanto Samuel pensava. Si domandava se fosse giusto coinvolgere William, poteva trattarsi di una proiezione e avrebbe potuto ridimensionare il tutto, senza necessariamente coinvolgerlo.
Si arrovellava con pensieri che confondevano e offuscavano la mente, come nubi sinistre che si paventano ad oscurare una soleggiata domenica d'Aprile.
William gli aveva confidato quali fossero i suoi dubbi, di come non trovando cercasse di creare qualcosa da vedere.
Ora toccava a Samuel, era il suo momento: il suo turno di scoprire le carte.
Tirò fuori dalla scatola il "Preludio" e ne scrisse il seguito.
Mia dolce speranza, Adorato Amico Mio
Le giornate trascorrono, e sembrano dilatarsi sino a divenire eterne.
La distanza che ci separa ha offerto un vantaggio al tempo: doppiamente struggente, una pena elevata al quadrato è la condanna che questa separazione m'infligge.
È probabile tu faccia fatica a riconoscere me come l'autore di queste righe. Perdonami sin da ora se non saranno scoppiettanti, prive di faccine e freddure su cui solo noi potremmo ridere.
Ma io sono così e, certamente, tu lo hai sempre saputo: grazie per non aver mai forzato la mano, per avermi lasciato il tempo -anche nei momenti in cui sembrava non ne avremmo più avuto- di fare pace con me stesso.
Ricevo costantemente le notizie che m'invii, leggo e rileggo ogni rigo per essere certo di non tralasciare nulla. Magari un segnale, un codice da decifrare, o una risposta alle mie domande. Ma di tutto quanto io cerco non c'è vita. Mi consola sapere di essere l'unico, il primo in tutto; come se sfamare il mio ego mi aiutasse, in qualche modo, a proseguire.
Avanzo, senza sapere esattamente dove mi stia dirigendo, verso quale meta. Ogni giorno è una nuova sfida alla sopravvivenza, e non faccio riferimento al doversi procurare cibo o indumenti per proteggersi dal freddo. Nulla di tutto questo.
La sfida è arrivare al termine della giornata, senza lasciare che le allucinazioni vincano. Certo, non sono più il risultato di un inconscio che viene prepotentemente alla ribalta; sono piuttosto una forma di protezione, un modo per non vivere la realtà, sempre che tutto questo sia reale e non un'allucinazione da cui ha avuto origine tutto il resto.
Se devo attraversare un luogo affollato di persone, fisso il mio punto nell'orizzonte immaginario e, quasi disegnassi in prospettiva, la tua immagine diventa quel punto. Allora trovo la forza di reagire, mi muovo perché è verso te che mi dirigo. Ma è pura fantasia, una tattica per continuare come se tu ci fossi ancora.
Ora che ti sei toccato i gioielli puoi riprendere a leggere.
È chiaro che ci sei, esisti nel mondo, in un angolo da qualche parte stai leggendo la mia lettera. Questo dovrebbe rincuorarmi eppure mi addolora, mi spaventa.
Qual è la paura? Veder dissolversi quell'invisibile filo che ci lega. Quanto potrà ancora resistere? Se la corda a furia di esser tirata si spezza, e il nostro è solo un filo, quanto tempo resisterà alle sollecitazioni esterne?
Ecco perché oggi ti scrivo, e lo faccio diversamente: perché se questo sogno deve svanire, se è destinato a sfumare, voglio essere sicuro di non avervi contribuito.
Non ho nessuna intenzione di tornare a tormentarmi a causa dei rimpianti, per cui ecco che ti apro la porta a cui per anni hai bussato. La spalanco perché tu possa vedere tutto quanto contiene, perché se una scelta s'impone tu possa farla avendo tutti gli elementi necessari. Non sopporterei sentirti dire: "Avevo il diritto di saperlo.".
Non sono contemplati nessun diritto e nessun dovere, il nostro non è un contratto di locazione. Non è un acquisto con la formula del leasing, ancor meno una svendita.
No, il Tra Noi è un legame senza alcun vincolo, siamo stati dipendenti troppo tempo per cadere ancora nel tramaglio ingannevole della dipendenza.
Siamo autonomi, la solitudine ci ha provati a tal punto che, ancora oggi, a distanza di anni, ci appare inverosimile ed eccezionalmente stupefacente essere riusciti a mantenere viva la fiamma che anima questa familiarità.
Perché ora? Perché non prima, quando ci si poteva guardare negli occhi e tralasciare le parole?
Sono stato a un passo dalla morte, più volte e sempre deliberatamente. Ma non mi era mai successo di essere in pericolo di vita e scoprirmi a pensare: "Non ora, non adesso.".
Questo intervento al polmone mi ha fatto prendere coscienza di quanto, inaspettatamente, le disgrazie accadano. E persino tre metri sotto terra sarei stato capace di schiaffeggiarmi per non averti lasciato entrare; dopotutto, ti ho volutamente invitato a invadermi.
Perdonami se queste mie parole, se le immagini occultate, ti getteranno nello sconforto; tu non potevi sapere, quindi non addossarti una colpa che non hai.
La mia infanzia è stata afflittiva, una vera angosciante e penosa tortura, il mio crescere. Isolato da ogni possibilità d'apprendere a socializzare, se non all'interno della scuola. La seconda istituzione che ha, definitivamente, squarciato quel brandello di possibilità d'avere una personalità che fosse mia, voluta, rincorsa e ottenuta.
La prima? La famiglia. È esattamente così che l'ho vissuta, un insieme di persone che nascondono le emozioni e riconoscono solo le gerarchie, come se l'anzianità concedesse poteri indiscutibili. Sai bene come la pensi a riguardo, il potere nelle mani sbagliate è un'arma distruttiva, ed esattamente quanto è capitato a me. Costretto a essere sballottato da sinistra a destra, tra scuola e parenti indispettiti dalla mia presenza, e da quella di mio fratello; quello stesso fratello oggi contrariato, a tal punto da aver reso orfana la solidarietà che affollava la nostra infanzia.
Mi sono arrabattato, nella speranza che con gli anni sarei riuscito ad emanciparmi, ma non è accaduto.
Contrariamente ad ogni mia aspettativa, ogni manovra del timone era ostacolata da scogli, i cartografi della mia esistenza mi avevano confinato in una valle sperduta, nessun mare in cui navigare, ma solo un labirinto di siepi ed effimere rose da cui era impossibile venir fuori.
Mi affacciavo alla vita e, per sorgere, sono dovuto tramontare.
Insurrezione, rivolta: sommossa. Indisciplinato e disubbidiente, irriconoscibile. Il docile agnellino non belava, non più. Si era mutato in lupo.
Per quanto cercassero di reprimere il mio istinto, il risultato rispondeva all'esatto contrario, quanto più ci si opponeva tanto più mi innervosivo.
Nessuno si era accorto di niente. William, in quattro avevamo subito le attenzioni indiscrete di un coinquilino dello stabile in cui alloggiavamo, nessuno di noi riusciva a parlarne senza che una maschera di vergogna non ci dipingesse il volto.
La scuola, nel frattempo, spingeva perché io gridassi il mio disagio. Ripensandoci, oggi, sarebbe stato un bene che prima di gridare qualcuno si fosse preso la briga d'insegnarmi a parlare, a comunicare. Probabilmente ognuno di loro era costretto, sua volta, a barcamenarsi. Come biasimarli.
Per comodità o codardia ho scelto, forse, la forma meno indicata per affermare il mio diritto alla vita: ho cominciato a drogarmi.
Te ne devo dare atto, hai sempre contribuito a sollevarmi da questo fardello, mi hai riconosciuto doti e una ferrea volontà, tutti elementi imprescindibili per intraprendere un percorso di auto analisi.
Ma non bastava, questo corpo andavo eliminato, rottamato: l'ho venduto, ma non sono riuscito a liberarmene.
L'amore, l'avevo seminato, in uno di quegli orti in cui io e Francesco ci infrattavamo. Pensavo sarei potuto tornare e, il giorno in cui fosse stato abbastanza maturo, coglierlo.
Il seme morì ed io non ebbi mai il mio amore, uno tutto mio che facesse fremere tanto da non lasciare spazio al sonno, o a un altro sogno.
Dovettero trascorrere più di una decina d'anni perché -in uno dei brevi periodi di lucidità- incontrassi l'amore, per caso.
Nella filosofia buddhista ho trovato la spiegazione al perché, anche quel tesoro, mi dovesse essere sottratto: il karma.
Non l'ho mai accettato, ecco perché non te ne ho mai proferito parola, prima d'ora.
Premere sulle ferite della persona che ami perché non si dissangui, uno scenario drammatico.
La tragedia si consuma davanti ai tuoi occhi, l'odore della morte -la sua- ti avvolge; tu cerchi di respingerla, di scacciarla, e premi più forte. Ma il sangue continua a uscire, lui trema, ha freddo e tu gridi aiuto; come in un film tutti restano spettatori dell'orrore, un giovane di vent'anni che muore mentre il mondo lo guarda.
Chiudi gli occhi. Prova a immaginare. "Se fosse successo a te? Come avresti reagito?". Quale senso avrei potuto attribuire al domani se non quello dello sconfortante avvento di una rinnovata, sempre uguale, solitudine?
Forse cercavo una scusa, che si potesse considerare inattaccabile, per tonare a inabissarmi: un biglietto di sola andata per l'inferno.
Col senno di poi, credo il problema fosse un altro, come scrisse Robert Lowell: "Io sono il mio inferno.".
Il lavoro, le cliniche di riabilitazione, le ricadute, una famiglia ormai arresasi da tempo: avevo voluto io tutto questo o era semplicemente successo? Sai Willyam, un po' come quando, dopo aver aspettato il verde, si attraversa il passaggio pedonale e uno stronzo ti piomba addosso.
Ciò di cui sono certo è che la mia vita altro non è stata, se non una valanga di merda per seppellire la vita stessa.
Oggi sarebbe più esatto dire: "Questo era quanto credevo", almeno sin quando non ho incontrato te.
Nessun senso di tradimento o abbandono, i sogni miserevoli e le atrocità sono scomparsi.
Questa vibrazione, del tuo bussare alla porta del mio cuore, è una corrente fresca, segno che qualcosa di buono si muove nella mia vita.
Ho fatto un sogno, la notte scorsa. Tornavo nell'orto in cui avevo seminato l'amore, era sbocciato. E non mi sono sorpreso di trovare te, nell'orto.
È possibile, se mi recassi realmente in quel luogo, che io scopra l'orto essere stato sepolto da una gettata di cemento, ma sono sufficientemente maturo da sapere che l'amore non si semina nella terra: è nel cuore degli uomini che bisogna instillarlo, perché cresca e si espanda.
Hai bussato alla porta del mio cuore e ti ho aperto, mostrandoti scenari raccapriccianti e disarmanti eventi.
Hai bussato per anni, ho atteso d'esser certo: ora puoi esserne sicuro, io t'amo.
Imbucò la lettera il mattino successivo, non senza il timore di aver combinato un gran pasticcio. Comunque andasse, William avrebbe compreso, di questo era certo.
Due giorni dopo, mise un piede in fallo e scivolo, battendo la testa.
In bagno, il lavandino sporco di materia cerebrale e dalla testa una fontana di sangue. Nessuno a premere con le mani perché il sangue si arrestasse, solo il rumore sordo del cranio contro la ceramica. Poi, più niente.
La lettera di Samuel impiegò una settimana per raggiungere William, trepidante nell'attesa di leggere una nuova poesia, o quelle citazioni di autori che Samuel usava per introdurre gli argomenti di cui discutevano. Perché, loro, discutevano, attraverso le lettere si parlavano e, nelle loro menti, l'arte dei suoni creava una melodia armonica, gradita.
Quello stesso giorno ne ricevette due, oltre alla lettera di Samuel tanto attesa, c'era un telegramma. Lo aprì e cominciò a leggere. Poche righe lo informavano che Samuel era morto in circostanze poche chiare. Ebbe un sussulto, il respiro si fece spezzato, tutto precipitò in un solo istante. Il suo mondo stava cadendo a pezzi, un puzzle che non avrebbe potuto più ricomporre.
Restò in silenzio e immobile per tutta la giornata, calata la sera s'armò di carta e penna e cominciò a scrivere:
Mio prezioso Amico, Adorato Samuel,
ho ricevuto oggi la tua lettera, quella in cui mi hai concesso di accedere al tuo cuore. Grazie. Mi sono giunte anche altre notizie: credo inizierò anch'io a procurarmi delle "visioni" che ti vedano protagonista.
Sarà soltanto un valore aggiunto, perché l'ho sempre saputo, mi spiace soltanto non avertelo sussurrato all'orecchio quando potevo: " Anch'io t'amo.".
Il professore d'italiano chiuse il quadernetto, come si chiude uno scrigno che custodisce preziosi tesori.
Nell'aula era calato il silenzio di lacrime che solcano il viso.
L'insegnate aveva la sensazione che gli occhi degli alunni fossero come fari, tutti proiettati su di lui alla ricerca di quel punto immaginario da fissare.
Ruppe il silenzio con una citazione: "L'amicizia è l'amore senza le sue ali." e fece appena in tempo a terminare la frase, quando la campanella suonò.
La lezione era terminata, l'ultima della giornata, e tutti si avviarono alle loro vite; ammesso che ne avessero una, di vita.
Rimase solo, seduto alla cattedra per qualche minuto. Chiuse gli occhi e respirò profondamente, quasi volesse catturare, attraverso i polmoni, tutte le parole che erano volteggiate nell'aria. Guardò il quadernetto e, finalmente sentì un lacrimare liberatorio inumidirgli il viso. Lo ripose in borsa, si voltò a guardare l'aula deserta e si chiuse la porta alle spalle.
Uscendone incontrò la collega di matematica.
"Ciao Marta", la salutò abbozzando un sorriso, e lei ricambiò il saluto: "Ciao William".