Ex carcere militare di Peschiera del Garda (Former Military Prison) © 2015 Matteo M. Santoni
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Ex carcere militare di Peschiera del Garda (Former Military Prison) © 2015 Matteo M. Santoni
Alemanno è nel giusto quando denuncia la terribile condizione delle carceri italiane. Detto ciò, sarebbe facile unirsi al coro di tante persone che sottolineano un dettaglio: Alemanno se ne accorge ora, perché lo sta sperimentando sulla sua pelle, mentre per tutta la vita è stato un fascio sostenitore del carcerismo autoritario.
Sarebbe facile e in questo periodo adoro le cose facili, quindi mi unisco al coro.
[L'Ideota]
" D'inverno ci rinchiudevano per tempo; bisognava aspettare forse quattro ore, prima che tutti si fossero addormentati. E fino a quel momento, chiasso, baccano, sghignazzi, ingiurie, rumore di catene, acido carbonico e fuliggine, teste rase, facce marchiate, vestiti a brandelli, tutto fatto oggetto di ludibrio e di infamia… sì, grande è la vitalità dell'uomo! L'uomo è l'essere che a tutto si abitua, e io penso che sia questa la sua migliore definizione.
Si era nel reclusorio circa duecentocinquanta persone in tutto: cifra quasi costante. Gli uni arrivavano, altri finivano il loro tempo e se ne andavano, altri ancora morivano. E che gente non c'era lì! Io credo che ogni provincia, ogni zona della Russia vi avesse i suoi rappresentanti. C'erano anche degli allogeni, c'erano fra i deportati perfino alcuni montanari caucasici. Tutta questa gente veniva suddivisa secondo il grado delle colpe e, di conseguenza, secondo il numero degli anni assegnati per il delitto. Bisognava supporre che non ci fosse delitto non rappresentato lì dentro. "
Fëdor Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti [Testo completo]
NOTA: Questo romanzo, pubblicato negli anni 1861-62 a puntate sulla rivista Vremja, pur non essendo un resoconto è fedelmente autobiografico. Nel 1849 l'autore era stato condannato a morte per motivi politici e, dopo un'orribile messa in scena che tra l'altro peggiorò la sua epilessia, la sentenza di morte fu commutata in condanna ai lavori forzati a tempo indefinito; ottenne la liberazione per buona condotta nel 1854 ma le sue condizioni di salute erano ormai irrimediabilmente compromesse.
Rispetto a quando ero più giovane, indosso meno felpe, mi piace svegliarmi presto la mattina e apprezzo di più i quartieri residenziali. Insomma, non posso negare che la distanza tra l’anarchismo giovanile e il piccolo borghesismo della mezza età si sia assottigliata. Eppure, tra le cose rimaste invariate, c’è quel senso di angoscia, quella nausea, quella sofferenza che provo ogni volta che passo, per fortuna da lontano, nei pressi di un carcere. Non riuscirò mai a comprendere appieno il motivo della loro esistenza, e continuerò a empatizzare, senza eccezioni, sia con chi è rinchiuso sia con chi sorveglia. Chissà se fra una decina d’anni alla vista delle sbarre sentirò ancora sicurezza o nausea
Usando senza criterio parole come "extra profitto" e violazione di dignità parlando del corrispettivo dei lavoratori carcerari, Salis ancora
(...) A smontarla punto per punto ci ha pensato Filippo De Bellis, responsabile Sicurezza di Forza Italia in Regione Lombardia, sottolineando che "lavoro in carcere non è assimilabile al lavoro libero: ha uno scopo rieducativo, avviene in un contesto protetto e fuori dalle dinamiche del mercato". La retribuzione, aggiunge l'azzurro, "è stabilita per legge e fissata non sotto i due terzi del minimo contrattuale, proprio per tener conto delle condizioni speciali del contesto detentivo. Quanto all’idea che il carcere sia una 'leva di extra-profitti', basterebbe un dato per smentirla: ogni detenuto costa allo Stato più di 130 euro al giorno. Le attività produttive in carcere sono marginali, spesso in perdita e portate avanti grazie a fondi pubblici e progetti sociali". De Bellis dà una lezione giuridica a Salis, evidentemente impreparata sul tema specifico, ricordandole che "parlare di 'profitto' in questo contesto è una pura invenzione populista. Infine, definire “discriminatorio” un trattamento che tiene conto della diversa posizione giuridica del detenuto è un abuso del termine. (...)
Non celebro l' 8 marzo plaudendo all'ergastolo per i femminicidi. Non applaudirò mai un ergastolo perché il medesimo non dovrebbe esistere. Il fine pena mai non risolve nulla. Questo, al solito, è il modo di usare le donne per ottenere consensi. Ma, ripeto, non risolve nulla. Loredana Lipperini, Facebook Questo, ma anche: mi sembra una legge per le morte. A noi servono leggi per rimanere vive, perché da morte non ce ne frega un cazzo se il nostro assassino va dentro per un anno, due o dieci. L'idea che aumentare le pene sia la soluzione è figlia dell'idea che in fondo noi esistiamo solo come funzione che viene sottratta al mondo e per cui la società chiede maggiore o minore giustizia, non come persone che hanno diritto di vivere e - preferibilmente - non essere menate, insultate e umiliate da uomini incapaci di stare al mondo. Giulia Blasi, Facebook
Tutti meritano una relazione: una relazione d'amore, una relazione d'amicizia, una relazione medica (con uno specialista serio, che tratti problemi relazionali); o una relazione di subordinazione e sorveglianza (con le guardie carcerarie).
Sono cresciuto dove dovevo trovare soluzioni a problemi più gradi di me mentre i “grandi” facevano cose da “grandi”, dove bisognava pulire sistemare e fare tutte le faccende di casa senò botte. Cresciuto in una casa disfunzionale, povera, dove sapevi già che a Natale o al compleanno l’unica cosa che ricevevo se andava bene erano gli auguri. Non ho mai preteso niente perché sapevo già la risposta, sono cresciuto con le botte e i “NO” e mi sono entrati sotto pelle ormai. Ora ho 26 anni anzi a breve 27 ma certe cose non sono e non so se riuscirò mai a dimenticarle. Fanno parte di me ormai. Come i due molari che mi hai rotto creano ancora dei problemi.