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Four months.
Live Long
And
Prosper
( Always ).
This Year has shown me that You can do everything that you can to keep someone...
Keep them alive.
But the End comes when ever it wanted to .
And You can not do anything about it.
Except try Your best.
Happy
Valentines '💓
Day
Amy.
I LOVE You.
GRAY AREA | project economARt di AMY D Arte Spazio
GRAY AREA | project economARt di AMY D Arte Spazio
Gray area
Tra legale e illegale Project economART di Amy d Arte Spazio
10/11_15/12/2016
opening 10 novembre h. 18.30 finissage 15 dicembre h. 17.30
Artisti:
Renato Calaj Clément Briend Francesco Giusti Ettore Pinelli
Non c’era nulla da temere.Perché temere quello che non puoi evitare? Che non vuoi evitare. [….] Non c’era da dire niente a nessuno. Il mondo andava avanti proprio mentre si…
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Articolo pubblicato su ilGiornaleOFF
«E invece no, nessuno sa», cantava Cesare Cremonini -e scusate se ho citato proprio lui. Nessuno sa cosa si nasconde dietro le apparenze -dietro quelle di un’opera d’arte, poi, spesso e volentieri nessuno sa: i più tra noi si fermano alla superficie, ma a volte è proprio da lì che si palesa l’“anima” che tiene in piedi il lavoro (leggi, con sguardo materialista: il materiale). Perché, come diceva il filosofo Dino Formaggio (e qui eleviamo il tenore delle citazioni colte), «l’atto artistico comincia da una sapiente esplorazione delle possibilità del materiale» (“L’arte, il lavoro, le tecniche”, nell’ahimè lontano 1978). E se lo diceva lui.
L’immaginazione, dunque, incredibile risorsa creativa di quella speciale fauna umana che chiamiamo artisti, è azione creatrice solo se si traduce nel “fare”. E infatti lo sanno tutti, ma proprio tutti, che la parola “arte” deriva dal greco τέχνη, téchne, cioè “saper fare”. Bon, il materiale non scompare ma anzi è intrinseco all’opera d’arte: ne sa qualcosa chi in questi giorni ha visitato la mostra Nobody Knows da Amy-d Arte Spazio a Milangeles (chiude il 7 aprile ma tranquilli, le opere da quel dì non spariscono dalla galleria), collettiva di tre artisti di primissima mano (Francesco De Prezzo, Renato Calaj e Samantha Brunellise, età media 22 anni) dinanzi ai quali splende il sol dell’avvenire.
Tratto comune dei magnificent three è l’uso di una speciale tipologia di materiale per mezzo del quale percepire il sensibile, il simulacro, l’ eidolon greco, la fantomatica immagine insomma che la storia delle idee ha bistrattato o magnificato, a seconda che fosse intesa come vuoto simulacro (Plato dixit) o come luminosa oggettivazione di un’idea (Schopenhauer, ma so di esser brutale). Amy-d Arte Spazio promuove da tempo una ricerca artistica basata sull’uso delle nanotecnologie (grafene, aerogel, pitture termiche), creando un circolo magico e sinergico fra sponsorizzazione tecnica, realizzazione del prodotto artistico e sua diretta acquisizione. Risultato: il mecenatismo lo fa il mondo delle attività produttive.
Per Nobody Knows, mostra intrinsecamente connessa all’uso di materiali atossici (opzione ecologicamente embedded senza se e senza ma), prodotta e curata da Anna D’Ambrosio con testo critico di Rossella Ghezzi, Francesco De Prezzo, Renato Calaj e Samantha Brunellise hanno utilizzato tre tipi di materiale, smalti all’acqua, pitture termiche e cementi nanotech messi a disposizione da altrettanti sponsor tecnici (Fedua Cosmetics, AMA Group, Gonzini e Caparol), con cui hanno in certo senso fatto un’opera di iconoclastia post/postmoderna, eliminando il simulacro di cui sopra: vuoi nascondendolo (Francesco De Prezzo), vuoi distruggendolo (Renato Calaj), vuoi mascherandolo (Samantha Brunellise), il tutto nel nome della monocromia di materiali pittorici che strato a strato vanno a definire un film pittorico di ultima generazione . I loro prezzi? Range fra 2.600 e 600 € per un’opera di De Prezzo, 980 e 400 per Calaj, 700 e 300 per Brunellise.
KRITIKA legge ilGiornaleOFF (qui l’articolo originale)
NOBODY KNOWS Articolo pubblicato su ilGiornaleOFF «E invece no, nessuno sa», cantava Cesare Cremonini -e scusate se ho citato proprio lui.
Meet Amy D. Foundation Cyclocross Racer Rebecca Fahringer
BikeFlights.com is a proud supporter of the Amy D. Foundation and its athletes, including Rebecca Fahringer, who is deep in the middle of the 2015-2016 cyclocross season. We caught up with Fahringer in between ‘cross race weekends.
Fahringer, 26, was not always a ‘cross racer. She used to be a triathlete. Now she spends nearly every fall and winter weekend travelling around the United States to race UCI Category C1-level cyclocross races.
“Getting selected to race for the Amy D. Foundation has been a season highlight for me,” said Fahringer. “The support is great, and everyone has been treating me so nicely. I’ve been able to keep my head in the game, do well all season so far and consistently meet my goals to perform at a high level.”
Rebecca Fahringer in action. Photo courtesy of the Amy D. Foundation.
La galleria AMY D Arte Spazio è lieta di presentare visibilINVISIBILE, la personale di Pepe Morales, artista spagnolo alla sua prima esposizione in Italia, a cura di Augusto de Marsanich , con testo critico di Luciano Caramel. In mostra lavori pittorici e disegni che percorrono la lunga attività artistica di Morales, nato a Palma del Rio Cordoba nel 1933.
visibilINVISIBILE è la decodifica a trama fitta di tutta la sua produzione artistica.
Arte come visibilità dell’invisibile e invisibilità come unica certezza di vita.
La distinzione immediata e dualistica dell’invisibile e del visibile viene respinta perché essi sono l’uno per l’altro il diritto e il rovescio e perché sono sempre l’uno dietro l’ALTRO.
Il sottotitolo – traccia – rimanda a ciò che resta, simbolo e cifra di un artista per cui “il visibile non è che una qualità pregnante di una trama, la superficie di una profondità” (Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, 1964)
Dedico all’artista Pepe Morales queste parole di Pablo Picasso
Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ce ne sono altri che , con l’aiuto della loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole.
Anna d’Ambrosio
Opening 09/07 h.18.30
via Lovanio 6 – Milano MM2 Moscova +39.02.654872 [email protected] www.amyd.it
Titolo apparentemente – e in certo senso davvero – criptico, questo della mostra del pittore spagnolo Pepe Morales a Milano, nella Galleria Amy-d Arte Spazio. Che tuttavia, con la fusione delle due parole in un unico, seppur bivalente, termine molto efficacemente concreta il coesistere di presenza e assenza nell’oltre sessantennale attività dell’artista. Ben al di là di quello – “Tra presenza e assenza” – con cui siglai il mio primo contributo critico su Morales, nel catalogo della sua mostra, nel 2001, in Spagna, a Marbella (Málaga) , lasciando al testo la precisazione che quelle opere si offrivano come realtà interferenti, “con effetti insieme suggestivi ed inquietanti”, scrivevo, “derivanti dalla sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di celato, ma insieme di disvelato da un mascheramento che denuncia il nascondimento e quindi appunto la presenza di qualcuno, o di qualcosa. Quelli che lo spettatore si trova di fronte nei dipinti sono dei personaggi, seppur allusivi, per la disarticolazione e la sintesi delle forme, non descrittive, prive di particolari mimetici”. Salvo che, aggiungo, nel periodo particolare degli anni ’70/’80, in cui, condizionato dalla congiuntura socio-politica del suo Paese, Morales fissò sulla tela immagini di sofferenza, povertà e disagio, senza peraltro scadere in un realismo di esclusiva denuncia, e invece partecipi di un accoramento interiorizzato e partecipato nei confronti del destino dell’uomo, delle sue difficoltà e dei suoi disagi, e sofferenze, interiori, fisiche e soprattutto psicologiche. Che si accentuano dai finali anni ’80 per drammatiche vicende familiari, segrete, ma presenti, appunto proprio nell’assenza, accorata e rivelata dalla tensione dal pieno al vuoto e, nei colori, al bianco, che, possono in qualche misura, nella sostanza interiore, non nelle radicalità spirituale contemplativa dei pittori e scultori cinesi e giapponesi, far pensare all’aspirazione taoista dell’arte orientale, a Morales nota, a rendere “visibile” nel contrasto con lo “yu” il pieno, il “mu”, il vuoto, la “presenza dell’assenza”, appunto, la traccia dell’immateriale. Contesto in cui si afferma nell’immaginario figurativo dell’artista spagnolo la componente di un particolare surrealismo di “universi onirici, i cui personaggi patiscono una strana mutazione tra umani e animali”, con la ricaduta sulle scelte cromatiche e su di una sorta di particolare, fredda metafisica, solo latamente di estrazione dechirichiana, ma ancora con accenti che rimandano al pensiero e alla pittura di Paul Klee, al suo credere e praticare un’ “arte che non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, col fine di “renderlo visibile”, piuttosto che “riprodurlo”.
Altro aspetto fondamentale, da non trascurare con logica paleoidealistica (nel senso filosofico), è in Morales il rilievo, mai secondario, dato al momento formativo, tecnico, manuale, e quindi alle materie, alle loro caratteristiche e possibili funzioni oltre che, pregiudizialmente, alla relativa ricerca, che scandisce e determina gli sviluppi del suo ideare e fare, su di un registro non autoreferenziale, risultando determinate per gli stessi risultati, dimensionali e fisici, prima che estetici, ma con conseguenze di rilievo pure su di essi, a partire, già nel 1957/58, nella scelta medesima di altri materiali e quindi strumenti espressivi, da sostituire, o anche solo accostare, alla pittura tradizionale, a tempera ad olio, ecc. e ai loro supporti abituali. Di qui, inizialmente, collages polimaterici, e poi, numerosissime, “tecniche miste”, coinvolgenti persino pietre per bigiotteria e oggetti di recupero, oltre che carte pressate, tessuti, legno, tele grezze, sostituite, tra il 1958 e il 1960, da lamiere di ferro ossidato.
Rilevante, inoltre, in siffatta libera e differenziata disponibilità, l’attrazione per materiali organici e, in preminenza, acquatici, nell’approdo forse istintuale, in un certo senso, alla mer, la grande madre, che emerge nell’utilizzo nella stessa nuova sperimentazione sulle nanotecnologie, che ha portato al Papel de tule, che Morales utilizza dal 1997, realizzato con piante acquatiche o radici sommerse in paludi d’acqua. Gli artigiani le cuociono fino a farle diventare pasta e successivamente le stendono su pietre di metallo e le lasciano al sole fino a quando sono secche.
Luciano Caramel
PEPE MORALES | VISIBILINVISIBILE La galleria AMY D Arte Spazio è lieta di presentare visibilINVISIBILE, la personale di Pepe Morales…