L’idea sarebbe quella di scrivere sempre. Bisogna conoscere il nemico; soltanto in questo modo si possono sdipanare le trame ossute additate dalla morte, la munifica ed allo stesso tempo essenziale signora dagli occhi verminosi e lucenti, di quell’eloquio che ha la serenità dell’ineluttabile. C’è qualcosa di sublime nell’arrendersi ad una volontà superiore, ma lo scrivere resta una forma, l’unica, di resistenza; forse in generale resistere va al di là del processo sotteso alla scrittura, forse si resiste anche con le arti figurative. Tuttavia, io sono uno scrittore, se non altro perché scrivo, e perché credo che l’unica licenza di cui un uomo può appropriarsi per ruminare nell’eternità sia questa di mettere insieme le parole, di raccontare qualcosa anziché il nulla. Non è l’amore che vince la morte, bensí il fatto che qualcuno qui vi stia rivolgendo la parola.
Dovete conoscere il vostro nemico, giacché non siete altro che le storie che vi raccontate. Innanzitutto a proposito di voi stessi: voi non vivete mai, veramente, in quanto siete esseri parlanti. Tradite quello che vi accade tramutandolo in caratteri e segni di un alfabeto che vi è stato imposto dall’alto, cosí come nessuno di voi, ci scommetto, è stato libero di scegliere fra l’essere o il non essere, fra l’esistere e il non esserci.