Il futuro, allora. Si parlava del futuro. Come se fosse autostrada, laboratorio e invece è bruma, foschia di figli nipoti e speranze più o meno improbabili, somma sempre sbagliata di presenti disattenzioni e desideri possibili o impossibili, ramificazioni. I vivi e i morti: si direbbe più facile un dialogo tra loro che tra i vivi e gli altri vivi, a venire. Troveranno tracce di passi e pantofole smangiate, dischi e pennette illeggibili, pagine smunte, tramonti. Un certo numero di conseguenze, e lì dovranno navigare o naufragare. Sassi sovrapposti, per indicare direzioni ormai inutili, e forse un segno di certe mani sopra muri, dove qualcuno si è appoggiato per un attimo, prima di rimettersi in cammino. Loro, che capiranno quel che potranno capire, una cosa diversa da ciò che a noi sembrava così chiaro, importante. Anche: quel che vorranno capire. Come noi, con quegli altri alle spalle, che pensiamo di conoscere e speriamo a volte di sentire, che ci spronano. Un caldo di voci amiche, già trascorse ma vive nel ricordo e nell’ombra del pensiero. Un’illusione, forse; ma la pietra dei muri diroccati, l’edera, quei colori sulle rocce, e poi le tracce dell’acqua che qualcuno un giorno ha diretto con cura in mezzo ai prati e oggi è forse scomparsa: ci sorreggono, guidano almeno un po’, danno fiducia. Quello che sale dal terreno se piove, come un’eco o un profumo dei tempi: non è questo che ci lega e ci trattiene? Lentamente, lentamente si avanza, senza conoscere il dove. Con l’amaranto scarlatto, sul ciglio del baratro, tenaci nel presente. Con un po’ di umiltà.













