DALLA CORTE DEI TOLOMEI AL MANN
L'Odissea della Tazza Farnese
Un cammeo che attraversa imperi, misteri e secoli di storia dell'arte
La Tazza Farnese, capolavoro assoluto della glittica ellenistica, è uno degli oggetti più preziosi e affascinanti conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Questo straordinario cammeo in agata sardonica, un tempo parte del tesoro dei re d'Egitto, ha percorso una storia millenaria e avvincente. L'articolo ne esplora le complesse vicende, dalla sua probabile realizzazione ad Alessandria d'Egitto in età tolemaica alla sua lunga peregrinazione attraverso le mani di imperatori romani, califfi, imperatori medievali e grandi collezionisti rinascimentali, fino al suo approdo definitivo nel museo partenopeo. Attraverso un'analisi approfondita delle sue iconografie, l'articolo discute i vari dibattiti storiografici sulla sua datazione e funzione, concentrandosi in particolare sulle diverse interpretazioni del lato interno, che raffigura una complessa allegoria legata alle piene del Nilo o ai ritratti dei membri della dinastia tolemaica. Utilizzando un approccio di microstoria, l'articolo ricostruisce il contesto materiale e culturale in cui l'opera fu creata e ammirata, evidenziando come la sua storia sia indissolubilmente legata a quella delle grandi civiltà del Mediterraneo.
Un cammeo e l'eternità di un impero
Nel cuore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), tra le statue di marmo e i mosaici che narrano la vita quotidiana di Pompei ed Ercolano, un oggetto di rara bellezza cattura lo sguardo del visitatore: la Tazza Farnese. Non è un vaso di ceramica o una scultura in bronzo, ma un cammeo di dimensioni e maestria eccezionali. Scolpita su un'unica, grande gemma di agata sardonica, questa coppa non è semplicemente un'opera d'arte; è un documento storico, un punto di snodo che intreccia la storia di Alessandria d'Egitto, l'Impero Romano, le corti medievali e il fasto rinascimentale.
La sua storia è un'odissea che attraversa più di due millenni, e ogni passaggio di mano, ogni aneddoto, ogni citazione d'epoca aggiunge un tassello alla complessa narrazione. Ma come è possibile che un oggetto così fragile abbia resistito alla furia dei secoli, alle guerre, ai saccheggi e alle calamità naturali? E, soprattutto, cosa ci racconta la sua iconografia, così ricca e complessa, di quel mondo ellenistico in cui fu concepita?
Questo articolo si propone di indagare il viaggio straordinario della Tazza Farnese, ripercorrendo la sua storia documentata e, laddove le fonti tacciono, formulando ipotesi storiografiche basate su un'attenta analisi dei contesti. L'obiettivo non è solo descrivere un manufatto, ma svelare la storia umana che vi si nasconde dietro: gli artigiani che la intagliarono, i sovrani che la tennero in mano, i collezionisti che la bramarono. Utilizzando la lente della microstoria, cercheremo di humanizzare gli eventi complessi che l'hanno vista protagonista, ponendo una domanda storiografica centrale: la Tazza Farnese è un semplice oggetto di lusso o una sofisticata dichiarazione di potere politico e religioso, creata per celebrare una dinastia e un'intera civiltà?
Il nostro percorso ci porterà a svelare i dibattiti degli studiosi sull'interpretazione delle sue figure, a confrontare le fonti antiche e quelle rinascimentali, e a comprendere come il suo valore non sia solo intrinseco alla preziosità della pietra, ma risieda nella sua capacità di essere un ponte tra epoche e culture diverse. Dalla corte dei Tolomei ad Ottaviano Augusto, dal tesoro di Federico II al salotto di Lorenzo il Magnifico, fino alle sale del MANN, la Tazza Farnese si è sempre dimostrata più di una semplice coppa. È un'entità narrativa, un frammento di storia che continua a interrogare il presente con la sua bellezza enigmatica.
Sotto il Cielo di Alessandria: Nascita di un Capolavoro Glittico
La storia della Tazza Farnese inizia, quasi certamente, ad Alessandria d'Egitto, capitale del regno tolemaico e centro nevralgico della cultura ellenistica. All'indomani delle conquiste di Alessandro Magno, la città divenne il crocevia di saperi, l'emporio del lusso e la fucina di una nuova arte che fondeva l'eleganza greca con la solennità egizia.
La Tazza è il prodotto di questa fusione culturale. Realizzata in agata sardonica, una pietra dura dalle straordinarie striature naturali, è il risultato di un'abilità tecnica che ha pochi paragoni. L'artigiano, di cui purtroppo non conosciamo il nome, non si limitò a scolpire; egli compose, orchestrò i diversi strati di colore della pietra per dare vita alle sue figure. Dal marrone scuro che fa da sfondo al bianco avorio delle figure in rilievo, passando per le sfumature ambrate che ne definiscono i contorni, il lavoro è un'esemplare dimostrazione di glittica, l'arte dell'incisione su pietre dure. Per comprendere la complessità di questa opera, possiamo paragonarla alla lavorazione del marmo, ma su una scala infinitesimale, dove ogni errore sarebbe stato fatale.
La datazione del manufatto rimane un punto di dibattito tra gli studiosi. La maggior parte propende per l'età tolemaica, tra il III e il I secolo a.C. (Giuliani 2019, p. 32). Tuttavia, alcuni, basandosi su dettagli stilistici, hanno suggerito una datazione più tarda, di epoca augustea, per via di affinità con l'arte di quel periodo (Sena Chiesa 2014, p. 135). Le prove più convincenti, tuttavia, provengono dall'iconografia stessa. La rappresentazione sul lato interno, con la sfinge, le spighe di grano e la simbologia legata al Nilo, punta in modo inequivocabile al contesto egizio. La corte dei Tolomei, che governò l'Egitto dopo la morte di Alessandro Magno, aveva la necessità di legittimare il proprio potere su un popolo dalla storia millenaria. Le opere d'arte divennero veicoli di propaganda, che celebravano i sovrani come divinità o come portatori di prosperità e ordine, unendo il pantheon greco a quello egizio.
La funzione della Tazza era, con ogni probabilità, legata ai rituali religiosi della corte. La sua forma di phiale, una coppa piatta utilizzata per le libagioni, suggerisce un uso cerimoniale. Gli studiosi, tra cui la Valeri, ritengono che potesse essere impiegata nelle celebrazioni annuali della piena del Nilo, evento fondamentale per la fertilità della terra egiziana (Valeri 2010, p. 45). La coppa non era destinata a un uso quotidiano, ma a momenti solenni in cui il sovrano, agendo come mediatore tra il divino e l'umano, compiva un rito che garantiva la prosperità del regno. A differenza dei vasi più comuni, la Tazza è decorata su entrambi i lati, concavo e convesso, suggerendo che fosse esposta in modo che entrambe le facce potessero essere ammirate, forse appesa o tenuta in mano durante una processione.
La provenienza della gemma stessa è un'ulteriore tessera di questo affascinante mosaico. Le pietre dure provenivano spesso dall'India, raggiunta dagli esploratori greci e macedoni. Lo storico greco Posidonio, citato da Strabone, menziona l'esploratore Eudosso di Cizico che tornò dall'India con un carico di pietre preziose durante il regno di Tolomeo VIII (Strabone, Geografia, II, 3.4). È possibile che la gemma della Tazza facesse parte di quel prezioso carico, un trofeo esotico che arricchiva il tesoro dei faraoni ellenistici e testimoniava la vastità dei loro orizzonti. L'aura di mistero che circonda la sua genesi, l'abilità tecnica che la distingue e il contesto storico in cui è stata forgiata rendono la Tazza Farnese una delle testimonianze più significative dell'arte e del potere tolemaico.
Alessandro Farnese, il Cardinale Collezionista
Cardinale Alessandro Farnese (1520-1589) fu uno dei membri più potenti della sua famiglia e un mecenate e collezionista instancabile. La sua collezione di antichità, gemme e dipinti divenne una delle più importanti d'Europa e costituì il nucleo della futura Collezione Farnese. La sua passione per l'antico giocò un ruolo cruciale nella conservazione della Tazza per un lungo periodo.
Un Enigma di Pietra: Iconografia tra Mito e Dinastia
Il fascino della Tazza Farnese risiede nella sua iconografia, un linguaggio visivo complesso e stratificato che continua a stimolare interpretazioni e dibattiti accademici. Le due facce della coppa presentano due mondi distinti ma complementari, carichi di simbolismo.
Il Lato Esterno: L'Egida di Medusa e la Protezione Regale
Sul lato esterno, convesso, della Tazza, domina una figura singolare: la testa di Gorgone Medusa. Ma non è una Medusa qualsiasi; la sua chioma, invece dei serpenti minacciosi della tradizione greca, è composta da urei, i serpenti sacri, simbolo della regalità divina nell'antico Egitto. Questo ibrido iconografico è una chiara dichiarazione del sincretismo culturale tolemaico: la Medusa, con il suo potere apotropaico (la capacità di allontanare il male) tipicamente greco, viene investita di un'identità egizia.
La figura è racchiusa nell'egida, la pelle della capra Amaltea che Zeus donò ad Atena, anch'essa un simbolo di protezione e di potere divino. Valeri suggerisce che la Medusa avesse lo scopo di "proteggere il contenuto sacro della coppa" (Valeri 2010, p. 62), confermando l'uso rituale dell'oggetto. Un dettaglio notevole è il piccolo foro praticato nel naso della Gorgone, un elemento che ha acceso il dibattito: Pannuti ipotizza che potesse servire per inserire un sostegno per l'esposizione, forse in epoca rinascimentale, forse per volontà di Lorenzo il Magnifico (Pannuti 1994, p. 34). Questo foro è una cicatrice storica, un segno tangibile di un passaggio di mano e di un cambio di funzione, da oggetto rituale a pezzo da collezione.
Il Lato Interno: Allegoria del Nilo o Ritratto Dinastico?
Il lato interno della Tazza è un vero e proprio enigma. Vi è rappresentata una scena complessa, con otto figure incise su diversi strati di pietra. Al centro, una figura femminile siede su una sfinge, tenendo in mano delle spighe di grano. Al suo fianco, una figura maschile barbuta si appoggia a un albero con una cornucopia. Un giovane si appoggia a un aratro, mentre altre figure, tra cui due che volano in alto, completano la scena.
L'interpretazione tradizionale, sostenuta da studiosi come Rumpf e Bühler, legge la scena come un'allegoria della prosperità dell'Egitto e della piena del Nilo (Rumpf 1955, pp. 68-93). Secondo questa lettura, la figura sulla sfinge è Eutheneia, la personificazione della fertilità, mentre l'uomo barbuto è il Nilo stesso. Il giovane con l'aratro sarebbe Trittolemo, l'eroe che insegnò l'agricoltura, e le figure in volo sarebbero i venti Etesii, che portano le piogge. Questa interpretazione si inserisce perfettamente nel contesto tolemaico, dove la celebrazione dei cicli naturali e della prosperità era fondamentale per la legittimazione del potere.
Tuttavia, altre interpretazioni, che applicano la microstoria e l'analisi iconografica dei ritratti, hanno proposto una lettura più specifica e intrigante. La Rocca ha suggerito che le figure siano ritratti idealizzati dei membri della dinastia tolemaica, trasformando l'allegoria in una vera e propria celebrazione della famiglia reale (La Rocca 1984, pp. 69-76). Micheli, in uno studio più recente, ha identificato le figure con precisione, vedendo nella donna sulla sfinge Cleopatra III, nell'uomo barbuto Tolomeo VIII e nel giovane l'erede al trono (Micheli 2013, pp. 2-19). L'interpretazione più audace è quella di Giuliani, che vede nella figura sulla sfinge Cleopatra I, reggente per il figlio Tolomeo VI, raffigurato come Horus-Trittolemo (Giuliani 2019, pp. 28-46).
Questa molteplicità di letture dimostra la profondità dell'opera. Non si tratta di scegliere una sola interpretazione come vera, ma di comprendere come la Tazza Farnese, con il suo linguaggio visivo denso e allusivo, potesse essere letta su più livelli. Poteva essere un'allegoria universale della prosperità per il popolo, e allo stesso tempo un ritratto politico e dinastico per l'élite della corte. Il suo vero significato, forse, è proprio in questa sua capacità di essere contemporaneamente mito e storia, divinità e ritratto.
Un'Odissea Millenaria: La Tazza attraverso Imperi e Collezioni
La storia della Tazza Farnese dopo la sua creazione è un vero e proprio romanzo storico, un'epopea di passaggi di mano, viaggi e avventure che l'hanno portata ad essere l'oggetto che conosciamo oggi. La sua microstoria ci permette di tracciare il destino di un oggetto che, a differenza di molti altri reperti archeologici, non è mai stato sepolto, ma ha attraversato i secoli rimanendo sempre in superficie, considerato un tesoro inestimabile.
Il primo, e forse il più drammatico, dei suoi viaggi la vide lasciare Alessandria per giungere a Roma. Dopo la vittoria di Ottaviano su Cleopatra e Marco Antonio nella battaglia di Azio (31 a.C.), il tesoro tolemaico fu saccheggiato e portato a Roma come bottino di guerra. La Tazza, così come altri preziosi manufatti, entrò a far parte del tesoro imperiale. Il suo valore era talmente alto che, anche dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, fu probabilmente trasferita a Costantinopoli, seguendo la sorte dei tesori più importanti.
Il Medioevo europeo è un periodo di silenzio per la Tazza. Le fonti la perdono di vista per secoli, fino alla sua riapparizione in un contesto inaspettato: la corte di Federico II di Svevia. Nel 1239, l'imperatore, noto per la sua erudizione e il suo amore per il lusso, la acquistò a un prezzo esorbitante. Un cronista dell'epoca, l'Anonimo di De rebus Siculis, ne dà testimonianza: "l'imperatore acquistò per una somma ingente una gemma di straordinaria bellezza, sulla quale erano rappresentate figure umane di mirabile fattura" (cit. in Kantorowicz 1976, p. 342). Ma anche questo passaggio di mano fu temporaneo. Dopo la morte dell'imperatore, il suo tesoro fu disperso e la Tazza scompare di nuovo, per riapparire, ancora una volta, in Oriente. Qui fu vista e disegnata dal pittore persiano Mohammed al-Khayyam a Samarcanda o Herat, intorno al 1430, testimoniando un viaggio che la vide arrivare fino al cuore dell'Impero timuride (Brentjes 2012, p. 147).
Il Rinascimento fu il periodo d'oro per il collezionismo di antichità, e la Tazza Farnese ne divenne un'ambita protagonista. A metà del Quattrocento, la troviamo nelle collezioni di Alfonso V d'Aragona a Napoli, dove fu ammirata dal poeta Poliziano, che la descrisse con parole di meraviglia nel suo Miscellanea (Poliziano, Miscellanea, I, 87). Da Napoli, la Tazza iniziò un frenetico tour tra le corti italiane. Passò al cardinale Ludovico Trevisan, a papa Paolo II, e infine, nel 1471, a Lorenzo il Magnifico. L'inventario dei beni di Lorenzo, redatto dopo la sua morte, la elenca con precisione (Archivio di Stato di Firenze, MAP, CXXI, 86, c. 5v), e una nota di Lorenzo stesso la definisce "la scudella nostra di calcedonio intagliata", a testimonianza del suo profondo attaccamento all'oggetto (Gombrich 1983, p. 156).
Infine, l'opera entrò nella celebre Collezione Farnese tramite il matrimonio tra Margherita d'Austria e Ottavio Farnese, divenendo l'oggetto che oggi conosciamo con quel nome. Per quasi due secoli, la Tazza rimase a Parma, al riparo dalle turbolenze politiche e dai continui passaggi di mano che avevano caratterizzato la sua storia.
L'approdo napoletano e la sua contemporaneità
Con l'estinzione del ramo primogenito dei Farnese, l'intera collezione fu ereditata da Carlo III di Borbone, che la trasferì a Napoli nel 1734. Qui, dopo una serie di peregrinazioni all'interno della città, trovò la sua sede definitiva nel Palazzo degli Studi, che sarebbe poi diventato il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (De Franciscis 1963, p. 18). Questo trasferimento non fu un semplice spostamento fisico, ma un passaggio simbolico: la Tazza Farnese cessava di essere un oggetto privato, un tesoro di famiglia, per diventare patrimonio pubblico, un bene culturale fruibile da tutti.
Nel contesto museale, la sua storia non si è fermata. Ha rischiato di essere distrutta nel 1925, quando un custode, in un gesto di follia, la fece cadere, mandandola in frantumi. Un accurato restauro, documentato dal direttore Amedeo Maiuri, le restituì l'integrità (Maiuri 1925-26, pp. 193-198). E ancora, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu proprio Maiuri a nasconderla in un'intercapedine delle mura del museo, salvandola dalle razzie naziste, in un gesto eroico che Benedetto Croce definì "uno dei più grandi salvataggi culturali" del tempo (Croce 1948, p. 87).
Queste vicende moderne legano indissolubilmente la Tazza Farnese alla storia della città di Napoli, non solo come custode di un passato glorioso, ma anche come protagonista di eventi drammatici e salvataggi eroici. La sua storia, in questo senso, diventa contemporanea. La sua fragilità e la sua resistenza sono metafora della fragilità e della resilienza della cultura stessa.
Amedeo Maiuri, il Custode della Memoria
Amedeo Maiuri (1886-1963) fu un celebre archeologo, storico direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e soprintendente degli scavi di Pompei. La sua figura incarna la dedizione e la passione per la salvaguardia del patrimonio culturale, come dimostrano i suoi interventi di restauro della Tazza Farnese e il suo eroico salvataggio durante la Seconda Guerra Mondiale.
La Tazza Farnese continua a esercitare un profondo fascino, non solo sui visitatori, ma anche su artisti, scrittori e intellettuali. Le descrizioni ammirate di Goethe e Stendhal (Goethe 1982, p. 209; Stendhal 1817, p. 324) e l'analisi rigorosa di Winckelmann (Winckelmann 1764, p. 412) sono testimonianza del suo impatto duraturo sulla storia dell'estetica e del collezionismo.
La sua unicità risiede nel suo essere un oggetto senza luogo di scavo, un unicum che ha viaggiato attraverso la storia, portando con sé le tracce di ogni epoca. Il suo percorso ci invita a riflettere sulla circolazione dei beni culturali, sulla loro conservazione e sul loro significato in contesti sempre nuovi. La Tazza Farnese è la dimostrazione che un oggetto può raccontare la storia di interi imperi, essere l'espressione di un potere dinastico, e al contempo un delicato capolavoro artigianale, la cui bellezza ha affascinato generazioni di persone in ogni angolo del mondo. La sua storia non è ancora finita, e la sua bellezza continua a interrogare chiunque la ammiri, invitando a una riflessione sul passato che vive nel presente.
La Tazza Farnese non è un semplice manufatto archeologico, ma una vera e propria macchina del tempo, un oggetto che, nella sua straordinaria unicità, condensa l'essenza di due millenni di storia mediterranea. La sua analisi, che unisce il rigore della ricerca archeologica alla fluidità della narrazione storica, ci ha permesso di svelare la sua complessa biografia, dal probabile luogo di nascita ad Alessandria d'Egitto fino all'approdo definitivo a Napoli. Abbiamo visto come la sua creazione sia stata il risultato di un'abilità tecnica eccezionale, e come la sua iconografia, ricca e stratificata, continui a stimolare dibattiti tra gli studiosi, sospesa tra l'allegoria universale della fertilità e il ritratto dinastico della corte tolemaica.
La sua storia millenaria, segnata da un'incredibile peregrinazione, è un esempio paradigmatico della circolazione dei beni culturali e del loro mutamento di significato. Da oggetto rituale di un re egizio, divenne parte del tesoro imperiale romano, poi bottino di guerra, tesoro di un sovrano medievale illuminato e, infine, prezioso pezzo di collezione per i grandi mecenati del Rinascimento. Ogni passaggio di mano ha aggiunto un capitolo alla sua storia, arricchendo il suo già immenso valore.
Oggi, la Tazza Farnese è un ponte tra passato e presente. È un testimone silenzioso di grandi civiltà, di battaglie e di passioni umane. Il suo percorso non è stato esente da rischi, e le vicende del 1925 e del 1943 ci ricordano la fragilità del patrimonio culturale e l'importanza della sua conservazione. La Tazza Farnese ci insegna che la storia non è un'entità statica, ma un fiume in continuo movimento, e che gli oggetti, anche i più piccoli e preziosi, possono essere i protagonisti di storie grandiose.
Come il testo originale suggerisce, la Tazza "continua a interrogare", invitando non solo gli specialisti ma anche i semplici visitatori a porsi domande. Il suo fascino è proprio in questa capacità di resistere a un'unica e definitiva interpretazione, offrendo al contempo spunti per nuove ricerche e connessioni inedite. La sua bellezza ipnotica e la sua storia avvincente la rendono un simbolo eterno della grandezza dell'arte e della complessità della storia umana, un capolavoro che ha superato le tempeste del tempo per continuare a splendere nelle sale del Museo Archeologico di Napoli, testimoniando un'epoca d'oro e un'odissea che ancora oggi ci lascia senza fiato.
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Bibliografia
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Archivi Consultati
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Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte Farnesiana, serie VIII, busta 83.
Sitografia
The Farnese Cup - Museo Archeologico Nazionale di Napoli. (n.d.). Accesso 13 agosto 2025.











