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IMPERMANENZE DELL’ARTE: COSA SUCCEDE QUANDO L’OPERA NON C’È PIÙ?
di Federica Gamba e Giulia Calì
La quarantaduesima edizione di Arte Fiera si apre con un’importante novità che amplia l’identità della storica manifestazione fieristica: il convegno internazionale Tra mostra e fiera. Entre Chien et Loup, a cura di Angela Vettese con Clarissa Ricci, patrocinato dall’Università Iuav di Venezia e dall’Università di Bologna, che ha visto la partecipazione di numerosi professionisti del settore. I tre appuntamenti del convegno hanno offerto una panoramica di riflessione e dibattito su alcuni temi cruciali emersi negli ultimi decenni all’interno del sistema dell’arte contemporanea.
La terza sessione del convegno, curata da Cristina Baldacci, ha affrontato il rapporto tra permanenza e impermanenza nell’arte in chiave sia storica che critica, indagando i vari snodi conseguenti al processo di smaterializzazione dell’opera, in particolare dagli anni Settanta del secolo scorso ad oggi. In quegli anni proprio Arte Fiera fu determinante nel rendere possibile la diffusione di questa impermanenza, promuovendo la settimana internazionale della Performance, curata da Renato Barilli, che portò in città i protagonisti indiscussi nella storia della Body Art.
Il carattere impermanente dell’arte assume oggi differenti connotazioni, legate non solo alle forme e ai linguaggi espressivi, ma anche alle modalità di valorizzazione, circolazione e ricezione. Le questioni poste al centro del dibattito hanno interessato quindi non solo lo statuto e l’identità di opere e progetti sempre più tesi all’effimero e all’impermanenza, ma anche il loro rapporto con il mercato che impone la necessità di trovare nuove strategie di mediazione per rendere possibile la vendita stessa dell’effimero.
Gean Moreno, curatore dei programmi all’ICA di Miami, in particolare ha puntato il focus sui processi di finanziarizzazione dell’arte e processi di consolidamento del mercato in cui sono emerse quelle che lui stesso chiama mega galleries. Attraverso queste ultime, si delinea sempre più una struttura verticale che porterà a un incremento del gap tra coloro che agiscono all’interno di queste mega strutture (a cui sono ovviamente connessi collezionisti, case d’asta e artisti) e coloro che non ne fanno parte. La conclusione della riflessione di Moreno non ha però, come si potrebbe pensare, un risvolto pessimistico, in quanto “gli esclusi” di cui parla, che sono in numero sempre maggiore, potranno avere un ruolo nel ridefinire le dinamiche del sistema, creando nuovi spazi d’azione.
Le problematiche legate alla trasformazione dell’opera d’arte, accelerata dalla globalizzazione, riguardano non soltanto le sue modalità di circolazione ma anche i modi in cui viene mostrata e valorizzata. Importante contributo critico al riguardo è offerto da John Rajchman, filosofo e professore alla Columbia University di New York, il quale prende in esame l’iniziativa di riproposizione da parte di un rinomato gruppo di curatori (Hans Ulrich Obrist, Tom Eccles e Beatrix Rif) dell’ultimo progetto di mostra mai realizzata, Resistance di Jean François Lyotard. Se già nel 1985 con la sua mostra Les Immatériaux al Beaubourg di Parigi Lyotard aveva aperto la strada al modello curatoriale impostosi poi come predominante nel sistema dell’arte globalizzato, alla fine della sua vita aveva egli stesso indicato la necessità di forme di resistenza e di attivismo nella pratica stessa del “mostrare”. Da qui la valutazione di Rajchman rispetto all’intervento di riproposizione del progetto della Resistance è volta a sottolinearne non il carattere reazionario ma al contrario la necessità di combattere il modello unico del museo globale che con la mostra Les Immatériaux si pensava attuabile. Nel contesto del mondo globalizzato una pratica alternativa rispetto a quella del cosiddetto curationism sembra essere quella di un modello di mostra istituzionale che sappia attivare forme di attivismo critico e di controcultura come si propone di indicare il revival di Resistance.
A chiusura del convegno, l’intervento di Marianne Wagner, curatrice di arte contemporanea al LWL - Museum fuer Kunst und Kultur di Muenster, ha posto in evidenza quelle che si possono definire “le diverse vite di un’opera d’arte”, con riguardo alla scultura nelle particolari configurazioni emerse nelle varie edizioni dello Skulptur Projekt avviato nel 1977 a Muenster. Prendendo in esame due interventi del progetto, After Alife Ahead di Pierre Huyghe (2017) e Still Untitled di Xavier Le Roy (2017), Wagner riflette sulla necessità sempre più preponderante degli artisti di meditare sulla complessità temporale e sulla relazione che l’opera instaura con lo spazio che la ospita. Entrambe queste opere site specific, apparentemente votate all’effimero e alla trasformazione continua, mantengono in realtà una connessione con la materialità e la permanenza nel momento in cui vengono archiviate, oppure quando diventano patrimonio sentito e vissuto dalla comunità stessa.
In conclusione, le riflessioni offerte dai vari relatori sullo statuto dell’arte contemporanea e sulle dinamiche critiche, economiche e sociali che la interessano, non esauriscono ma aprono e stimolano il vasto panorama delle linee di ricerca circa la complessità del “fenomeno” dell’impermanenza.
Federica Gamba, laureata in Arti Visive all’Università di Bologna
Giulia Calì, laureata in Arti Visive all’Università di Bologna