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The sound of my name on her lips did strange things to my body. If I'd had a heartbeat, it would have quickened.
Midnight Sun. (Twilight #1.5)
Il Maestro e Margherita - Capitolo tredicesimo - inizio - commedia
“L’apparizione dell’eroe.”
Il capitolo tredicesimo è il capitolo centrale. Arriva poco prima della fine della prima parte ma è centrale per forma, contenuto e perché contiene tutto. È il capitolo perfetto. Per me, è il miglior singolo capitolo che io abbia mai letto. Approfondirò in un articolo apposta come mai.
Parte della sua perfezione risiede in questa breve prima parte, neanche 3 pagine, che apre il capitolo.
Ambientazione e contesto.
I protagonisti sono il poeta Ivan Bezdomny e il Maestro. Il primo, Ivan Nikolaevic Ponyrev, che si fa chiamare Bezdomny, poeta poco colto e di scarso valore che abbiamo incontrato nel primo capitolo; il suo capo Berlioz, capo di una delle associazioni letterarie più importanti a Mosca in quel tempo, il Massolit, gli aveva commissionato un semplicissimo lavoro: dimostrare che Gesù non era mai esistito. A quel tempo tutti erano atei e l’inesistenza di Gesù era data come per scontata. Eppure Ivan aveva fallito.
Il direttore non era per niente soddisfatto. Bezdomny aveva tratteggiato il personaggio principale della sua opera, cioè Gesù, a tinte molto fosche, eppure, secondo il giudizio del direttore, il poema andava riscritto. [...] Era difficile dire che cosa esattamente avesse sviato Ivan Nikolaevic, se l’impeto immaginifico del suo talento o la totale ignoranza della questione di cui scriveva, ma Gesù gli era riuscito perfettamente vivo, un Gesù che un tempo era davvero esistito, anche se, a dire il vero, fornito di tutti i possibili tratti negativi.
Nel capitolo iniziale, Ivan con il suo capo Berlioz, incontrano Woland, protagonista del romanzo, il diavolo, travestito da artista di magia oscura straniero. Dopo averci discusso un po’ proprio in merito all’esistenza di Gesù (lui, Woland, c’era al tempo di Ponzio Pilato e ne ha discusso anche con Kant), Woland chiede ai due (ma soprattutto a Berlioz) come potesse non esserci Gesù, un Dio, come potessero tutti gli essere umani, con i loro enormi difetti, avere il controllo della propria vita e di quella altrui. Questo li porta a discutere dell'imprevedibilità della vita e della morte (“nessuno può saperlo”), ma Woland li interrompe e spiega nel dettaglio come sarebbe morto Berlioz, di lì a pochi minuti. Una previsione assurda ma che si rivelerà vera. Ivan non sopporta tutto quello che ha visto (e il fatto di aver incontrato il diavolo) e impazzisce, poi viene portato all’istituto psichiatrico, dove si dà una calmata.
Ivan è stato protagonista di diversi capitoli. Dopo il tredicesimo capitolo, non riapparirà praticamente più se non al capitolo trentesimo, dove reincontra il Maestro.
Il secondo personaggio della scena è il Maestro. Non lo sappiamo, non l’abbiamo mai incontrato prima. Del personaggio che dà il titolo al romanzo si fa cenno solo ora, al tredicesimo capitolo. Tra l’altro, non sappiamo ancora che è il Maestro. Lo rivelerà lui a Ivan quando si rifiuta di rivelare il suo nome dicendo che si fa chiamare, appunto, “Maestro”. Da lì parte la seconda parte del capitolo tredicesimo.
Il Maestro è nell’ospedale psichiatrico a causa di qualcosa che scopriremo in questo capitolo ma solo nella seconda parte. Fino allo svelamento del nome, viene chiamato “ospite”.
Lo sconosciuto, con un dito sulle labbra, fece segno a Ivan di tacere e gli sussurrò: “Ssst!”.
Per vedere meglio, Ivan sedette sul letto, con i piedi sul pavimento. Dal balcone un uomo di forse trentotto anni osservava con prudenza la stanza; non portava la barba, aveva i capelli scuri, il naso affilato, gli occhi impauriti e una ciocca di capelli che gli copriva la fronte.
È la descrizione del Maestro e di Bulgakov stesso.
Dopo essere rimasto in ascolto e dopo essersi accertato che Ivan fosse solo, il visitatore misterioso si fece coraggio ed entrò. Ivan vide che il nuovo arrivato portava gli indumenti dell’ospedale: biancheria, pantofole ai piedi nudi, una vestaglia marrone scuro buttata sulle spalle.
Il visitatore accennò con gli occhi un saluto a Ivan, nascose in tasca un mazzo di chiavi, poi si informò: “Posso sedermi?”. E ottenuto un segno di assenso, sedette sulla poltrona.
“Come è arrivato fino a qui?” chiese Ivan in un sussurro, obbedendo al dito magro che gli imponeva il silenzio. “Le grate non sono chiuse con i lucchetti?”.
“Sì, le grate hanno i lucchetti,” confermò l’ospite, “ma Praskov’ja Fedorovna è la più gentile delle persone e, ahimè, anche la più distratta. Le ho rubato il mazzo delle chiavi un mese fa, e adesso ho la possibilità di uscire sul balcone comune, e il balcone gira attorno a tutto il piano, così ogni tanto posso andare a trovare qualche vicino.”
“Se può uscire sul balcone, può anche scappare. O il muro è alto?” cominciò a interessarsi Ivan.
“No, la ragione per cui non posso scappare,” disse con decisione l’ospite, “non è l’altezza, ma è che non so dove scappare.”
Questa frase, “non so dove scappare”, non sembra particolarmente significativa, sembra buttata lì. Appena il Maestro inizierà la terza parte del capitolo, si capirà la portata enorme. Non ha più nessuno. Anzi, non ha più Margherita e non ha più il romanzo; è completamente perduto. C’è tristezza ma anche grande rassegnazione.
Anche Ivan, comunque, non saprebbe dove andare. Alla fine del capitolo precedente ha iniziato ad accettare la sua condizione: è schizofrenico (ci sono due Ivan).
E dopo una pausa aggiunge:” Allora, restiamo un po’ seduti qui?”.
“Va bene, restiamo,” rispose Ivan, guardando gli occhi castani e molto inquieti del nuovo arrivato.
Cosa non darebbe per un po’ di compagnia.
“Sì, restiamo…” improvvisamente l’ospite si agitò.
“Lei non è un matto furioso, spero? Perché sa, io non sopporto il rumore, la confusione, gli atti di violenza, in particolare detesto le grida delle persone, che siano di dolore o di ira o qualsiasi altro tipo di grida. Mi tranquillizzi, lei non è un malato violento, vero?”
Questa parte mi colpisce personalmente perché mi ritrovo nella descrizione. Rifuggo la violenza e non sopporto il chiasso e la confusione.
“Ieri, al ristorante, ho dato un pugno a un tale sul muso,” confessò virilmente il poeta ormai trasfigurato.
“Con ragione?” chiese severo l’ospite.
“Appunto, devo ammetterlo, senza ragione,” rispose confuso Ivan.
“Un’azione vergognosa," decretò l’ospite di Ivan, e aggiunse: “E lei si esprime così: ‘un pugno sul muso’? È vero che non si sa esattamente che cosa abbia l’uomo: se il muso o il viso… Ma, malgrado tutto, diciamo che ha il viso. E poi lei sa che con i pugni… No, li lasci stare i pugni, e per sempre”.
Dopo aver così rimproverato Ivan, l’ospite si informò: “Professione?”.
“Poeta,” confessò malvolentieri Ivan.
Confessa malvolentieri. Ivan ha sempre saputo di essere scarso intellettualmente e nella professione del poeta, ma il contesto culturale in cui si trovava e prosperava, tra cui il Massolit, non gli aveva mai dato modo di fronteggiare questa consapevolezza. L’ospedale gli ha dato modo di accettare la sua pochezza.
C’è molta sindrome dell’impostore, che è così tanto diffusa, ogni tanto giustamente e ogni tanto no.
L’ospite ne fu amareggiato.
“Oh, non ho proprio fortuna!” esclamò, (un letterato: l’ambiente che il Maestro odia, come scopriremo dopo) ma si riprese e si scusò. Poi chiese: “Come si chiama?”.
“Bezdomny”.
“Ahi…” fece l’ospite corrugando la fronte.
“Perché? I miei versi non le piacciono?” domandò Ivan, curioso.
“No, non mi piacciono per niente.”
“Quali ha letto?”
“Nemmeno uno dei suoi,” esclamò innervosito il visitatore.
Bellissima contrapposizione tra “non mi piacciono per niente” e “nemmeno uno dei suoi”. Ho riso tanto.
“Che cosa dice, allora?”
“Perché, ha importanza?” risposte l’ospite. “Come se non ne avessi letti altri.
Per il Maestro, il mondo letterario è marcio, corrotto e cieco. Lo odia tutto, in blocco.
A meno che… per un miracolo… Bene, sono pronto a crederle. Sono belli i suoi versi? Lo dica lei stesso.”
“Mostruosi!” disse improvvisamente Ivan, con coraggio e franchezza.
“Non ne scriva più!” lo supplicò il visitatore.
“Prometto e giuro!” disse solennemente Ivan.
Qua ho riso ad alta voce con trasporto.
Sottolineo anche che la traduzione è perfetta, molto migliore di altre.
Poi la storia continua un po’. Ivan confessa di essere impazzito perché credeva di aver visto il Diavolo che gli parlava di Gesù (Ha-Nozri) e Ponzio Pilato. Momento topico perché il Maestro è impazzito scrivendo un romanzo proprio su Ponzio Pilato.
I destini si sono incrociati proprio lì in modo perfetto.
Sprazzi di umorismo anche quando il Maestro dà dell’ignorante a Ivan.
Il Maestro:
“Dalle prime parole di quel professore (Woland) si è chiarito ogni mio dubbio. Non è possibile non riconoscerlo, amico mio! Del resto lei… mi scusa ancora, anche se so di non sbagliarmi, lei… è una persona ignorante, vero?”
“Totalmente,” convenne Ivan, ormai irriconoscibile.
“Ecco, vede… anche il viso, come me l’ha descritto, con gli occhi diversi, le sopracciglia!... Mi perdoni, forse lei non ha nemmeno mai sentito parlare del Faust?, l’opera?”
Ivan si imbarazzò terribilmente e con il viso in fiamme cominciò a parlare ddi un soggiorno in un sanatorio di Jalta.
WTF
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It’s that time of the week again when I bring you the Top 5 Wednesdays, created by gingerreadslainey. If you want to know how T5W works you can go to the Goodreads group by clicking here. This weeks theme is Top 5 Favorite Books Dealing with Mental Illness. I’ve read a few books dealing with mental illness but most of these books are about depression. After looking for a little bit in the books…
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