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July 2020
(Bettola - Italy)
http://davventura.altervista.org/heroes-of-the-lance-compagnia-al-completo/ In una situazione da #alterco da #bettola, si manifesta il #miracolo del Bastone di #CristalloBlu, cioè quanto basta perché il gruppo dei vecchi amici capiscano che sia il momento di mettersi al riparo e non farsi trovare a #UltimaCasa quando le milizie dei Cercatori verranno a cercarli per prenderli e requisire quel bastone che, come alla fine #Tanis osserverà sbalordito: «Questa è #taumaturgia», cioè quel segno degli antichi dèi su cui avevano impiegato cinque anni per andare alla sua ricerca. https://www.instagram.com/p/CEwEs3pJyaH/?igshid=1s4q9e2j73y9z
Curiosità sullo "striscino" - Storia di un'antico male: l'alcolismo
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Curiosità sullo "striscino" - Storia di un'antico male: l'alcolismo
Da secoli e secoli la vite viene coltivata in Garfagnana e il vino che ne nasce da tempo immemore fa parte della sua cultura. Dato le sue qualità non eccelse è definito da sempre con due parole dialettali: “striscino” o “zezzoron”. Episodi, curiosità e aneddoti garfagnini legati al vino nostrale e la storia di una piaga sociale durata per molto tempo in Garfagnana: l’alcolismo. In un rapporto di inizio secolo scorso il sottoprefetto di Castelnuovo così diceva: “ “Colla emigrazione abbonda nei comuni del Circondario ciò che ne è una delle conseguenze più frequenti, l’abuso dell’alcolismo, essendo la bettola il ritrovo abituale dei contadini e operai“
In Garfagnana è conosciuto essenzialmente con due parole dialettali: “lo striscino” o lo “zezzoron”, che in effetti esprimono in maniera sinteticamente perfetta le qualità di questo nostro prodotto che la natura ci offre: il vino garfagnino. Non sono assolutamente un’intenditore, ma a quanto ne so, la vite perchè produca un vino che sia un buon vino ha bisogno essenzialmente di sole, di bassi livelli di piovosità e di poca umidità, caratteristiche climatiche che la nostra valle non ha… Ecco allora la genesi delle due parole suddette, che ci riporta a tempi lontani, di quando le viti dovevano produrre più uva possibile, d’altronde la mezzadria garfagnina non badava alla qualità ma alla quantità, dal momento che il contadino doveva spartire metà del prodotto con il padrone della terra. Allora ecco che nasceva un vino di gradazione bassissima, addirittura di 6 o 8 gradi, per questo che veniva chiamato “striscino”, la sua qualità era terra, terra, tanto da strisciarvi. Ma di questo i nostri contadini ne erano consapevoli, come erano altrettanto consapevoli di un’altra “qualità” di questo vino: l’asprezza e l’acidità, infatti la definizione “zezzoron” viene da queste caratteristiche e prende proprio il nome da quell'”erbo” che in Garfagnana è conosciuto dialettalmente parlando come “zezzora” e in italiano come erba acetosa e questo la dice lunga su questa particolarità del vino nostrale. Il Santini, poeta dialettale, sottolineava nei suoi versi, che per bere un bicchiere di questo vino bisognava essere in tre persone, uno che lo beveva e due che tenevano fermo lo stesso bevitore per non farlo sobbalzare sulla sedia.
Sempre a proposito di vino e poeti, anche il sommo Pascoli, ottimo bevitore, non amava troppo il vino casalingo (anche se assolutamente non lo disdegnava), in una lettera all’amico Caselli così scriveva:
“Va a vedere il vino, tutto. Se le cose vanno bene, potrai dire allo Zì Meo che a giorni gli mando un caratello (n.d.r: vaso da vino o da liquore) di Marsala e gli farò mandare un dodici bottiglie di vino delle Cinque Terre da Spezia- ma per me, per essere messi in cantina- le berremo poi insieme”.
Sempre a proposito rimane sospesa fra verità e leggenda la visita del Vescovo a Sassi (comune di Molazzana), quando dopo aver ispezionato la parrocchia si fermò nel paese a mangiare i manicaretti offerti dal comitato d’accoglienza, il religioso apprezzò molto, mangiò di tutto e di più, però beveva acqua…gli fu chiesto il perchè, eppure c’era vino prodotto in maniera genuina: “Guardi Eminenza, che è vino di Sassi!!!” al che il prelato furbescamente rispose: ” Per essere di sassi non sarebbe neanche male, anche perchè se fosse fatto d’uva le viti bisognerebbe tagliarle al calcio”. Non mancarono giustamente fra i contadini questioni più seriose da affrontare e puramente economiche, come quando i comuni imposero tasse sul vino, pari a quelle di chi produceva Chianti o altri vini pregiati toscani. Insomma la storia del vino in Garfagnana è una storia antica, qui viene prodotto da secoli e secoli, dalle parti più basse della valle, lungo il Serchio, fino ad arrivare agli ottocento metri d’altezza. Documenti storici riportano la sua produzione già presente nell’anno mille da uve di tipo selvatico, ma il suo vero e proprio sviluppo si ebbe agli inizi del 1800, con tutte le conseguenze negative che il vino si porterà dietro e se fino adesso con il mio caro lettore ho potuto scherzare raccontando aneddoti o curiosità più o meno stravaganti, da questo momento la cosa si fa più seria, dal momento che racconterò quella che fu una vera piaga garfagnina: l’alcolismo.
Siamo nel 1911 era il 13 gennaio, allora a Castelnuovo esisteva sempre la Regia Sottoprefettura e come ogni anno il sottoprefetto Rossi inviava alla Prefettura competente, che all’epoca era Massa, un resoconto sociale sulle condizioni di vita della popolazione: “Colla emigrazione abbonda nei comuni del Circondario ciò che ne è una delle conseguenze più frequenti, l’abuso dell’alcolismo, essendo la bettola il ritrovo abituale dei contadini e operai che ritornano nell’inverno nel loro paese a consumarvi nell’unico modo che per loro è possibile, gli scarsi guadagni accumulati. E non è infrequente che chi accumuli qualcosa più degli altri, creda di non poterne fare uso migliore che aprendo un’osteria, che si aggiunge alle tante altre esistenti nei Comuni onde si verifica in alcuni di essi (come a Castelnuovo) salga al 20 per mille della popolazione, che è il doppio della cifra che fu deplorata alla Camera come esiziale per la popolazione. A ciò lo scrivente tentò di porre un freno col vietare (salvo casi eccezionali di interesse del pubblico per speciali condizioni locali) l’apertura di nuovi esercizi nei comuni che più ne abbondano, se non in sostituzione di quelli che vengono a cessare; opera questa che più autorevolmente costituita presso codesto ufficio”. L’allarme alcolismo in Garfagnana arrivò così sul tavolo del Prefetto, bisognava porre rimedio, era diventato veramente un problema sociale serio che sfociava in frequenti scazzottate fuori dalle osterie, anche per futili motivi e quello che era più grave che l’abuso d’alcol a questi uomini faceva dare il peggio di sè fra le quattro mura di casa, non era difficile (anzi era piuttosto frequente)che il marito una volta tornato a casa ubriaco sfogasse il suo malessere contro la moglie e i figli.
D’altra parte,in proporzione, in Garfagnana erano più osterie che abitanti, una media ben al di sopra di quella consentita da un vecchio regolamento regio, non rimaneva altro che non concedere altre licenze. Consideriamo poi che il vino non mancava nemmeno a casa e il suo stretto rapporto con il garfagnino cominciava la mattina presto, quando iniziava il lavoro nei campi, un paio di “bicchierotti” di buon’ora sarebbero stati il sostentamento per affrontare una dura giornata, se poi le mattinate erano fredde e gelide un po’ di grappa avrebbe scaldato il corpo; tutti falsi luoghi comuni associati a questa bevanda. Insomma l’alcol era il fedele compagno del garfagnino che lo seguiva in tutto l’arco del giorno: colazione, pranzo, merenda, cena e la sera all’osteria.
Il vino in questo senso è sempre stato “subdolo” nella nostra cultura, gli è sempre stato dato un valore d’uso sostanzialmente alimentare, alla stregua di un piatto di pasta o di polenta, una familiarità tale che bere tanto o poco vino non faceva differenza e nella maggior parte dei casi l’abuso era maggiore dell’uso. Spesso anche il “povero Cristo” che magari non era un gran bevitore o addirittura non beveva per niente veniva sottoposto ad involontarie pressioni psicologiche: – Ma come!? Bevi così poco? Dai bevi ancora!- e se non beveva era addirittura guardato con sospetto e diffidenza, sarebbe diventato “un fuori dal coro”, un asociale, quasi indesiderato. Insomma gli aspetti sociali che toccava questa piaga erano molteplici. Si può dire però che queste persone erano perle rare, dato che il sapore del vino in Garfagnana c’accompagnava fin dalla culla, quando si diceva che per far addormentare un neonato che non ne voleva sapere bastava inzuppare un “cencino” con un po’di vino e farglielo succhiare e il gioco era fatto…. (e ci credo !!!). Le donne sotto questo punto di vista, erano preservate, l’alcol una volta era considerato prerogativa maschile, una donna ubriaca era un’indecenza, una vergogna, una madre ubriacona era disonore per la famiglia, perdipiù i vecchi contadini garfagnini credevano che far toccare o addirittura far avvicinare una donna in periodo di mestruazioni alle botti dove il vino era in fermentazione avrebbe mandato alla malora tutto il prodotto. Non crediamo però che l’abuso d’alcol sia stata una prerogativa soltanto delle classi sociali più povere garfagnine, questo male prendeva tutti, dal più ricco al più misero: “I pochi individui che vivono sugli 8-10 poderi che hanno, in generale menano una vita oziosissima: si annoiano tutto il giorno, sbadigliano, stanno colle gambe a cavalcioni, sul muricciolo della piazza a ciarlare con quelli che passano. Se trovano i compagni, giocano a carte, bevono, e per ingannar meglio il tempo passano la misura del bere ubriacandosi, Ad essi si unisce spesso anche il parroco, sia nel far due chiacchiere sulle novità del giorno, sia nel far la partita a carte, sia nel bere un litro di vino”.
Ma dove ricercare le cause di questa piaga nella società garfagnina? Difficile rispondere, rimane il fatto che non fu un fenomeno temporaneo, ma fu un fenomeno che durò per molti decenni e che vide il suo mitigarsi verso gli anni ’50 del 1900, quando le nuove generazioni cominciarono ad acculturarsi, ad emanciparsi, quando finalmente lo Stato si accorse della Garfagnana e riuscì con investimenti infrastrutturali, industriali a far uscire dalla povertà e dall’emarginazione una valle che per secoli era stata dimenticata. Erano proprio così le condizioni in cui versava la società garfagnina, naturalmente non si può ora e non si poteva allora fare di tutta un’erba un fascio, ci mancherebbe altro, ma rimane il fatto che anche oggi questo mostro dell’alcolismo si ripropone con tutta la sua gravità e anche in questo caso la storia ci mostra le sue incredibili sfaccettature. Se una volta il principale motivo dell’abuso di alcol era l’ignoranza e la povertà, oggi ci dice che il motivo principale dei giovani che abusano è per avere “lo sballo”, per provare un qualcosa di diverso, al di fuori della routine quotidiana, diventata noiosa e monotona per chi ha tutto a disposizione.
Bibliografia:
Rapporto del Sottoprefetto Rossi alla Prefettura di Massa 13 gennaio 1911
“Come la storia dell’alcol, anche la storia della sua regolamentazione è antichissima” di A. Culotta , tesi di laurea. Vittimedellastrada.org
Curiosità sullo "striscino" - Storia di un'antico male: l'alcolismo
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Curiosità sullo "striscino" - Storia di un'antico male: l'alcolismo
Da secoli e secoli la vite viene coltivata in Garfagnana e il vino che ne nasce da tempo immemore fa parte della sua cultura. Dato le sue qualità non eccelse è definito da sempre con due parole dialettali: “striscino” o “zezzoron”. Episodi, curiosità e aneddoti garfagnini legati al vino nostrale e la storia di una piaga sociale durata per molto tempo in Garfagnana: l’alcolismo. In un rapporto di inizio secolo scorso il sottoprefetto di Castelnuovo così diceva: “ “Colla emigrazione abbonda nei comuni del Circondario ciò che ne è una delle conseguenze più frequenti, l’abuso dell’alcolismo, essendo la bettola il ritrovo abituale dei contadini e operai“
In Garfagnana è conosciuto essenzialmente con due parole dialettali: “lo striscino” o lo “zezzoron”, che in effetti esprimono in maniera sinteticamente perfetta le qualità di questo nostro prodotto che la natura ci offre: il vino garfagnino. Non sono assolutamente un’intenditore, ma a quanto ne so, la vite perchè produca un vino che sia un buon vino ha bisogno essenzialmente di sole, di bassi livelli di piovosità e di poca umidità, caratteristiche climatiche che la nostra valle non ha… Ecco allora la genesi delle due parole suddette, che ci riporta a tempi lontani, di quando le viti dovevano produrre più uva possibile, d’altronde la mezzadria garfagnina non badava alla qualità ma alla quantità, dal momento che il contadino doveva spartire metà del prodotto con il padrone della terra. Allora ecco che nasceva un vino di gradazione bassissima, addirittura di 6 o 8 gradi, per questo che veniva chiamato “striscino”, la sua qualità era terra, terra, tanto da strisciarvi. Ma di questo i nostri contadini ne erano consapevoli, come erano altrettanto consapevoli di un’altra “qualità” di questo vino: l’asprezza e l’acidità, infatti la definizione “zezzoron” viene da queste caratteristiche e prende proprio il nome da quell'”erbo” che in Garfagnana è conosciuto dialettalmente parlando come “zezzora” e in italiano come erba acetosa e questo la dice lunga su questa particolarità del vino nostrale. Il Santini, poeta dialettale, sottolineava nei suoi versi, che per bere un bicchiere di questo vino bisognava essere in tre persone, uno che lo beveva e due che tenevano fermo lo stesso bevitore per non farlo sobbalzare sulla sedia.
Sempre a proposito di vino e poeti, anche il sommo Pascoli, ottimo bevitore, non amava troppo il vino casalingo (anche se assolutamente non lo disdegnava), in una lettera all’amico Caselli così scriveva:
“Va a vedere il vino, tutto. Se le cose vanno bene, potrai dire allo Zì Meo che a giorni gli mando un caratello (n.d.r: vaso da vino o da liquore) di Marsala e gli farò mandare un dodici bottiglie di vino delle Cinque Terre da Spezia- ma per me, per essere messi in cantina- le berremo poi insieme”.
Sempre a proposito rimane sospesa fra verità e leggenda la visita del Vescovo a Sassi (comune di Molazzana), quando dopo aver ispezionato la parrocchia si fermò nel paese a mangiare i manicaretti offerti dal comitato d’accoglienza, il religioso apprezzò molto, mangiò di tutto e di più, però beveva acqua…gli fu chiesto il perchè, eppure c’era vino prodotto in maniera genuina: “Guardi Eminenza, che è vino di Sassi!!!” al che il prelato furbescamente rispose: ” Per essere di sassi non sarebbe neanche male, anche perchè se fosse fatto d’uva le viti bisognerebbe tagliarle al calcio”. Non mancarono giustamente fra i contadini questioni più seriose da affrontare e puramente economiche, come quando i comuni imposero tasse sul vino, pari a quelle di chi produceva Chianti o altri vini pregiati toscani. Insomma la storia del vino in Garfagnana è una storia antica, qui viene prodotto da secoli e secoli, dalle parti più basse della valle, lungo il Serchio, fino ad arrivare agli ottocento metri d’altezza. Documenti storici riportano la sua produzione già presente nell’anno mille da uve di tipo selvatico, ma il suo vero e proprio sviluppo si ebbe agli inizi del 1800, con tutte le conseguenze negative che il vino si porterà dietro e se fino adesso con il mio caro lettore ho potuto scherzare raccontando aneddoti o curiosità più o meno stravaganti, da questo momento la cosa si fa più seria, dal momento che racconterò quella che fu una vera piaga garfagnina: l’alcolismo.
Siamo nel 1911 era il 13 gennaio, allora a Castelnuovo esisteva sempre la Regia Sottoprefettura e come ogni anno il sottoprefetto Rossi inviava alla Prefettura competente, che all’epoca era Massa, un resoconto sociale sulle condizioni di vita della popolazione: “Colla emigrazione abbonda nei comuni del Circondario ciò che ne è una delle conseguenze più frequenti, l’abuso dell’alcolismo, essendo la bettola il ritrovo abituale dei contadini e operai che ritornano nell’inverno nel loro paese a consumarvi nell’unico modo che per loro è possibile, gli scarsi guadagni accumulati. E non è infrequente che chi accumuli qualcosa più degli altri, creda di non poterne fare uso migliore che aprendo un’osteria, che si aggiunge alle tante altre esistenti nei Comuni onde si verifica in alcuni di essi (come a Castelnuovo) salga al 20 per mille della popolazione, che è il doppio della cifra che fu deplorata alla Camera come esiziale per la popolazione. A ciò lo scrivente tentò di porre un freno col vietare (salvo casi eccezionali di interesse del pubblico per speciali condizioni locali) l’apertura di nuovi esercizi nei comuni che più ne abbondano, se non in sostituzione di quelli che vengono a cessare; opera questa che più autorevolmente costituita presso codesto ufficio”. L’allarme alcolismo in Garfagnana arrivò così sul tavolo del Prefetto, bisognava porre rimedio, era diventato veramente un problema sociale serio che sfociava in frequenti scazzottate fuori dalle osterie, anche per futili motivi e quello che era più grave che l’abuso d’alcol a questi uomini faceva dare il peggio di sè fra le quattro mura di casa, non era difficile (anzi era piuttosto frequente)che il marito una volta tornato a casa ubriaco sfogasse il suo malessere contro la moglie e i figli.
D’altra parte,in proporzione, in Garfagnana erano più osterie che abitanti, una media ben al di sopra di quella consentita da un vecchio regolamento regio, non rimaneva altro che non concedere altre licenze. Consideriamo poi che il vino non mancava nemmeno a casa e il suo stretto rapporto con il garfagnino cominciava la mattina presto, quando iniziava il lavoro nei campi, un paio di “bicchierotti” di buon’ora sarebbero stati il sostentamento per affrontare una dura giornata, se poi le mattinate erano fredde e gelide un po’ di grappa avrebbe scaldato il corpo; tutti falsi luoghi comuni associati a questa bevanda. Insomma l’alcol era il fedele compagno del garfagnino che lo seguiva in tutto l’arco del giorno: colazione, pranzo, merenda, cena e la sera all’osteria.
Il vino in questo senso è sempre stato “subdolo” nella nostra cultura, gli è sempre stato dato un valore d’uso sostanzialmente alimentare, alla stregua di un piatto di pasta o di polenta, una familiarità tale che bere tanto o poco vino non faceva differenza e nella maggior parte dei casi l’abuso era maggiore dell’uso. Spesso anche il “povero Cristo” che magari non era un gran bevitore o addirittura non beveva per niente veniva sottoposto ad involontarie pressioni psicologiche: – Ma come!? Bevi così poco? Dai bevi ancora!- e se non beveva era addirittura guardato con sospetto e diffidenza, sarebbe diventato “un fuori dal coro”, un asociale, quasi indesiderato. Insomma gli aspetti sociali che toccava questa piaga erano molteplici. Si può dire però che queste persone erano perle rare, dato che il sapore del vino in Garfagnana c’accompagnava fin dalla culla, quando si diceva che per far addormentare un neonato che non ne voleva sapere bastava inzuppare un “cencino” con un po’di vino e farglielo succhiare e il gioco era fatto…. (e ci credo !!!). Le donne sotto questo punto di vista, erano preservate, l’alcol una volta era considerato prerogativa maschile, una donna ubriaca era un’indecenza, una vergogna, una madre ubriacona era disonore per la famiglia, perdipiù i vecchi contadini garfagnini credevano che far toccare o addirittura far avvicinare una donna in periodo di mestruazioni alle botti dove il vino era in fermentazione avrebbe mandato alla malora tutto il prodotto. Non crediamo però che l’abuso d’alcol sia stata una prerogativa soltanto delle classi sociali più povere garfagnine, questo male prendeva tutti, dal più ricco al più misero: “I pochi individui che vivono sugli 8-10 poderi che hanno, in generale menano una vita oziosissima: si annoiano tutto il giorno, sbadigliano, stanno colle gambe a cavalcioni, sul muricciolo della piazza a ciarlare con quelli che passano. Se trovano i compagni, giocano a carte, bevono, e per ingannar meglio il tempo passano la misura del bere ubriacandosi, Ad essi si unisce spesso anche il parroco, sia nel far due chiacchiere sulle novità del giorno, sia nel far la partita a carte, sia nel bere un litro di vino”.
Ma dove ricercare le cause di questa piaga nella società garfagnina? Difficile rispondere, rimane il fatto che non fu un fenomeno temporaneo, ma fu un fenomeno che durò per molti decenni e che vide il suo mitigarsi verso gli anni ’50 del 1900, quando le nuove generazioni cominciarono ad acculturarsi, ad emanciparsi, quando finalmente lo Stato si accorse della Garfagnana e riuscì con investimenti infrastrutturali, industriali a far uscire dalla povertà e dall’emarginazione una valle che per secoli era stata dimenticata. Erano proprio così le condizioni in cui versava la società garfagnina, naturalmente non si può ora e non si poteva allora fare di tutta un’erba un fascio, ci mancherebbe altro, ma rimane il fatto che anche oggi questo mostro dell’alcolismo si ripropone con tutta la sua gravità e anche in questo caso la storia ci mostra le sue incredibili sfaccettature. Se una volta il principale motivo dell’abuso di alcol era l’ignoranza e la povertà, oggi ci dice che il motivo principale dei giovani che abusano è per avere “lo sballo”, per provare un qualcosa di diverso, al di fuori della routine quotidiana, diventata noiosa e monotona per chi ha tutto a disposizione.
Bibliografia:
Rapporto del Sottoprefetto Rossi alla Prefettura di Massa 13 gennaio 1911
“Come la storia dell’alcol, anche la storia della sua regolamentazione è antichissima” di A. Culotta , tesi di laurea. Vittimedellastrada.org
Een korte blik op Italiaanse restaurants in Birmingham - Guideppe & # 39; s Cafe, Bettola en Lovoy & # 39; s
Een korte blik op Italiaanse restaurants in Birmingham – Guideppe & # 39; s Cafe, Bettola en Lovoy & # 39; s
Birmingham, Alabama heeft een brede selectie Italiaanse restaurants. Variërend van budget-minded tot weelderig, van Zuid-Italiaans tot Noord-Italiaans, ongeacht de variëteit aan Italiaans eten die je wilt, je kunt het vrijwel zeker vinden in Birmingham. Drie van de vele beschikbare keuzes zijn Giuseppe & # 39; s Café, Bettola en Lovoy & # 39; s.
Giuseppe & # 39; s Cafe bevindt zich op 925…
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