Interdit aux chiens et aux Italiens [Manodopera] (Alain Ughetto, 2022)
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Interdit aux chiens et aux Italiens [Manodopera] (Alain Ughetto, 2022)
Appunto a me stessa: non perdere tempo inutilmente, quello che non funziona va tagliato. Impara dalla natura, per alleggerire la pianta e far crescere nuovi germogli un bravo contadino taglia i rami secchi.
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[...] Il mondo stava cambiando, e con esso, seppure più lentamente che altrove, anche i contadini siciliani, che di certo non calzavano Timberland o vestivano Armani, ma da contadini stavano diventando imprenditori, non era un passaggio da poco, significava prendere le distanze dalla terra, non vederla più come una madre in cui affondano le nostre radici e da cui dipende la sussistenza non solo di chi la lavora ma di chiunque, qualcosa da rispettare, ma come un possedimento da sfruttare, qualcosa da cui trarre il massimo guadagno con qualsiasi mezzo, e i prodotti della terra non erano cibo o benedizione o frutto del sudore e della fatica, ma merci da vendere in cambio di piccioli sonanti.
Certo, il contadino trasformato in imprenditore agrario doveva affondare comunque le sue scarpe nella creta e bagnare i suoi gambali con la rugiada del mattino, ma forse poteva lavorare un po’ meno meccanizzandosi e chimichizzandosi, guadagnava quanto prima o forse anche meno, ma non era più un viddanu (villano), anche se la sostanza della sua villicità era rimasta inalterata, anzi si era persino degradata.
Una volta con mio padre ci siamo avvicinati al muretto di confine per salutare un vicino di campo, un giovane imprenditore agricolo che coltivava pomodori, era intento a spruzzare pesticidi sulle piante, senza guanti né maschera di protezione; mentre parlavamo stacca un pomodoro dalla pianta più vicina, lo sfrega un attimo sulla giubba, come a togliergli la polvere, e lo addenta.
“Che minchia fai Giuvà???”, lo aggredì mio padre, “ma come, con una mano pumpii e con l’altra mangi il pomodoro pumpiato? Quello che stai spruzzando sulle piante è veleno e tu hai ancora l’arma del delitto in mano, maccarruni!”, - “E che ci fa don Bastiano, avevo sete … questi pomodori vanno nelle case, nelle tavole, basta una lavata e tutti li mangiano” – “Appunto, Giuvà, sei peggio di uno spacciatore di droga: con la differenza che chi si droga lo sa che sta assumendo veleno, chi mangia i tuoi pomodori no, e neanche tu lo sai!”.
Giovanni non aveva idea di cosa stesse spruzzando, contro gli insetti, i funghi e quant’altro che potevano distruggere o rovinare il suo raccolto, gli altri contadini, quelli più furbi, gli avevano consigliato questi prodotti da diluire in acqua e da nebulizzare direttamente sulla pianta.
I pomodori che ne venivano fuori non erano mai stati così belli, grossi, lucidi, polposi e succosi, senza un difetto, sembravano belli come quelle mele dipinte dai pittori più valenti nelle nature morte per dimostrare la loro bravura nei particolari, o la frutta martorana dei pasticcieri locali, che è tanto realistica fin nei minimi dettagli da sembrare falsa solo per questo. [...]
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Fonte: "Da Pachino a Pechino", via Garbo.
La grande gelata del 1957
La grande gelata del 1957
Lo so che oggi fa freddo per la stagione e tira vento, ci sono mareggiate, temporali, grandine, nevicate e se scavo nei ricordi vado al al 6 maggio del 1963 quando andando a scuola cominciò a venire già una neve del tutto inaspettata che continuò per alcune ore tra lampi e tuoni come del resto era successo tre settimane prima. La sera stessa però era tutto finito, dopotutto la temperatura non…
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Paesaggi da E.Olmi, L’albero degli zoccoli, 1978