Il romanzo col quale si introduce questa nuova rubrica dedicata ai libri che per fortuna nessuno ha mai osato scrivere, anche se molti hanno fatto parecchio di peggio, è Venere in Scorpione di Ludovica Mazzoli, trentenne ereditiera del paterno import-export di tabacco, fino ad oggi soprattutto impegnata nell'hobby di far crescere la sua aziendina startup di cosmetici bio. Sarà subito il caso di premettere che rimarrebbe deluso chi cercasse in questa tragicommedia pinciano-pariola la ferocia dell'indigeno Ammaniti, ma sbaglierebbe chi volesse comunque bollare la fatica letteraria di Mazzoli come un tentativo immaturo, rimasto a metà strada tra Piazza Verbano e Sant'Emerenziana (la scrittrice abita, in effetti, a Via Nemorense). Solo il lettore superficiale, ancorato a categorie di giudizio del millennio scorso, mancherà di osservare come l'assenza di sarcasmo di Mazzoli comporti un'estremismo minimalista, che non riconosce ai fatti narrati nessuno statuto valoriale, nemmeno la disperazione.
Ma veniamo alla trama di questo romanzo romano, che narra la storia di Paola, donna single eterosessuale sull'orlo della cinquantina in corso di ricostruzione. Abita al Coppedè, nella casa che divideva con Maurizio, Senatore PD, prima che una crisi di mezz’età glielo portasse via insieme alla trentenne consulente costituzionalista. Shanti, la figlia, ha appena portato a termine senza debito la quarta ginnasio al Tasso e si accinge a partire con gli amici per una vacanza in Croazia.
Dopo il divorzio Paola si è presa del tempo per sè. Vuole dedicarsi al suo secondo romanzo dopo vent'anni da redattrice qua e là, da Editori Riuniti, ai libri dell'Unità, nel periodo peggiore anche alla Ediesse, la casa editrice della CGIL. A garantirle un'entrata decente c'è l'affitto della casa della madre recentemente scomparsa, a Trastevere, dove probabilmente Paola ha passato gli anni migliori, quelli dell'infanzia e dell'adolescenza, tra il Liceo Virgilio e il bar San Calisto, ma Mazzoli non ce lo dice, forse perché non vuole incrinare la sensibilità della sua protagonista con patetici accenti nostalgici, forse perché proprio non se lo immagina nemmeno.
Paola sta facendo la spesa al Super Elite di Piazza Dalmazia quando Daniela, la sua amica giornalista televisiva ora impegnata nella redazione di un programma di approfondimento politico di Rai Tre, la chiama per invitarla all’Elba. Ci saranno un sacco di amici, anche Claudio, lo sceneggiatore, sì quello di Pioggia nel deserto, che ha vinto il Dèvid quindici anni fa’: ora, dopo dieci anni di Un posto al sole, ha trovato il coraggio di tornare a Roma. Paola ha un capogiro, si ritrova in preda all’esitazione davanti agli scaffali vegan, poi rifiuta accampando scuse, deve scrivere, ora che Shanti parte, e poi non sa a chi lasciare Luciana, la gatta, un persiano grigio.
Combinazione vuole che, finita la lezione di Pilates al pastificio, Paola incontri proprio Claudio, in formissima malgrado la barba e il codino. È appena uscito dalla lezione di astanga yoga e sta per tornarsene al Pigneto con la sua Pinarello Pista: si sta riambientando dopo il trasferimento, dice. Gli ha detto Daniela che viene all’Elba, ma no, lei all’Elba non ci va, ma comunque ci vediamo in giro, certo, ciao, ciao.
La notte è un tormento, un rigirarsi nel letto da una parte e dall’altra ripensando ai trascorsi fugaci con Claudio, quell’unico bacio colpevole al quale non aveva avuto coraggio di dare seguito, sposata da poco con Maurizio e quasi, forse già incinta di Shanti, chi se lo ricorda più. Si alza e si prepara una tisana rilassante al timo e verbena, quando sopraggiunge Shanti e in piena notte le chiede l’iphone sette, che senza non vede come potrà mai partire per la Croazia. Paola risponde che non è il momento, che le fa male la testa e ha mille pensieri da quando ha lasciato il lavoro. «Vabbe’, Ma’, scialla però…» è il saggio commento che conclude il vertice notturno in cucina.
Sull’intercity per Pisa, diretta a Piombino, Paola ha con sé tutto quello che le serve per affrontare la vacanza: un moleskine per gli appunti, una playlist sbagliatissima nell'iphone sei (manca l'ovvio Surfer Rosa dei Pixies, che trascende con tutta evidenza le competenze musicali dell’autrice), un nuovo costume alla moda già provato con successo il weekend prima a Sperlonga (benedetto Pilates!). I tre chili di troppo sono solo quelli della Scuola cattolica, preferita a Safran Foer e Frenzen, per la disperazione delle lettrici di un certo tipo. Il cuore di Paola è intiepidito dalla scelta coraggiosa, mentre il treno corre sulle rotaie di quel viaggio infinito, nel corso del quale, in realtà, il treno si sarà certamente fermato per un'ora tra Albinia e Fonteblanda in attesa della Frecciabianca proveniente nell'altra direzione, ma ancora Mazzoli, come s’è detto, rifugge da ogni stereotipo verdoniano.
All'Elba le giornate passano pigre con gli amici vecchi e nuovi, tra chiacchiere di attualità, stroncature di film pluripremiati, spoiler di serie televisive, lunghe sedute di scuola cattolica con la protezione cinquanta, fusilli bufala e pachino, ma anche intensi giochi di sguardi e silenzi, sul filo dei quali corre la tensione erotica crescente tra Paola e Claudio. Dalla Croazia arrivano notizie rassicuranti circa il fatto che la nuova generazione se la cava da sola, forse meglio della vecchia, poco capace di vivere il presente con spensieratezza e ormai poco credibile quando prova a declinarsi al futuro. Anche se, chissà, magari un futuro potrebbe anche darsi, pensa Paola guardando Claudio, che si tuffa plastico dallo scoglio e poi le sorride galleggiando nell'acqua traslucida.
Una sera di luna piena Paola cammina lungo la spiaggia sola e pensierosa, attratta da una forza superiore, appunto quella magnetica delle maree che, come l'inevitabile luogo comune insegna, calamita gli istinti femminili. In preda ad un raptus, ad un pensiero di libertà o forse al dosaggio sbagliato di Cipralex, si sfila i jeans e la maglia e si tuffa nuda: il contatto della pelle col buio dell'acqua, rischiarata dal chiarore lunare, è come una rinascita. Ma uscendo dall’acqua, quella placenta che ancora la proteggeva, Paola si sente indifesa, avverte una presenza, un paio d'occhi che si nutrono della sua nudità.
In effetti Claudio l'ha seguita e ora le sorride, seduto su uno scoglio, fumando un bidhi. Invece di rivestirsi Paola lo raggiunge, in preda a una folle disinibizione quasi adolescenziale. Lui sta per sfiorarle la guancia con la punta dell'indice, ma poi lo punta verso il cielo, indicando le stelle e non riesce ad impedirsi di dire che «Venere è in Scorpione».
Nulla può fare il lettore per silenziarlo in qualche modo e chi riesca ad evitare di seppellirsi sotto un cuscino per non uscire mai più, travolto da un'ingestibile vergogna per lui, scoprirà che quella penosa uscita non gli è valsa il meritato scoppio di risa in faccia da parte di Paola. Anzi, è lei che, trascinata da incontenibile quanto inspiegabile pulsione erotica, bacia Claudio di nuovo dopo quindici anni, ma stavolta la cosa non finisce timidamente lì. Fanno selvaggiamente l'amore tra gli scogli, consapevoli del fatto che l'amore non esiste, ma esistono comunque loro due e la loro ribellione alla statistica.
Tornati a Roma, Paola e Claudio si risentono e le fanno praticamente tutte: dalla mostra di un celebre fotografo ungherese da Tricromia a Via della Barchetta al sashimi di Kiko al Verano, dalla maratona di cinema uzbeko al Palazzo delle Esposizioni alla prima della Lehman Trilogy di Ronconi all’Argentina. Il sesso è intenso, come tra due persone che si sono desiderate a sprazzi nei momenti di solitudine attraverso un lungo quindicennio di delusioni d'ogni sorta, senza mai trovare il coraggio di cercarsi, di chiamarsi, nemmeno di uozzapparsi, che poi chi ce l'aveva più il numero dell'altro quando sono arrivati gli smàrfon. Claudio familiarizza anche con Shanti, fa i compiti di Greco e fuma i bidhi con lei, fa naturalmente il simpatico con la gatta Luciana e si ritrova dentro una cosa seria senza quasi accorgersene, o forse sì.
Tutto cambia a seguito di un litigio che prende le mosse dalle diverse intenzioni di voto al referendum costituzionale, dopo che la liaison era miracolosamente sopravvissuta alla differenza di opinioni sulla necessità di far dimettere Marino, a seguito della quale Paola aveva dovuto mandar giù il voto di Claudio per la Raggi al comune. Claudio spiega che Paola non ha niente che non vada, è solo colpa sua: a quarantott'anni non si sente ancora pronto per una relazione seria, la farebbe solo soffrire, non vuole rovinare quello che c'è di bello tra loro, ma possono restare amici. Paola, che aveva di nascosto prenotato su Rbnb un posticino poco distante da Palais Royal per capodanno, per fargli una sorpresa, deve disdire al costo di centoquarantadue euro e l'otto dicembre si ritrova a fare l’albero da sola (Mazzoli ci fa grazia, ancora per ragioni d'ignoranza, dell'ovvia ed emotivamente dissonante colonna sonora dei The Jesus and Mary Chain).
Sei mesi più tardi, una sera d’inizio estate, rinunciando ad un weekend solitario a Sperlonga, Paola si fa trascinare (ancora da Daniela, che nel frattempo lavora al nuovo quotidiano onlàin di Luca Sofri), a cena in terrazzo da quello che scoprono essere un comune amico, Antonio, appena tornato da un ashram in india, dove ha avuto una relazione con un ex amante di Pannella. Tra le facce più o meno note, facendosi spazio tra un autore di Gazebo e una capostruttura di Rai Fiction, un giornalista di Repubblica e l'inviata di Mentana, il direttore della Casa del Cinema e uno che somiglia molto a Veltroni (forse è proprio lui), a Paola pare di scorgere Claudio, ma forse è solo la sua immaginazione. E invece no, è lì davvero: se lo trova davanti insieme ad un'altra faccia vagamente nota, quella della di lui accompagnatice, che Claudio le presenta: Paola, Concita, vi conoscete?
In sintesi, Mazzoli riallaccia inconsapevolmente il filo rosso di quel minimalismo che collega le esperienze di Theoria negli ottanta, Lodoli e Petrignani su tutti, ai paesaggi del contemporaneo descritti da Trevi e Stancanelli, parodiandoli in maniera tanto involontaria quanto efficace. L'italiano ipermedio, teorizzato da Giuseppe Antonelli, trova in questo romanzo d'esordio la sua più cristallina sublimazione letteraria, quasi una dimostrazione a posteriori. L'assenza di compiacimento letterario disorienta, anche quando il gatto della protagonista si ritrova il nome che un cristiano normale darebbe alla figlia e viceversa: è l'osservazione che prevale sul giudizio, il nulla che prende il sopravvento sul nulla.
Concludendo, Venere in Scorpione lascia al lettore scaltro quella sensazione autocompiaciuta di conoscere i suoi personaggi molto meglio dell'autrice. A molti della generazione dei nati nei ‘Sessanta potrà sembrare che Mazzoli stia parlando di loro senza conoscerli, che li stia osservando senza giudicarli, che li stia raccontando senza aggettivi, lasciando che i fatti parlino per loro. La parte di Paola sembra scritta per Galatea Ranzi, quella di Claudio per Pierfrancesco Favino: non sorprenderebbe se qualche affermato cineasta pensasse a una riduzione cinematografica di questo lucido e inquietante romanzo di esordio.