Ogghiu, storia di bottiglie e contenuti #1
[quanto segue è la continuazione di questo]
Nelle mie ultime discese in s. ho collezionato giornate di lavoro. Capita (poche volte, per essere onesti).
Quattro nel primo round. Tre e ½ nel secondo. Una settimana - e 'na 'nticchia - di raccolta di olive. E pensare che l'anno scorso gli stessi alberi avevano deciso di non collaborare: niente frutta, niente drupe (vocabolo preso in prestito da un aspirante agrario), e quindi niente olio. Quest'anno è andata in un altro modo.
Io e il mio superiore – individui collocati su gradini generazionali diversi ma ugualmente incapaci in tale campo – ci siamo così dati all'agricoltura durante sette giorni e mezzo.
Anzi, adesso che ci penso il mio superiore – il principale, come siamo soliti dire in s. - si è spinto anche oltre, con due giornate in più di duro lavoro.
In quei giorni era un aggettivo che mi si palesava a giornata conclusa. Non tanto perché mi sentivo stanco, ma perché quando tornavo a casa passavo davanti a F., aka il secondo superiore. Quello vero, cioè il vero vero principale. Su di lui l'aggettivo duro si è aggrappato a tal punto che non può far altro che ripetermi incessantemente – un loop infinito - che la terra ti mangia vivo.
Ed in effetti F. è stato quasi divorato dalla terra, finendo per essere obbligato a rinunciare a qualsiasi pretesa di ritorno sulla medesima. E col cazzo che riabbraccia gli olivi.
Dei primi quattro giorni, quelli del primo round, non ho registrato niente.
Non mi sono segnato né le ore trascorse in cima agli alberi né le quantità di olive finite nei sacchi portati al frantoio.
Ho appunti solo per due giornate e 1/2 di finto bracciante.