“ L’eredità culturale è qualcosa che ogni individuo si fabbrica grazie alla scuola, alle letture, ai casi e agli incontri della sua vita essendosi dissolti ben presto dietro di lui eredità e ricordi che le generazioni precedenti non hanno avuto modo di trasmettergli. In questo il nostro tempo è diverso dalle grandi civiltà del passato su cui l’egittologo Jan Assmann ha elaborato le sue proposte sulla trasmissione di ricordi, identità e culture. Sull'esperienza del tempo presente, dominata dal contrasto fra il deposito da conservare e la ridotta capacità di ricordare, è stata la sua compagna di vita e di lavoro, l’antropologa Aleida Assmann, che ha proposto di recente una sua tesi sul tema dell'oblio: secondo lei la memoria culturale è la somma di quanto si ricorda e di quanto si dimentica. Funziona come un collo di bottiglia: vi passa attraverso solo una parte del deposito di esperienze e di ricordi. Ma come si rende possibile la selezione e la conservazione della memoria culturale di una società? Secondo la sua analisi, quello che la garantisce e governa è «il tetto protettivo delle istituzioni socialmente deputate alla conservazione del patrimonio, come gli archivi, le biblioteche e i musei». Grazie a loro, le cose e le persone che sfuggono all'oblio automatico vengono separate da una forbice e depositate le une nel canone, le altre nell'archivio. Entrano nel canone opere, persone, eventi destinate a fare parte del ricordo attivo della vita sociale delle generazioni future, mentre nell'archivio – una istituzione dalle tante forme e di lunghissima esistenza nelle culture della scrittura – finisce il materiale su cui si potrà esercitare la curiosità storica. Aleida Assmann ha riportato un caso esemplare, che potrebbe dare materia di riflessione agli italiani in tempi di revisione e derisione di monumenti: la vicenda postuma di uno scrittore svizzero, Wilhelm von Scholz (1874-1969) che aveva goduto vivente di grande fama e ricevuto gli onori pubblici della sua città, Costanza. Dopo la morte, lo attendeva l’oblio “conservativo”, cioè la fase di oscurità provvisoria che passa tra la celebrità del vivente e il balzo nel pantheon dei grandi artisti riservato a pochi. Ma ecco che la scoperta di una sua poesia scritta in omaggio a Hitler ha determinato misure pubbliche formali di “oblio attivo” per relegarne nome e opera nell'oscurità.
Possiamo contare dunque sull'educato e ben regolato funzionamento a regime delle istituzioni culturali per selezionare ciò che vale la pena di ricordare? O non sarà piuttosto la violenza del mutamento sociale periodico a spazzare via ogni volta le tracce del passato? Il pensiero va a come sono finite le reliquie dei sovrani di Francia con lo scoppio della Rivoluzione francese, o alla sorte delle statue di Stalin e di altri dittatori del Novecento, un tempo incontro obbligato in tutte le capitali dell'Europa continentale. E proprio sotto i nostri occhi di contemporanei si sta svolgendo la tumultuosa iconoclastia scatenatasi negli Stati Uniti col movimento del Black Lives Matter che non ha risparmiato nemmeno le statue di Cristoforo Colombo. Non è un caso, tuttavia, che queste considerazioni di tipo antropologico e sociologico quando si concentrano sulla età contemporanea non parlino piú di memoria ma di oblio. “
Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Giulio Einaudi editore (collana Vele); 1ª edizione: 19 gennaio 2021. [Libro elettronico]













