Capitolo Primo, Montallegro
seen from Russia
seen from United States
seen from Austria
seen from Italy
seen from Russia

seen from United States
seen from United Kingdom
seen from United States
seen from China

seen from United States
seen from Germany
seen from Canada

seen from Russia
seen from Germany
seen from Russia
seen from Singapore
seen from United States

seen from Germany
seen from Russia
seen from China
Capitolo Primo, Montallegro
La presentazione di un tizio a caso.
Okay, è giunto il momento.
Questo è un blog Tumblr e, se non sbaglio, nel mio url c'è la parola "diario".
Okay ma, che cazzo di diario è?
Nel senso, io non ho davvero scritto nulla a parte alcune citazioni ad cazzum, giusto per.
Quindi, come non iniziare a scrivere in una serata piovosa, vicino al camino, con i Chelsea Grin sparati a palla nelle orecchie e il cappuccino in mano?(bevo il cappuccino alla sera okay? mi darà sicuramente qualche problema al mio sonno? OVVIO)
Ma davvero ho voglia di scrivere? Io sinceramente non ho voglia, ma tanto non avrei comunque voglia di fare qualsiasi altra cosa quindi tanto vale fare cose a caso.
Forse dovrei presentarmi. Bah, vabbeh, mi chiamo Matteo (c'è pure nella bio ma facciamo finta che la bio in questo momento sia scomparsa o che sia andata a prendersi un caffè perchè molto probabilmente ha gli orari sballati pure lei), ho 14 anni e amo (e ripeto AMO) i BMTH; i PTV e i SWS e, visto che usare le sigle fa molto bimba michia, vi posso assicurare che la mia canzone dei BMTH non è Can You Feel My Heart ma bensì Crucify Me e poi parliamone, i Chelsea Grin non sono così legeri. (la mia playlist Spotify: http://spoti.fi/1LzrymC)
Ma tralasciamo le canzoni se no rimmarei ore a parlarne.
Ho 14 anni e vivo in un paesino della Lombardia. Ho genitori di merda e sono gay.
Ma non sono un gay così normale. Nel senso, non sono tipo madonna-ladygaga-ohtesorocomestaibeneconloshatush-ommioddiovoglioilsuopaccodentroilmioano.
Effettivamente sono attivo. Non che sia una cosa importante sapere se lo prendo o lo metto ma è che mi piace distinugermi dall'ammasso gay effemminato.
Ed effettivamente sono pure nerd, Nel senso, amo giocare ai videogiochi, distruggo computer perchè la ram era troppo poca per farci andare Photoshop e cose così. Non che sia importante ma questa cosa mi rende maschio e ne ho bisogno di sentirmi maschio.
Il mio computer a volte non prende la lettera G pechè è idiota, quindi non fatene un dramma se magari in una qualche parola manca la g.
Faccio un tecnico in indirizzo informatica, Che cosa ci faccia io in un ammasso di bimbi ancora in fase hoappenascopertocheilpenevanellavagina non lo so, ma so che amo chimica e che ho la prof di informatica più figa del mondo.
Okay basta, il cappuccino si sta raffreddando, non sento più il mio piede e ho voglia di farmi una sega. CIA'.
No okay però il cuoricino mettetelo così almeno so che ci siete e che qualcuno le mie cagate le legge qualcuno.
... non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era accaduto qualche cosa di straordinario davvero. - Misericordia! cos'ha, signor padrone? - Niente, niente, - rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone. - Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com'è? Qualche gran caso è avvenuto. - Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire. - Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua salute? Chi le darà un parere?... - Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino. - E lei mi vorrà sostenere che non ha niente! - disse Perpetua, empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare. - Date qui, date qui, - disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina. - Vuol dunque ch'io sia costretta di domandar qua e là cosa sia accaduto al mio padrone? - disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto. - Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va... ne va la vita! - La vita! - La vita. - Lei sa bene che, ogni volta che m'ha detto qualche cosa sinceramente, in confidenza, io non ho mai... - Brava! come quando... Perpetua s'avvide d'aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il tono, - signor padrone, - disse, con voce commossa e da commovere, - io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perché vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l'animo... Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto più d'una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo: - per amor del cielo!
Dal I capitolo de "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni Non ci sono parole per la comicità intrinseca ad un momento tanto tragico per don Abbondio, ma le sue infinite preoccupazioni (egoistiche, a lui solo rivolte) e le curiosità della pettegola Perpetua non possono che far scaturire un ilare sorriso sulle labbra dei lettori, venticinque come dice il Manzoni.
Capitolo Primo: "Uno Strano Popolo"
Dal Metaromanzo, Capitolo Primo: “Uno Strano Popolo”.
Siamo qui, giornalisti e scrittori di questo nostro “Caffé”: il primo giornale-blog volto ad attirare menti colte ed illuminate. Siamo qui, dicevo, a trattare argomenti letterari. Dunque perché non iniziare parlando dell’origine di questo nome per il periodico? É necessaria, ai fini della comprensione, una lunga digressione su come sono andati i fatti.
Dovete sapere che questo giornale in realtà esiste da diversi anni, o per meglio dire secoli. Possiamo collocarne la nascita all’incirca verso la fine del XV sec. d.C. quando, la storia insegna, iniziarono ad opera del genovese Cristofero Colombo le prime traversate sui mari atlantici alla scoperta del Nuovo Mondo. Cosa avvenne dopo non è storia nuova: i conquistadores, le distruzioni, lo sfrenato colonialismo, le lotte intestine con la madrepatria e le Rivoluzioni. Ed è proprio in questo contesto che si colloca la nascita del “Caffé”. Per usare un gergo consono al contesto, i due padri fondatori di questo giornale, infatti, nascono precisamente in questo periodo. Sono due fratelli e nascono nei pressi di una piantagione di caffè, dove erano soliti lavorare gli schiavi neri. Li chiamavano uno Chicco e l’altro Nero, erano due gemelli e, cosa ancora più incredibile, erano nati pressoché contemporaneamente. Abitavano in un villaggio insieme a tutti i loro parenti e amici. Sebbene fossero davvero in molti, nessuno sapeva dare una spiegazione certa sull’origine della loro tribù. Nella mente di ognuno albergava un unico ricordo: un giorno si erano svegliati ed erano subito andati alla ricerca del Sole. Nient’altro che questo: il Sole, il calore. Strana gente quella: il loro genoma prevedeva una crescita molto più lenta rispetto a quella delle altre popolazioni vicine ed erano tutti scuri di carnagione. Questo spesso provocava brutti episodi di razzismo specie tra i più giovani. Conducevano sostanzialmente un’esistenza felice sinché non accadde l’inevitabile: l’uomo bianco sbarcò sulle coste d’America e per il povero clan dei Capheu non ci fu più nulla da fare. I moderni europei come gli altezzosi inglesi e gli affemminati francesi avevano puntato l’attenzione sulla loro stirpe ed ormai erano diventati oggetto di deportazioni continue nel Vecchio Continente.
La loro vita era stata ormai stravolta radicalmente. Un popolo abituato a giocare e rotolarsi, a stare steso sotto il Sole del Sud America per quasi tutta la vita e fare tutte le normali cose che erano proprie dei Capheu era ora costretto a prendere la prima nave dal porto di Boston, sbarcare nella Madrepatria e diventare l’oggetto dei divertimenti mondani della nobiltà. Sì, perché in quel periodo i Capheu sarebbero presto diventati famosi in tutto il mondo. Da una popolazione solitaria e sconosciuta a divenire l’oggetto del desiderio delle classi nobiliari europee. Perché si era diffusa una nuova abitudine. Perché ormai il thé era diventato fuori moda. Perché l’Europa aveva scoperto i chicchi di caffè.
Capitolo primo ( o "Regola numero uno: non esiste la parola Lesbica" )
Primo consiglio: non pronunciare mai la parola “lesbica”. Ti dirò io che cosa significa, quindi non chiederlo alla mamma, perché si arrabbierebbe con te, inizierebbe a pensare di farti passare meno tempo con le amiche e chissà poi cos'altro. Ti spiego io cosa significa la parola “lesbica”, e sappi che dopo che lo avrai saputo dovrai tenerti ben lungi da questa definizione. Promettimelo, Cassie, promettimelo. Croce sul cuore. Lesbica si dice di una ragazza – e solo di una ragazza – quando questa prova attrazione sessuale e sentimentale per delle altre ragazze. Il nome effettivo è omosessuale, termine che però viene impropriamente attribuito unicamente ai maschi ( perché sì, ne esiste una versione maschile, il così detto gay, un ragazzo od uomo che prova attrazione sessuale e sentimentale nei confronti di un altro individuo del medesimo sesso ). Mamma e papà odiano queste parole. Non le comprendono. Per loro l'omosessualità è tutto fuorché una cosa normale. E' un abominio, è una malattia, una perversione, un disagio. E vorrei che questo lo pensassi anche tu, per favore. Fallo per te. Pensalo intensamente. E convincitene. La prima donna di cui mi innamorai fu Ginevra, avevo sedici anni. Non che prima non abbia notato i segni che mi mandavo da sola, non che non abbia mai avuto anche solo leggerissime cotte per delle altre, no, io ho provato tutto questo sin da quando ho scoperto il significato della parola, ed avevo non più di tredici anni. Ma non dilaghiamo. Dicevo di Ginevra. Era mia coetanea, abitava nell'appartamento di fianco al nostro, ed era così bella da mozzare il fiato al primo sguardo. Ah, la amavo, la amavo davvero, amavo i suoi capelli lisci e biondi, amavo i suoi occhi scuri e la curva che prendevano le labbra quando sorrideva; amavo la piega dei suoi occhi, l'inarcarsi delle sopracciglia quando era perplessa, la sua risata e la sua celata maturità; amavo le sue mani, i suoi piedi, le sue braccia, le gambe, la schiena, il petto, la pancia, il suo collo, il suo viso; amavo il suo fegato, il pancreas, lo stomaco e l'intestino, amavo le sue ossa ed il cervello, l'intreccio delle arterie e delle vene, amavo i capillari, i pori della sua pelle; il modo in cui si concentrava, il modo in cui prendeva tutto seriamente quando era l'ora di farlo, il modo in cui scherzava ed il modo in cui si relazionava alla gente senza farmi ingelosire più del necessario; ma più di ogni altra cosa, amavo il suo cuore, che sapevo quanto fosse bello e forte, e batteva con decisione, e lo faceva per me. Eravamo amiche da sempre, da quando avevamo sei anni almeno, e così, dopo tutto quel tempo, decisi di dirglielo, che l'amavo. Che di lei amavo tutto. La portai al parco e fra un gelato ed una caramella glielo confessai. « Credo di essermi innamorata di te », le dissi. E ricordo ancora che lei mi sorrise, e mi disse: « finalmente. » Poi mi baciò. E ricordo ancora che le sue labbra morbide sulle mie sapevano di ruggine. Ruggine e peccato, e quel retrogusto dolce dell'amore mescolato al sapore dello sbaglio, e la paura nel sapere che un respiro di troppo avrebbe potuto rovinare tutto, e la consapevolezza che non la stavo toccando, in quel momento, e che avrebbe potuto correre via urlando, e così le presi la mano. Le presi la mano, e mi sembrò la cosa più giusta che potessi fare, davvero, la più giusta. Così come poi non riuscii a chiudere gli occhi, perché la visione del suo viso rasserenato ed in pace col mondo era la cosa più bella che potessi vedere. Però poi mi chiuse gli occhi con una carezza della mano libera, ma posso giurare che anche il nero che ne seguì sapeva di lei. Sapeva della sua immagine, che avevo impressa nelle palpebre a fuoco: come se potessi scattarle una fotografia e stamparla sui miei occhi. Rimanemmo a baciarci per lunghissimo tempo, le labbra incollate e nessuna delle due che si azzardasse ad approfondire quello stesso contatto, no, niente del genere, era solo un bacio sottile ed armonioso, e finiva lì. Le ore passavano sulla nostra pelle come aria, e a noi non importava, perché nella nostra sfera di dolce intimità non c'era nessun altro se non noi. Ed era bellissimo, Cassie, era bellissimo davvero. Con Ginevra durò tre anni. Fu la mia prima storia seria, ma soprattutto è stata la più lunga. Forse perché non c'erano cassetti chiusi del mio essere che lei non avesse aperto, armadi pieni di scheletri che lei non avesse ripulito e viceversa, forse non c'era una sola nervatura del mio cervello e del mio cuore che lei non avesse sistemato a dovere, non un angolo del mio cuore pieno di nomi nel quale lei non avesse inciso a fuoco il proprio. C'era lei, ed era dappertutto – negli occhi, nelle labbra, sulle dita, nello stomaco e nel ventre. Con Ginevra fu il periodo più felice della mia vita. Davvero. Ricordo che quando mamma andava a fare la spesa le chiedevo di venire a casa mia, e passavamo le ore facendo l'amore. Ci toccavamo tutte le volte come fosse la prima e come se fosse l'ultima, con quel modo di venerarci ed innalzarci che si traduceva in un guizzare armonico delle dita dell'una sulla pelle dell'altra. Ci toccavamo come con la paura di romperci o di lasciarci dei graffi, ci toccavamo con silenzioso e muto amore riversato in orgasmi accompagnati dai « ti amo » detti a bassa voce. Con quel nostro baciarci che sembrava ci scottassero le labbra: tocchi leggeri e spaventati, fugaci e rapidi sfiorarci e poi ridere, rotolare fra le coperte neanche fossero una seconda pelle. Ci piaceva rivestirci d'amore, coprirci di complicità e nasconderci agli occhi degli altri, non per paura di essere giudicate, quello mai, ma le cose che si fanno di nascosto sono eccitanti ed elettrizzanti. Come quando d'estate nuotavamo fino alla fine del mare per allontanarci dai occhi indiscreti e scivolare sott'acqua, per baciarci e giocare come bambine, con il terrore di essere scoperte che ci bruciava le arterie ed infuocava i cuori. E' che sapevamo, Cassie, che non sarebbe finita. Io e Ginevra sapevamo che sarebbe sempre stato così: bello e duraturo, fino alla fine dei nostri giorni, perché niente poteva scalfire la sfera di noi che ci eravamo create, no, ed eravamo sicure che sarebbe stato eterno. Ed eterno è stato, perché nessuna donna dopo di lei ha saputo cancellare il suo sapore dalle mie labbra, la sensazione della sua pelle sulla mia, nessuna voce mai ha saputo darmi i brividi come la sua, nessun paio di braccia è riuscito a farmi sentire più al sicuro, nessun bacio è stato meno dovuto e più spontaneo. Mi piace parlarti di Ginevra, perché se mai tu dovessi innamorarti di un ragazzo, mi piacerebbe che fosse la stessa cosa. Un amore di quelli che sai saranno per sempre. Però spero per questo futuro ragazzo e per te che vi andrà meglio di come è andata a noi due. Perché se è finita non è che è stato perché abbiamo smesso di amarci. No, l'avrai capito, non ho mai smesso e probabilmente è con Ginevra nel cuore che me ne andrò. E' qualcosa di più forte di noi ad averci separate, e l'ha fatto per sempre. E' una cosa brutta da dire e da ricordare, poiché ricordo la sua mano fredda fra le mie in maniera indelebile. E' che si chiama incidente stradale. E' bastato un autobus a stroncare una vita bellissima ed una relazione senza pari. Lo stesso autobus che prendevamo mille volte per fuggire insieme verso qualsiasi luogo non fosse scuola o la nostra casa, o i nostri problemi esistenziali, o i caos interiori di cui dovevamo liberarci insieme. Però questo non lo voglio ricordare. E non voglio che tu sappia oltre. Non voglio darti l'immagine dello sgretolarsi della cosa più bella della mia vita, non voglio, è un ricordo mio. E' l'unica cosa che non voglio condividere né con te, né con nessun altro. Non per cattiveria, non per egoismo, non per qualche sorta di psicologia contorta che mi articola il cervello, no: unicamente perché quel ricordo mi fa più male che avere amputato un braccio o una gamba. L'assenza di Ginevra nella mia vita è stata appunto questo: la perdita di un braccio, di una gamba, di un occhio, una metà intera del mio corpo se n'è andata via con lei e non è più tornata. Ed insieme a quella metà, se n'è andato anche il cuore, per intero: mi è stato strappato con forza dal petto, ed è stato maltrattato e calpestato e frantumato in terra. Povero cuore. Che se lui si spezza lo fa per sempre, e non c'è filo che possa ricucirlo.