Capitolo primo ( o "Regola numero uno: non esiste la parola Lesbica" )
Primo consiglio: non pronunciare mai la parola “lesbica”. Ti dirò io che cosa significa, quindi non chiederlo alla mamma, perché si arrabbierebbe con te, inizierebbe a pensare di farti passare meno tempo con le amiche e chissà poi cos'altro. Ti spiego io cosa significa la parola “lesbica”, e sappi che dopo che lo avrai saputo dovrai tenerti ben lungi da questa definizione. Promettimelo, Cassie, promettimelo. Croce sul cuore. Lesbica si dice di una ragazza – e solo di una ragazza – quando questa prova attrazione sessuale e sentimentale per delle altre ragazze. Il nome effettivo è omosessuale, termine che però viene impropriamente attribuito unicamente ai maschi ( perché sì, ne esiste una versione maschile, il così detto gay, un ragazzo od uomo che prova attrazione sessuale e sentimentale nei confronti di un altro individuo del medesimo sesso ). Mamma e papà odiano queste parole. Non le comprendono. Per loro l'omosessualità è tutto fuorché una cosa normale. E' un abominio, è una malattia, una perversione, un disagio. E vorrei che questo lo pensassi anche tu, per favore. Fallo per te. Pensalo intensamente. E convincitene. La prima donna di cui mi innamorai fu Ginevra, avevo sedici anni. Non che prima non abbia notato i segni che mi mandavo da sola, non che non abbia mai avuto anche solo leggerissime cotte per delle altre, no, io ho provato tutto questo sin da quando ho scoperto il significato della parola, ed avevo non più di tredici anni. Ma non dilaghiamo. Dicevo di Ginevra. Era mia coetanea, abitava nell'appartamento di fianco al nostro, ed era così bella da mozzare il fiato al primo sguardo. Ah, la amavo, la amavo davvero, amavo i suoi capelli lisci e biondi, amavo i suoi occhi scuri e la curva che prendevano le labbra quando sorrideva; amavo la piega dei suoi occhi, l'inarcarsi delle sopracciglia quando era perplessa, la sua risata e la sua celata maturità; amavo le sue mani, i suoi piedi, le sue braccia, le gambe, la schiena, il petto, la pancia, il suo collo, il suo viso; amavo il suo fegato, il pancreas, lo stomaco e l'intestino, amavo le sue ossa ed il cervello, l'intreccio delle arterie e delle vene, amavo i capillari, i pori della sua pelle; il modo in cui si concentrava, il modo in cui prendeva tutto seriamente quando era l'ora di farlo, il modo in cui scherzava ed il modo in cui si relazionava alla gente senza farmi ingelosire più del necessario; ma più di ogni altra cosa, amavo il suo cuore, che sapevo quanto fosse bello e forte, e batteva con decisione, e lo faceva per me. Eravamo amiche da sempre, da quando avevamo sei anni almeno, e così, dopo tutto quel tempo, decisi di dirglielo, che l'amavo. Che di lei amavo tutto. La portai al parco e fra un gelato ed una caramella glielo confessai. « Credo di essermi innamorata di te », le dissi. E ricordo ancora che lei mi sorrise, e mi disse: « finalmente. » Poi mi baciò. E ricordo ancora che le sue labbra morbide sulle mie sapevano di ruggine. Ruggine e peccato, e quel retrogusto dolce dell'amore mescolato al sapore dello sbaglio, e la paura nel sapere che un respiro di troppo avrebbe potuto rovinare tutto, e la consapevolezza che non la stavo toccando, in quel momento, e che avrebbe potuto correre via urlando, e così le presi la mano. Le presi la mano, e mi sembrò la cosa più giusta che potessi fare, davvero, la più giusta. Così come poi non riuscii a chiudere gli occhi, perché la visione del suo viso rasserenato ed in pace col mondo era la cosa più bella che potessi vedere. Però poi mi chiuse gli occhi con una carezza della mano libera, ma posso giurare che anche il nero che ne seguì sapeva di lei. Sapeva della sua immagine, che avevo impressa nelle palpebre a fuoco: come se potessi scattarle una fotografia e stamparla sui miei occhi. Rimanemmo a baciarci per lunghissimo tempo, le labbra incollate e nessuna delle due che si azzardasse ad approfondire quello stesso contatto, no, niente del genere, era solo un bacio sottile ed armonioso, e finiva lì. Le ore passavano sulla nostra pelle come aria, e a noi non importava, perché nella nostra sfera di dolce intimità non c'era nessun altro se non noi. Ed era bellissimo, Cassie, era bellissimo davvero. Con Ginevra durò tre anni. Fu la mia prima storia seria, ma soprattutto è stata la più lunga. Forse perché non c'erano cassetti chiusi del mio essere che lei non avesse aperto, armadi pieni di scheletri che lei non avesse ripulito e viceversa, forse non c'era una sola nervatura del mio cervello e del mio cuore che lei non avesse sistemato a dovere, non un angolo del mio cuore pieno di nomi nel quale lei non avesse inciso a fuoco il proprio. C'era lei, ed era dappertutto – negli occhi, nelle labbra, sulle dita, nello stomaco e nel ventre. Con Ginevra fu il periodo più felice della mia vita. Davvero. Ricordo che quando mamma andava a fare la spesa le chiedevo di venire a casa mia, e passavamo le ore facendo l'amore. Ci toccavamo tutte le volte come fosse la prima e come se fosse l'ultima, con quel modo di venerarci ed innalzarci che si traduceva in un guizzare armonico delle dita dell'una sulla pelle dell'altra. Ci toccavamo come con la paura di romperci o di lasciarci dei graffi, ci toccavamo con silenzioso e muto amore riversato in orgasmi accompagnati dai « ti amo » detti a bassa voce. Con quel nostro baciarci che sembrava ci scottassero le labbra: tocchi leggeri e spaventati, fugaci e rapidi sfiorarci e poi ridere, rotolare fra le coperte neanche fossero una seconda pelle. Ci piaceva rivestirci d'amore, coprirci di complicità e nasconderci agli occhi degli altri, non per paura di essere giudicate, quello mai, ma le cose che si fanno di nascosto sono eccitanti ed elettrizzanti. Come quando d'estate nuotavamo fino alla fine del mare per allontanarci dai occhi indiscreti e scivolare sott'acqua, per baciarci e giocare come bambine, con il terrore di essere scoperte che ci bruciava le arterie ed infuocava i cuori. E' che sapevamo, Cassie, che non sarebbe finita. Io e Ginevra sapevamo che sarebbe sempre stato così: bello e duraturo, fino alla fine dei nostri giorni, perché niente poteva scalfire la sfera di noi che ci eravamo create, no, ed eravamo sicure che sarebbe stato eterno. Ed eterno è stato, perché nessuna donna dopo di lei ha saputo cancellare il suo sapore dalle mie labbra, la sensazione della sua pelle sulla mia, nessuna voce mai ha saputo darmi i brividi come la sua, nessun paio di braccia è riuscito a farmi sentire più al sicuro, nessun bacio è stato meno dovuto e più spontaneo. Mi piace parlarti di Ginevra, perché se mai tu dovessi innamorarti di un ragazzo, mi piacerebbe che fosse la stessa cosa. Un amore di quelli che sai saranno per sempre. Però spero per questo futuro ragazzo e per te che vi andrà meglio di come è andata a noi due. Perché se è finita non è che è stato perché abbiamo smesso di amarci. No, l'avrai capito, non ho mai smesso e probabilmente è con Ginevra nel cuore che me ne andrò. E' qualcosa di più forte di noi ad averci separate, e l'ha fatto per sempre. E' una cosa brutta da dire e da ricordare, poiché ricordo la sua mano fredda fra le mie in maniera indelebile. E' che si chiama incidente stradale. E' bastato un autobus a stroncare una vita bellissima ed una relazione senza pari. Lo stesso autobus che prendevamo mille volte per fuggire insieme verso qualsiasi luogo non fosse scuola o la nostra casa, o i nostri problemi esistenziali, o i caos interiori di cui dovevamo liberarci insieme. Però questo non lo voglio ricordare. E non voglio che tu sappia oltre. Non voglio darti l'immagine dello sgretolarsi della cosa più bella della mia vita, non voglio, è un ricordo mio. E' l'unica cosa che non voglio condividere né con te, né con nessun altro. Non per cattiveria, non per egoismo, non per qualche sorta di psicologia contorta che mi articola il cervello, no: unicamente perché quel ricordo mi fa più male che avere amputato un braccio o una gamba. L'assenza di Ginevra nella mia vita è stata appunto questo: la perdita di un braccio, di una gamba, di un occhio, una metà intera del mio corpo se n'è andata via con lei e non è più tornata. Ed insieme a quella metà, se n'è andato anche il cuore, per intero: mi è stato strappato con forza dal petto, ed è stato maltrattato e calpestato e frantumato in terra. Povero cuore. Che se lui si spezza lo fa per sempre, e non c'è filo che possa ricucirlo.













