dopodomani smetto.
Mentre scrivo gira la notizia che, alle cinque date annunciate, il Fabrique di Milano ospiterà per altre due notti J-Ax e i redivivi Articolo 31. In poche parole, circa 2O mila persone avrebbero già deciso di pagare un obolo non leggero (45€ sui canali ufficiali) per festeggiare i 25 anni di carriera dell’ex di Fedez. “Non voglio prendere per il culo nessuno“, aveva messo le mani avanti J-Ax nel solito slang da finto trasgressivo e finto giovane - inconsciamente ammettendo che da solista col cavolo sarebbe riuscito a riempire San Siro. Poi il colpo di genio: dopo la pietra tombale (”E’ la fine per gli Articolo 31, non c'è possibilità di riunirci”), riciccia gli Articolo 31 come mia madre i broccoli. Promesse di rapper. Fiumi di parole, olio bollente che per anni si erano versati addosso Alessandro Aleotti da Milano col fu Vito Perrini da Bollate, reciproche accuse di verginità perdute, di astuzie di bassa lega, di carriere mandate in vacca per la grana e basta, senza sottrarsi a meschinità personali di stampo piccolo borghese.
Eppure.
Sbagliavano entrambi. Perché, a essere un po’ onesti, di purezza negli Articolo ce n'era poca fino dall'inizio, in quei primi Anni 9O quando il rap, perfino quello “spaghetti”, poteva sembrare una faccenda con qualche velleità contenutistica, nell’Italia ancora ebbra di Lambade. Non l'epica stradaiola degli Stati Uniti, d'accordo, ma insomma quella periferica senza i romanticismi delle Pausini, del disagio senza le derive dei Ramazzotti, di motivi per fare e supportare l’embrionale hip-hop culture volendo non ne mancavano neppure qui, nella provincia dell'impero. Non per loro però. Non per gli Articolo che da subito ne fecero un pretesto, un trampolino per “fare soldi per fare soldi per fare soldi”: nome farlocco (non esiste nessun Articolo 31 in Irlanda che parli di libertà d’espressione), spigoli smussati e filastrocche che potevano suonare figliocce del gioco sui piatti del giradischi, del freestyle, l'improvvisazione dei versi, per una platea già meno hip e sempre più pop adolescenziale - allora non esisteva l'etimo “bimbiminchia”. Hip-pop dove il gioco della battuta sconcia, “Dai tocca qui”, del citazionismo rétro spicciolo, “Oh mamma mi ci vuol la fidanzata”, era losco perché non serviva a nobilitare composizioni originali ma a riempirle di esche per fare abboccare quanti più pesci possibili. Così, in un parallelismo ittico, laddove in America si usava la tecnica col vivo, dove l’esca adoperata è una sola ma viva e di qualità, per far avvicinare un numero limitato di pesci ma di razza; gli Articolo usavano la tecnica del palamito: con esche di ogni risma fatte con pesci vivi e morti, molluschi e perfino vermi e crostacei. Così, negli stessi anni, se dall’altra parte dell'Oceano si campionavano brani di scuola Motown Records o di jazzisti minori come Jimmy McGriff o Freddie Hubbard, gli Articolo buttavano sul piatto uno swingetto noto alle mamme e piacevole per le figlie e il gioco era fatto. “Massimo risultato col minimo sforzo”, si diceva allora. (Fino a climax come quello della “Maria”, innocuo inno pro-canne per ragazzetti benestanti che faceva ridere/piangere tutti gli altri che erano appena usciti dai cult eroinomani di Carboni, Masini, Alice, e in cui poteva cascar giusto qualche pretino di quartiere che, ritenendola pericolosa, si metteva a polemizzare con i due che non cercavano altro. Seguito a ruota dal mantra di “Domani Smetto”, ennesimo crogiolo di luoghi comuni per pseudo-ribelli e dichiarazione d’intenti in salsa pop-punk come da cliché del tempo (a.D. 2OO2: annus orribili in cui sdoganammo Sum 41, Avrile Lavigne, Good Charlotte, etc.) che adombrò solo gli ultimi quattro che dagli Articolo 31 si aspettavano chissà quale botta di reni. Intramezzati da “Senza Filtro”, film che li vedeva come protagonisti e non si vergognava d’essere brutto purché bastevole per intortare orde di under 18.) Nonostante ciò, il successo arriva, in forma di Festivalbar e tv pressappochista, dove i due baldi giovani si presentavano al meglio delle loro possibilità: J-Ax di una goffagine imbarazzante in completi due volte più grandi di lui e nemmeno un etto dello stile di uno Shakur, bastoni da passeggio tenuti con l’eleganza di Gargamella e bandane per camuffare la calvizie imminente; Dj Jad di spalla, a scratchare in playback e fare breakdance come chiunque dopo una birra di troppo. Su tutto: i giochi di parole scontati, le rime da SMS, quella spocchia da lingua di fuori, quel bullismo idiota da schiaffo del soldato, da finti-uomini che indisponeva anche un dinosauro come Celentano che li definì “ragazzini che rompono i coglioni col rap”. Lui che il rap se l’era inventato ancora prima di sapere si chiamasse così, nel 1973 e senza rompere i coglioni a nessuno. Altra manna dal cielo! Altro buzz, altre ospitate in programmi da Non è la Rai in su, dove si presentano già pronti alla ballata adolescenziale. E così finiscono per essere sempre più ospiti, personaggi televisivi a tutto tondo che rapper, fino a rendersi conto che non c'è più acqua nel loro mare. Difatti si mollano.
DJ Jad rientra nel suo brodo primordiale, ogni tanto azzarda qualcosa ma non decolla manco per finta; Ax, più scaltro, avvia una carriera di giudice ai talent, prima come ospite poi da titolare, fa l’opinionista (pure politico), la stellina pop fuori tempo massimo (qualcuno prima o poi scriverà qualcosa sulla supposta bellezza di Alessandro e io correrò a leggerla perché non sono mai riuscito a spiegarmela) e ritrova una seconda, lucrosa giovinezza prima da solo e poi di fianco al giovane-sul-serio Fedez, quasi un emulo. Si sbiadisce così del tutto qualsiasi illusione underground coi due che in perfetta sincronia con il tempo macinano affermazioni sempre più annacquate, un po’ filosofi un po’ immaturi, senza neppure darsi la pena di nascondere la contraddizione. Il botto arriva a San Siro, la scorsa estate: l'apoteosi di una pianificazione riuscita benissimo. Ma quello è il canto del cigno, già annunciato. "Italiana" non bissa "Vorrei Ma Non Posto" (in termini commerciali mainstream è un vero e proprio flop, con meno della metà delle copie downlodate) e le carriere dei rapper diversamente ribelli, quelli che appena possono si riproducono e si fanno l'attico coi giardini pensili, dura finché c'è da difendere il fatturato rap in crescita se no si ferma. Allora cosa di meglio che rispolverare la vecchia ragione sociale con la scusa di un qualche anniversario a caso? “Non voglio prendere per il culo nessuno”. Sarà.
Le date sono scritte in agenda: cinque per tastare il terreno, al quale pare se ne stiano aggiungendo altre a testimonianza che lo stratagemma ha funzionato. Pienone assicurato, canteranno pure “Voglio una Lurida” facendo finta che ci sia mancata sul serio. Così ci sarà qualcun altro che finirà per credere alla favoletta che l'hip hop in Italia sia nato con J-Ax e DJ Jad. Peccato che sia un falso come le treccine che si attaccava alla pelata Ax tormentato da irrisolte turbe tricologiche. E non si tratta di fare i duri e puri, si tratta di sapere la storia. Gli Articolo 31 (sup)portavano un rap (già) edulcorato e monetizzato da Claudio Cecchetto via-Jovanotti (lo strobazzatissimo ”Strada di Città” fu prodotto da Franco Godi, un creatore di jingle pubblicitari). Ma questo non vuol dire che non c'erano stati tentativi di rap che partiva e sperimentava dalle basi (e dai centri sociali, non dai microfoni di Radio Dee Jay). 1985: Fresh Press Crew. 1986: Raptus. 1988: Devastatin Posse. Ma a parte nomi e date, c'è un dato di fatto ineluttabile e che andrebbe detto senza vergogna da chi di dovere: quando uscirono, si era tutti d'accordo che fossero “Merda”. Quasi subito estromessi dal giro dei puristi, in fama di arrivisti, i due era dato per certo che recitassero e i loro pezzi erano fonte d'imbarazzo per chi seguiva la scena, non solo per gli amanti di altri generi. Erano, senza se e senza ma, l’equivalente pantomima di Steve Rogers che scimmiottava il sound alla Vasco con “Alzati la Gonna”. Non gli davi quattro lire, ai 31, e la gente che li ascoltava era la stessa che ascoltava gli 883. Gli altri, né i primi né i secondi, si asoltavano “Straniero Nella Mia Nazione” dei Sangue Misto o “Terra di Nessuno” degli Assati Frontali o “Rappesaglia” in cassetta di Lou X. Ora, come siamo arrivati a dovergli pure dire grazie, è la dimostrazione che J-Ax è riuscito a prenderci per il culo tutti.
















