Ojalá te arrepientas toda tu vida
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Ojalá te arrepientas toda tu vida
non riesco a fare del male a chi mi ha ferito, però smetto di fare del bene a chi non lo merita
si capisce quando non c'è reciprocità, non c'è la stessa intensità di amore, di bene, di voglia di stare insieme.
si capisce.
z,
Scusate ma se Rocks non sapeva niente di Nika quali MINCHIA erano i due frutti di cui parlava
Un coltello piantato a tradimento nel petto.
Non una lama qualunque, ma una che conosceva esattamente dove affondare, che scavava con precisione chirurgica divorando la carne, facendosi strada tra le ossa in una ricerca spietata di ciò che ancora mi teneva viva.
E lo ha trovato.
Il mio cuore.
Tremante, febbrile, fragile e ostinato.
Ancora batteva, nonostante tutto.
La lama lo ha trapassato.
E lì, con sadica lentezza, si è rigirata.
Dentro.
Fuori.
Dentro di nuovo.
Ogni movimento era uno squarcio che bruciava, un dolore che scorticava i nervi fino a farli urlare.
Un andare e venire che non lascia scampo, una tortura lenta, inflessibile, senza tregua. Ad ogni colpo non era più sangue: era fuoco che colava solo per farsi ghiaccio un istante dopo.
Quel dolore non è solo carne: è anima che si strappa, spirito che si graffia, pelle che brucia mentre i muscoli vengono dilaniati da artigli invisibili.
Non resta che subire, restare lì, inerme, a farmi smembrare da dentro.
La carne non resiste: si strappa come stoffa logora, lasciando le ossa esposte a un vento tagliente che non esiste.
Le vene si contorcono come corde tese pronte a spezzarsi, e ogni battito è un colpo di martello che mi frantuma dall’interno.
Non c’ è respiro che non sia una pugnalata.
Non c’è movimento che non sia un dilaniarsi.
Il dolore non resta fermo: striscia, sale, mi apre in due.
Non si ferma.
Si rinnova, si moltiplica, come un veleno che scorre nelle vene e trova sempre nuove strade per devastarmi.
Mi morde lo stomaco, mi risale alla gola, fino a stringerla come un cappio.
Ogni fibra urla, ogni cellula si contorce.
Mi sento squartata da mani invisibili, artiglio dopo artiglio, pezzo dopo pezzo.
Il petto brucia, lo stomaco si torce, le gambe tremano come se volessero staccarsi dal resto del corpo.
Non é più sofferenza, è annientamento.
Ogni secondo un’invasione, ogni battito un colpo di scure che mi frantuma le ossa, che mi lascia marcire viva.
È un dolore che non conosce fine, che non concede tregua, che si ripete e si rigenera, più feroce di prima, come se godesse nel distruggere lentamente, metodicamente, tutto ciò che resta di me.
Le viscere si stringono, gli organi sembrano implodere.
La pelle non mi appartiene più: è un involucro slabbrato, un sacco che sanguina e si lacera a ogni respiro.
Non so dove finisca il cuore e dove inizi la ferita, non so più distinguere la mia carne dal dolore.
Io sono dolore.
Io sono la ferita.
E più mi divora, più mi svuota.
Eppure non muoio.
Non muoio mai.
Questa è la vera condanna: restare viva quando ogni cosa dentro è già distrutta. Continuare a respirare anche se ogni respiro è una lama che mi trapassa.
Il dolore non mi spegne: mi consuma. Mi rosicchia come un animale famelico, lasciandomi solo brandelli.
Resto qui, condannata a sentire ogni taglio, ogni strappo, ogni goccia che cola da me.
Sono carne fatta a pezzi, e respiro ancora.
Poi… qualcosa cambia.
Non perché il tormento si plachi, ma perché si svuota di senso. La sofferenza diventa così immensa da travolgere ogni confine, così totale da annullarsi.
Non sento più la lama, non sento più il fuoco, non sento più il gelo. È come se il dolore avesse vinto davvero: non c’è più nulla da spezzare, nulla da graffiare, nulla da torturare.
Ha divorato tutto.
Ed eccomi qui: vuota.
Un guscio.
Un’eco.
Freddo. È freddo ora quello che sento.
Non un freddo qualunque, ma quello che annuncia la morte.
Quello che arriva in piena estate, quando l’aria dovrebbe bruciare, e invece ti trovi nudo davanti a un vento gelido che si insinua nelle ossa e congela il sangue.
Un freddo che non accarezza: morde, taglia, squarcia.
Ogni respiro è ghiaccio, ogni movimento è dolore.
Dolore e freddo.
Freddo e dolore.
Un vortice che mi travolge.
Io sono dolore.
Io sono freddo.
E poi… nulla.
Io sono nulla.
Io sono il nulla.
Un vuoto improvviso, come se tutto fosse stato risucchiato via da un abisso invisibile.
Non più gelo.
Non più fiamme.
Non più tormento.
Solo il silenzio.
Io sono nulla.
Io sono il nulla.
Non sento.
Non penso.
Non vivo.
Non muoio.
È questo che succede quando il dolore raggiunge il suo culmine?
Ti spegne?
Ti svuota di ogni cosa, fino a lasciare solo una carcassa che respira meccanicamente?
O forse ha già ucciso ciò che ero: l’anima, lo spirito, il cuore.
Tutto bruciato, tutto dissolto.
Resta solo cenere.
Non c’è più sofferenza.
È una calma atroce, straniera, come un deserto che non conosce vento.
Occhi spenti, vacui.
Parole cave, tacite.
Emozioni ridotte a ombre.
Guardo il mondo che scorre oltre il velo che mi separa da esso. Loro vivono, io no.
Io vedo, ma non sono vista.
Tutto è grigio.
Non esistono più i colori, né il calore, né il buio, né la luce.
Non c’è aria, non c’è acqua, eppure affogo.
Non c’è peso, eppure sprofondo.
Non c’è nulla… e io sto annegando nel nulla.
Non c’è più lacrima, perché anche le lacrime sono morte con me.
Io sono l’assenza.
Io sono il vuoto.
Io sono il nulla.
Lui, quel maledetto calore nel petto che un tempo mi aveva acceso, è stato la lama, il carnefice, la mano che ha scavato dentro di me fino a ridurmi cenere.
Credevo fosse vita, ed era veleno.
Credevo fosse rifugio, ed era condanna. L’amore mi ha strappata pezzo dopo pezzo, fino a lasciarmi senza corpo, senza anima, senza voce.
Era una lama che ha imparato a battere come un cuore.
E io, illusa, ho creduto fosse vita.
Per la prima volta in eoni ho pubblicato un post su feisbuk (in un gruppo perché devo dare via alcuni mobili) e devo dire che quel posto è diventato molto peggio di quanto mi aspettassi
La verdad nosotros nos queríamos, deseábamos tanto tener una vida juntos, queríamos ser de esas parejas que cumplen todos sus sueños y llegan hasta viejitos juntos, deseábamos tener nuestra felicidad, pero no era nuestro momento. El maldito destino se encargó de separar no solo a dos personas que se amaban, separó a un amor puro, separó a dos amantes que eran infinitos cuando se unían, quebró las almas de dos personas que querían permanecer unidas, destrozo un par de corazones inocentes que solo soñaban con ser felices.
Mia sorella ha parlato delle mie vecchie amiche a cena e ora sto per piangere