Probabilmente è la cosa più bella che esista. Due persone che si trovano nello stesso punto del mondo, nello stesso istante. Due mani che si cercano e, miracolo dei miracoli, si stringono davvero.
Non amare ma essere amati…
quello è un altro tipo di potere. Ti guardano come se fossi luce. Come se bastasse esistere per valere qualcosa. È una posizione comoda. Morbida. Una specie di trono costruito con il cuore di qualcun altro.
Amare e non essere amati…
quello invece è dolore. Un dolore stupido, umiliante. Un dolore che ti piega lo stomaco e ti fa chiedere cosa hai fatto di sbagliato anche quando non hai fatto niente.
Ma amare qualcuno… e restare comunque.
Restare mentre sai che dall’altra parte non arriva nulla.
Restare mentre continui a rammendare la vita di chi ti lascia in mano solo macerie.
Restare mentre continui ad aggiustargli l anima con le mani che tremano perché la tua, intanto, sta crollando.
Quello non è dolore.
È demolizione.
È un lento suicidio.
È offrirgli pezzi di te come se fossero legna da ardere.
E lui… Li prende tutti.
Il tuo tempo.
La tua cura.
La tua presenza.
La tua lealtà.
E non si accorge neanche che ogni pezzo che gli dai è qualcosa che non riavrai mai più.
È stare lì, giorno dopo giorno, a raccogliere i pezzi della sua esistenza mentre la tua si sfalda sotto i piedi.
È essere l’ingranaggio silenzioso che tiene in piedi la sua vita.
La voce che lo calma.
La mano che sistema.
La presenza che aggiusta.
E intanto dentro senti qualcosa che cede.
Mi sento così.
Annientata.
Come se stessi morendo a piccoli morsi.
Non un colpo secco.
Non una tragedia veloce.
Una lenta erosione.
Come se il mio corpo stesse lentamente sbriciolandosi tra le mie stesse dita.
Granelli che cadono uno dopo l’altro e io non riesco a fermarli.
Li guardo cadere.
Li guardo sparire.
Perché non solo non mi ami.
Tu non mi vedi.
Ogni volta che mi chiami quando hai bisogno.
Ogni volta che corro.
Ogni volta che mi illudo che, forse, stavolta mi vedrai.
E invece no.
Non mi ami. Non lo farai mai.
Ma la cosa peggiore non è questa.
La cosa peggiore è che per te io non esisto davvero.
Sono la persona che chiami quando il mondo ti crolla addosso.
Quando hai bisogno di qualcuno che raccolga i cocci.
Quando hai bisogno di qualcuno che rimetta a posto la tua luce.
Io sono quella che regola il sole per te.
Lo sposto quel tanto che basta perché ti illumini ma non ti accechi.
Io ti proteggo perfino dalla tua stessa ombra.
E mentre tu vivi,
io mi consumo.
Brucio.
Non una fiamma bella.
Non una luce.
Un incendio lento.
Di quelli che non fanno rumore mentre divorano tutto.
E quando finirà di bruciare…
non resterà niente.
Solo cenere.
E il posto vuoto dove una volta c’ero io.
E tu forse ti guarderai intorno con quella vaga sensazione che qualcosa non funzioni più come prima.
Come una stanza che improvvisamente è più fredda.
Ma non saprai perché.
Perché la verità è questa:
Io mi sto spegnendo proprio accanto a te.
E tu non te ne accorgi nemmeno.
STAY: senza fare rumore : Pavesi, Erika: Amazon.it: Libri
Oggi hai bisogno di me oppure posso sparire senza fare rumore?
Non lo so mai.
Io non lo so mai.
Ci sono giorni in cui mi apri la porta e altri in cui resto fuori, con la mano ancora sospesa a bussare.
Oggi mi hai voluta.
Oggi ti sei lasciato vedere fragile, scoperto, nudo nei tuoi silenzi.
Ti sei permesso di essere te stesso davanti ai miei occhi.
E io ho pensato che fosse un privilegio.
Come se l’intimità fosse una concessione, non un diritto.
Mi hai voluta accanto.
Solo me.
Agli altri hai parlato di me, ma non li hai voluti.
Io sì.
Io sempre.
E in quel momento ho creduto di essere indispensabile.
Che senza di me saresti crollato.
Che io fossi il punto fermo, il cerotto, la tregua.
Ho scambiato il tuo bisogno per importanza.
Errore imperdonabile.
Io ti perdono.
Sempre.
Ti perdono quando mi ferisci senza nemmeno guardarmi.
Quando prendi tutto quello che do e lo chiami normalità.
Quando torni solo perché sai che io ci sono.
Corro da te appena mi cerchi.
Non importa quanto mi sia promessa di non farlo.
Ti sto accanto quando hai bisogno, ma tu non stai mai accanto a me quando io smetto di essere utile.
Mi sono presa cura di te.
Ti ho dato attenzione, premura, amore.
Un amore silenzioso, invisibile, non dichiarato.
Quello che non pesa, non chiede, non disturba.
Quello che non conta.
Con te è sempre un gioco pericoloso.
Un equilibrio malato.
Sono un funambolo su un filo a ottocento metri dal suolo, senza rete, senza applausi, con il terrore costante di sbagliare un passo e diventare improvvisamente di troppo.
Con la paura che il filo di spezzi.
Eppure mi basta guardarti negli occhi per cadere.
Mi basta il tuo sorriso per convincermi che ne vale la pena.
Accanto a te il gelo sparisce, sì.
Ma io resto lì, tremante, a chiedermi quanto ancora posso stare al caldo prima di accorgermi che sto bruciando da sola.
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Ho scritto un libro su di noi.
Se volete leggerlo lo trovate qui 👇🏻
Ci sono persone che imparano a restare prima ancora di capire perché.
Restano nei gesti piccoli.
Nel silenzio.
Nello spazio che non occupano
L’ho visto nello sguardo che mi hai posato addosso.
Non distratto.
Non stanco.
Lucido.
Come si guarda qualcosa di sbagliato che avrebbe fatto meglio a non esistere.
Non mi sono mai sentita così fuori posto nel mondo.
Ho passato una vita intera a limarmi gli angoli, a cucirmi addosso maschere educate, a imparare il silenzio come lingua madre.
Ho imparato a non essere troppo.
A non sentire troppo.
A muovermi come un corpo funzionale, non come una persona.
Un automa ben addestrato, abbastanza normale da non disturbare nessuno.
Poi ho abbassato la guardia.
Con te.
Ho provato a mostrarti quello che avevo dentro e ogni volta mi hai restituito orrore.
Eppure non te ne sei mai andato.
Mi hai voluta accanto. Sempre.
A rassicurarti.
A sostenerti.
A rimetterti in piedi quando crollavi.
A prestarti i miei occhi perché tu potessi vederti migliore.
Io servivo.
Io ero utile.
Io non dovevo esistere davvero.
Quando ho ceduto, quando il corpo e la mente hanno chiesto tregua, quando davanti alle bugie altrui, bugie che tu conosci e che hai sempre chiamato tali, io non ce l’ho più fatta…
Tu non mi hai difesa.
Mi hai guardata cadere.
Hai scelto di credere ai bugiardi perché in quel momento era più comodo.
E mentre stavi con loro, mi guardavi.
Dritto negli occhi.
Mentre la corazza si spaccava.
Mentre lo sfinimento veniva a galla.
Mentre tutto quello che tenevo insieme con i denti crollava.
E lì…
mi hai guardata come si guarda un mostro.
Come si guarda qualcosa di profondamente sbagliato.
Indecente.
Da allontanare.
Adesso quello sguardo mi vive dentro.
È sotto la pelle.
Mi giudica.
Mi condanna senza processo.
Respira con me.
Ogni respiro è veleno.
Ogni battito è una lama che entra e non esce.
Sanguino in silenzio, da dentro, senza segni visibili.
A dirtelo così tante volte da provare quasi a crederci.
Sono sempre qui per te.
Sempre.
Quando cadi.
Quando ti senti vuoto.
Quando hai bisogno di essere visto.
E tu mi cerchi.
Mi cerchi come si cerca l’aria quando manca.
Come se senza di me non sapessi respirare.
Come se io fossi necessaria…
ma mai abbastanza da essere scelta.
E mentre ti tengo in piedi, io sparisco.
È questo il paradosso che mi divora: essere indispensabile e inesistente nello stesso corpo.
Ci giriamo intorno come animali feriti che hanno paura di mordersi davvero.
Io ruoto attorno a te, docile, costante, stanca.
Un satellite che non cade mai, ma che non viene mai attirato abbastanza da contare.
Resto sospesa.
Sempre in attesa di un passo che non fai.
Prendo tutto quello che mi lasci cadere.
Le briciole.
Un sorriso dato per abitudine.
Uno sguardo che dura mezzo secondo di troppo e poi scappa.
Quegli sguardi che promettono tutto e non mantengono niente.
Sguardi che mi tengono viva quanto basta da non farmi andare via.
La gente ci guarda.
Ci chiama coppia.
Ride.
Lo dice con naturalezza, come fosse ovvio.
Io sorrido.
Dentro mi si apre una voragine.
Perché sentire quelle parole è come essere toccata su una ferita ancora aperta.
Fa bene.
Fa malissimo.
Te lo ripetono.
Ancora e ancora.
E io resto lì, muta, a guardarti mentre qualcuno prova a darti le parole che tu non trovi per me.
Sperando che, a forza di sentirle, tu finisca per vedermi davvero.
Ma non succede mai.
Io non esisto.
Non nel modo che conta.
Sono la luce che accendi quando hai paura del buio.
Ma non quella che scegli quando c’è il giorno.
Sono il riparo, mai la casa.
Il sollievo, mai il desiderio.
Vivi delle mie attenzioni.
Vivi delle mie cure.
Vivi della mia presenza silenziosa che non chiede nulla per non perdere tutto.
Vivi di me.
E io mi consumo.
Perché non mi vuoi.
Non mi scegli.
Non mi lasci entrare.
Mi tieni fuori, con la porta socchiusa, abbastanza vicina da non potermi dimenticare, abbastanza lontana da non dovermi amare.
Mi tieni al limite.
Sempre.
In equilibrio su una linea che fa male a guardarla.
E io resto.
Perché sperare fa meno rumore che andarsene.
Ma distrugge molto di più.
Ho imparato a restare così.
A non spingere.
A non chiedere.
Ad accontentarmi del poco spazio che mi lasci, come se fosse già una concessione enorme.
Ho imparato a non occupare.
A non pesare.
A non fare rumore, per non disturbare l’equilibrio fragile che ti fa restare.
Mi sono fatta piccola.
Sempre più piccola.
Ho ridotto i gesti.
Le parole.
I desideri.
Fino a rendermi maneggevole.
Facile da tenere.
Facile da non scegliere.
Perché forse, se divento abbastanza piccola, se mi rimpicciolisco ancora un po’, riesco a infilarmi in uno spazio della tua vita che non dai a nessuno.
Un angolo.
Una fessura.
Un posto che non conta abbastanza da essere difeso.
E me lo faccio bastare.
Mi convinco che questo sia amore.
Che restare sia più nobile che andarsene.
Che sparire piano sia meglio che essere rifiutata tutta insieme.
E intanto mi consumo.
In silenzio.
Con cura.
Per non lasciarti mai il peso di accorgerti che, per restare, ho smesso di esistere.
In fondo ho capito che non è importante essere amati.
O almeno è quello che mi ripeto quando l’amore non arriva.
Perché sentire calore nel cuore è raro.
È una cosa che succede a pochi, a tratti, per errore.
E io quel calore lo sento ogni volta che sono con te.
Mi invade il petto, mi illude di essere viva, mi fa dimenticare quanto sto sparendo.
Il mio cuore è pieno di calore quando mi guardi.
Quando mi cerchi.
Quando ti appoggi a me senza mai restare.
E allora mi convinco che dovrebbe bastare.
Che questo sia abbastanza.
Che non serva essere scelta, basta essere necessaria.
Che non serva essere amata, basta non sentire freddo.
Mi aggrappo a quel calore come si fa con l’ultima brace rimasta, anche se so che mi sto scottando.
Anche se so che non scalderà per sempre.
Perché forse è questo il compromesso che ho imparato: meglio un cuore caldo che una vita vuota.
Meglio bruciare lentamente accanto a te che sopravvivere al gelo della tua assenza.
E se questo non è amore, io ormai non so più cosa lo sia.
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Ho scritto un libro ispirato a noi.. dove ho chiuso dentro ogni cosa.
Read Capitolo 1 from the story STAY senza fare rumore by korepersephone (Eve Lune) with 0 reads. povfemminile, slowbur...
Ci sono amori che non hanno voce, che si consumano piano, come zucchero nell’acqua.
Non lasciano suoni, solo tracce, un odore, una tazza spostata, una mano che non tocca.
Io ti amavo così.
Nel silenzio.
Nel gesto piccolo e invisibile che non avrebbe mai avuto un nome.
Ci sono silenzi che diventano stanze, e io ho vissuto troppo tempo dentro il nostro. Una stanza immersa in una luce che non appartiene né al giorno né alla notte.
Un’ombra liquida che filtra dalle tende semichiuse, accarezzando il pavimento come un respiro. L’aria che sa di polvere e caffè vecchio. E mi sembra di vederle, sul tavolo, due tazze, la tua ancora mezza piena, la mia ormai fredda.
Ti parlavo anche quando tacevo. Una piega netta in un foglio, il mio nome che tremava come una ferita appena chiusa. Avrei potuto scriverti, e l’ho fatto in realtà. Non avresti letto subito, lo sapevo. Avresti spostato le mie parole di lato, magari con la stessa distrazione con cui sposti un giornale o una bolletta. Ma io la vedevo già, quella scena. La conoscevo a memoria, come si conosce il dolore che si ripete.
Fuori, la città si sta svegliando piano.
Un camion del vetro sta passando sotto la finestra, lasciando un rumore metallico nell’aria. E io, per un momento, vorrei che il mondo si fermasse. Che restasse lì, immobile, sospeso tra il prima e il dopo.
Mi sembra di sentirti ancora. Il suono delle tue chiavi sulla mensola, la tua voce al telefono, quella risata che non era mai per me. Ti amavo anche così, in silenzio, nascosta dietro ogni tuo gesto.
E forse è stato proprio quello a distruggermi, l’abitudine di esserci senza mai esistere davvero.
Ogni volta speravo che, anche solo per un istante, tu mi vedessi. Non come si guarda qualcuno che passa, ma come si guarda qualcosa che si teme di perdere.
Ogni mattina arrivavi con gli occhi ancora stanchi, e io sistemavo il mondo perché non ti ferisse.
Una luce che cadeva su di te senza farti male.
E tu passavi accanto, ignaro, lasciandomi addosso l’odore della tua assenza.
Mi dicevo che non importava, che amare non significa essere visti.
Che c’è bellezza anche nell’attesa, nella devozione muta di chi resta senza motivo.
Mi hai insegnato che l’amore non basta a farsi scegliere. Che la presenza a volte, è solo un’altra forma di distanza. Che si può essere indispensabili e invisibili nello stesso momento.
Ma poi arrivano i giorni in cui il corpo pesa, in cui il silenzio scava, e tutto dentro fa rumore.
E allora vorrei solo che tu mi vedessi, una volta soltanto, guardami, come qualcosa che esiste davvero.
Ti osservavo anche nei dettagli più inutili.
Il modo in cui ti passavi una mano tra i capelli quando pensavi, il modo in cui piegavi le maniche della camicia, sempre due giri precisi, mai tre.
Ogni gesto era una promessa che non avevi mai fatto, ma che io mi ostinavo a credere vera.
Ricordo la prima volta che ti vidi sorridere a qualcun’altra.
Era un sorriso distratto, breve, ma bastò per farmi capire che tutto ciò che provavo non avrebbe mai trovato spazio tra le tue mani.
Eppure restai.
Rimasi a sistemarti la vita, come si sistema un quadro storto che non appartiene al proprio muro.
Ti aggiustavo le giornate senza che te ne accorgessi, la mail che ti mancava, il documento che non trovavi, la camicia che ti piegavo in un pomeriggio di silenzi.
Tu mi dicevi grazie, a volte, ma con la stessa leggerezza con cui si ringrazia una commessa al supermercato.
Non era colpa tua.
Non potevi sapere che ogni tuo “grazie” era un coltello sottile che mi faceva sanguinare dentro.
Non ti incolpo.
Non ti ho mai incolpato.
Ci sono incontri che nascono solo per insegnarci a lasciar andare. E va bene così. Ho smesso di chiederti di vedermi, di capirmi, di restare. Ho smesso di bussare a porte chiuse. Accetto il silenzio.
C’è una forma di dolore che non ha urla.
È una fessura piccola, costante, che si allarga ogni giorno un po’ di più.
Ti entra sotto la pelle, tra le costole, si fa casa.
E quando provi a toglierla, non sai più dove finisce lei e dove cominci tu.
Io ero diventata così.
Una casa abitata solo dal tuo fantasma.
Ti ho amato nel modo in cui si ama ciò che sai che non ti apparterrà mai.
In silenzio.
Con cura.
Consumandomi.
Ricordo l’odore del tuo appartamento quella sera, un misto di pioggia e tabacco, il suono della televisione accesa su un canale che non guardavi mai davvero.
Io mettevo a posto i tuoi libri, piegavo i maglioni, svuotavo le tasche dei jeans.
Non perché me lo chiedessi, non me lo chiedevi mai.
Lo facevo per sentirmi utile, per riempire il vuoto di te con l’illusione di servirti a qualcosa.
Ridevi al telefono con qualcuno. Io, dietro di te, mi piegavo su me stessa.
Sistemavo il mondo, ancora una volta. Il tuo.
È lì che ho capito che non avrei potuto salvarmi da te.
Che tutto ciò che avevo da darti era già stato consumato.
Ti ho guardato a lungo quella sera, senza dire niente.
Avrei voluto gridarti addosso tutto quello che avevo taciuto, la stanchezza, la fame d’amore, la rabbia di non essere mai abbastanza.
Ma le parole si fermarono in gola.
Scelsero, come sempre, il silenzio.
Forse è stato allora che ho smesso di sperare.
Forse mentre mi spezzavo per te ancora una volta, mentre tu ridevi.
O forse prima.
Forse ogni volta che mi sono detta “domani lo vedrà”, e quel domani non arrivava mai.
Ti ho lasciato la lettera sul tavolo, in mezzo alle tue cose.
Una lettera semplice, scritta a mano, con il mio odore e la mia assenza dentro.
Ti ho scritto che non sapevo più come starti accanto senza perdermi, che ogni giorno diventava un piccolo funerale silenzioso.
E poi me ne sono andata.
A piedi.
Senza guardarmi indietro.
Perché guardarti ancora sarebbe stato come cadere un’altra volta.
Camminavo sotto la neve, senza ombrello.
I fiocchi cadevano lenti, freddi, e si mescolavano al sale delle mie lacrime.
Le strade erano vuote, illuminate solo da insegne tremolanti e finestre chiuse.
Ogni passo era un addio, un pezzo di me che lasciavo sull’asfalto.
Mi fermai sotto un lampione.
Lì, per un istante, il mondo sembrò farsi muto.
Solo il mio respiro, e la neve, e la certezza che tu non ti saresti mai accorto di nulla.
C’è qualcosa di crudele nel lasciare chi non ti ha mai tenuto davvero.
Non c’è rancore, solo assenza.
Un vuoto che resta sospeso, come l’odore di un profumo che non si dimentica.
Da quel giorno, sarei diventata un’insieme di piccole abitudini senza scopo.
Mettere il caffè per due, anche se non viene nessuno.
Lasciare la luce accesa sul tavolo, come se potessi ancora tornare.
Ascoltare i messaggi vocali e immaginare che siano tuoi, anche se non lo saranno mai.
Ti penso nelle piccole cose.
Nel suono di una risata estranea, nel rumore del vento contro i vetri.
Nel silenzio che mi avvolge quando spengo la luce e il mondo smette di parlarmi.
Ogni tanto ho sognato di te.
Ti sogno mentre mi guardi, finalmente.
Ma anche nei sogni, mi sveglio sempre prima che io possa toccarti.
Forse l’amore è questo. Un dolore che scegli di non guarire, pur di sentirlo ancora vivo.
Ti ho amato nel modo più silenzioso e devoto che conosca, fino a diventare trasparente.
Fino a non sapere più dove finivo io e dove cominciavi tu.
E ora, che non ho più niente da offrire se non le mie briciole, ora finalmente… non spero più.
Solo ti lascio andare, con la dolcezza con cui si chiude una porta senza far rumore.
E resto qui, in questa quiete che non è pace, a imparare di nuovo a respirare senza di te.
E se un giorno dovessi pensarmi, fallo con leggerezza. Non come un peso o un rimpianto.
Ma come qualcosa che è esistito davvero, anche se solo per un momento.
Read Prologo from the story STAY senza fare rumore by korepersephone (Eve Lune) with 0 reads. slowburn, vocefemminile...
Non una lama qualunque, ma una che conosceva esattamente dove affondare, che scavava con precisione chirurgica divorando la carne, facendosi strada tra le ossa in una ricerca spietata di ciò che ancora mi teneva viva.
E lo ha trovato.
Il mio cuore.
Tremante, febbrile, fragile e ostinato.
Ancora batteva, nonostante tutto.
La lama lo ha trapassato.
E lì, con sadica lentezza, si è rigirata.
Dentro.
Fuori.
Dentro di nuovo.
Ogni movimento era uno squarcio che bruciava, un dolore che scorticava i nervi fino a farli urlare.
Un andare e venire che non lascia scampo, una tortura lenta, inflessibile, senza tregua. Ad ogni colpo non era più sangue: era fuoco che colava solo per farsi ghiaccio un istante dopo.
Quel dolore non è solo carne: è anima che si strappa, spirito che si graffia, pelle che brucia mentre i muscoli vengono dilaniati da artigli invisibili.
Non resta che subire, restare lì, inerme, a farmi smembrare da dentro.
La carne non resiste: si strappa come stoffa logora, lasciando le ossa esposte a un vento tagliente che non esiste.
Le vene si contorcono come corde tese pronte a spezzarsi, e ogni battito è un colpo di martello che mi frantuma dall’interno.
Non c’ è respiro che non sia una pugnalata.
Non c’è movimento che non sia un dilaniarsi.
Il dolore non resta fermo: striscia, sale, mi apre in due.
Non si ferma.
Si rinnova, si moltiplica, come un veleno che scorre nelle vene e trova sempre nuove strade per devastarmi.
Mi morde lo stomaco, mi risale alla gola, fino a stringerla come un cappio.
Ogni fibra urla, ogni cellula si contorce.
Mi sento squartata da mani invisibili, artiglio dopo artiglio, pezzo dopo pezzo.
Il petto brucia, lo stomaco si torce, le gambe tremano come se volessero staccarsi dal resto del corpo.
Non é più sofferenza, è annientamento.
Ogni secondo un’invasione, ogni battito un colpo di scure che mi frantuma le ossa, che mi lascia marcire viva.
È un dolore che non conosce fine, che non concede tregua, che si ripete e si rigenera, più feroce di prima, come se godesse nel distruggere lentamente, metodicamente, tutto ciò che resta di me.
Le viscere si stringono, gli organi sembrano implodere.
La pelle non mi appartiene più: è un involucro slabbrato, un sacco che sanguina e si lacera a ogni respiro.
Non so dove finisca il cuore e dove inizi la ferita, non so più distinguere la mia carne dal dolore.
Io sono dolore.
Io sono la ferita.
E più mi divora, più mi svuota.
Eppure non muoio.
Non muoio mai.
Questa è la vera condanna: restare viva quando ogni cosa dentro è già distrutta. Continuare a respirare anche se ogni respiro è una lama che mi trapassa.
Il dolore non mi spegne: mi consuma. Mi rosicchia come un animale famelico, lasciandomi solo brandelli.
Resto qui, condannata a sentire ogni taglio, ogni strappo, ogni goccia che cola da me.
Sono carne fatta a pezzi, e respiro ancora.
Poi… qualcosa cambia.
Non perché il tormento si plachi, ma perché si svuota di senso. La sofferenza diventa così immensa da travolgere ogni confine, così totale da annullarsi.
Non sento più la lama, non sento più il fuoco, non sento più il gelo. È come se il dolore avesse vinto davvero: non c’è più nulla da spezzare, nulla da graffiare, nulla da torturare.
Ha divorato tutto.
Ed eccomi qui: vuota.
Un guscio.
Un’eco.
Freddo. È freddo ora quello che sento.
Non un freddo qualunque, ma quello che annuncia la morte.
Quello che arriva in piena estate, quando l’aria dovrebbe bruciare, e invece ti trovi nudo davanti a un vento gelido che si insinua nelle ossa e congela il sangue.
Un freddo che non accarezza: morde, taglia, squarcia.
Ogni respiro è ghiaccio, ogni movimento è dolore.
Dolore e freddo.
Freddo e dolore.
Un vortice che mi travolge.
Io sono dolore.
Io sono freddo.
E poi… nulla.
Io sono nulla.
Io sono il nulla.
Un vuoto improvviso, come se tutto fosse stato risucchiato via da un abisso invisibile.
Non più gelo.
Non più fiamme.
Non più tormento.
Solo il silenzio.
Io sono nulla.
Io sono il nulla.
Non sento.
Non penso.
Non vivo.
Non muoio.
È questo che succede quando il dolore raggiunge il suo culmine?
Ti spegne?
Ti svuota di ogni cosa, fino a lasciare solo una carcassa che respira meccanicamente?
O forse ha già ucciso ciò che ero: l’anima, lo spirito, il cuore.
Tutto bruciato, tutto dissolto.
Resta solo cenere.
Non c’è più sofferenza.
È una calma atroce, straniera, come un deserto che non conosce vento.
Occhi spenti, vacui.
Parole cave, tacite.
Emozioni ridotte a ombre.
Guardo il mondo che scorre oltre il velo che mi separa da esso. Loro vivono, io no.
Io vedo, ma non sono vista.
Tutto è grigio.
Non esistono più i colori, né il calore, né il buio, né la luce.
Non c’è aria, non c’è acqua, eppure affogo.
Non c’è peso, eppure sprofondo.
Non c’è nulla… e io sto annegando nel nulla.
Non c’è più lacrima, perché anche le lacrime sono morte con me.
Io sono l’assenza.
Io sono il vuoto.
Io sono il nulla.
Lui, quel maledetto calore nel petto che un tempo mi aveva acceso, è stato la lama, il carnefice, la mano che ha scavato dentro di me fino a ridurmi cenere.
Credevo fosse vita, ed era veleno.
Credevo fosse rifugio, ed era condanna. L’amore mi ha strappata pezzo dopo pezzo, fino a lasciarmi senza corpo, senza anima, senza voce.
Era una lama che ha imparato a battere come un cuore.
Ogni volta che i tuoi occhi mi attraversano senza vedermi, è come se un coltello affondasse piano tra le costole, aprendomi dall’interno.
Ogni saluto buttato via, ogni parola detta senza calore, mi lacera il petto e mi lascia sanguinante, invisibile agli altri, ma in agonia dentro.
Non ho più pelle a proteggermi, ogni volta che ti avvicini e poi mi strappi via con la stessa violenza con cui si lacera un tessuto sottile, resto nuda, esposta, vulnerabile.
È come se il mio cuore venisse preso tra due mani invisibili e stritolato fino a non riuscire più a respirare.
Ti odio e ti…. Non ti odio.. nello stesso respiro, e questa contraddizione mi corrode come acido che scivola lento sulle ossa, scavando, scavando senza pietà.
Tu sei la vertigine che mi porta in alto: quando mi guardi, quando mi dedichi anche solo un gesto, mi sento leggera, sospesa su una stella, con le mani che sfiorano l’universo, le dita immerse nelle nuvole come fossero seta.
Mi fai credere, anche solo per un istante, che il mondo brilli di una luce nuova, che io abbia un posto, che per te io sia qualcosa.
Non sai cosa significa sentirsi vivi solo per un tuo sguardo, e subito dopo morire nel tuo silenzio.
È un’altalena che mi spezza le costole, che mi lascia senza fiato: salgo nel cielo con il battito accelerato, e un secondo dopo precipito nell’abisso, senza paracadute, senza nessuno che tenda le braccia.
Basta un soffio, un istante, e il sogno si sgretola. Non appena altri occhi ci circondano, tu cambi.
Mi lasci cadere.
Divento un’ombra che ti pesa accanto, una presenza da cancellare. Il tuo sorriso si spegne, la voce si fa fredda, lo sguardo scivola via come se io fossi aria che infastidisce.
E io precipito.
Cado da quella stella che credevo mia, sprofondo nel vuoto, fino a schiantarmi a terra, tra le macerie del mio stesso cuore. E resto lì, contorta, sanguinante, a respirare il dolore che tu mi hai lasciato addosso come una condanna.
Il peggio è che ti lascio fare.
Lo so.
So che ogni gesto è veleno, so che ogni tua indifferenza è una lama che affonda, eppure mi lascio pugnalare ancora e ancora.
È come se la mia anima fosse già tua prigioniera, legata mani e piedi, incapace di scappare.
E nel silenzio delle notti, quando mi rigiro nel letto a stringere il vuoto, sento davvero i miei organi collassare, il petto implodere, il respiro farsi corto. Sento che sto morendo un po’ per volta, e che nessuno, nemmeno tu, se ne accorge.
Perché?
Perché fingi?
Perché mi spezzi davanti agli altri, come se il tuo vero volto non potesse esistere alla luce del giorno?
Perché mi tieni stretta con le tue attenzioni quando siamo soli, e poi mi respingi come se fossi un errore?
Sono stanca.
Dio, quanto sono stanca.
Questa è una tortura.
È un gioco crudele che lacera, che mi consuma poco a poco. Eppure non riesco a fuggire. Perché io lo so: sei tu la lama che mi ucciderà, sei tu la mano che un giorno spezzerà definitivamente ciò che resta della mia anima.
E lo accetto.
Lo accetto perché il mio cuore è troppo pieno di te, perché anche nel dolore più feroce io continuo a cercarti, come una condanna scritta nel sangue.
Rimango qui, inerme, a lasciarmi distruggere… perché non so amare in nessun altro modo se non lasciandomi morire tra le tue mani.
Ma forse è proprio questo che vuoi: ridurmi in cenere.
E io resto, a bruciare piano, con la folle speranza che un giorno tu scelga di salvarmi invece di guardarmi consumare.
Non so nemmeno più cosa sto aspettando.
Forse un segno che non arriverà mai, forse una scelta che non farai mai, forse soltanto l’illusione che un giorno mi vedrai davvero.
Ma intanto resto qui, inchiodata a questa attesa che mi divora dall’interno, come se stessi marcendo nell’anima.
È un’attesa che non ha nome, un limbo in cui il tempo si contorce e non passa mai.
Ogni giorno spero che tu mi scelga, che il tuo sguardo si posi su di me con la certezza di chi non ha bisogno di nascondersi.
Ma dentro di me so che forse non succederà, che resto soltanto una presenza di cui ti nutri quando hai bisogno, un frammento di attenzioni che ti serve a sentirti vivo, a gonfiare il tuo ego, mentre io lentamente mi spengo.
E questo è il punto: io lo so, lo sento in ogni fibra.
Non sono la tua priorità, non sono la tua scelta.
Sono la tua ombra, il tuo segreto, il riflesso che usi quando ti va.
Eppure resto.
Resto anche se ogni giorno questo mi spezza un po’ di più, anche se ogni tuo silenzio pesa come pietra sul mio petto, anche se ogni volta che mi tratti come nulla è un colpo di martello che frantuma quel poco che ancora resiste dentro me.
Sto annegando in un mare che tu stesso hai creato, e non so più se allunghi la mano per salvarmi o solo per assicurarti che io resti sotto.
Forse ti serve il mio dolore, forse ti serve il mio amore che si piega, che resiste, che ti perdona sempre.
Forse ti fa sentire potente sapere che io continuo ad aspettare, come una stupida che non impara mai.
Eppure eccomi.
Sempre qui.
In questo vuoto che si fa gabbia, in questa attesa che è una condanna senza fine.
Non so se un giorno mi sceglierai davvero o se resterò prigioniera della speranza che mi divora… ma la verità è che ormai non so più vivere senza il veleno che sei tu.
Come una bomba. Come un lampo chiuso in una gabbia di ossa.
Tanto forte da farmi credere di prendere fuoco dall’interno. Mi lascerei incenerire volentieri sotto le fiamme della felicità, bruciare fino all’osso, fino a diventare cenere leggera portata via dal vento.
Lo sentirei correre su per la gola.
Bruciare.
Strappare l’aria in pezzi.
Respirerei a scatti, come chi ha visto il mare dopo una vita di sabbia.
Mi lascerei divorare. Sentire la pelle che frigge. L’odore acre della carne che si consuma.
Il cuore, un nucleo incandescente, pronto a far saltare tutto ciò che sono.
Chissà se il cuore, in preda a un fremito feroce, ubriaco di vita, arriverà a sfondarmi lo sterno.
Pugni.
Colpi sordi.
Tessuti che cedono.
Un oceano di luce che preme, che spinge, che mi riempie fino a traboccare. Per farsi più spazio, per crescere, per contenere più luce… più amore.
L’ho sentita una volta sola, quella felicità.
Una volta.
Un istante.
Una ferita luminosa nel buio.
Accecante.
Dolce.
Crudele.
L’ho stretta con dita febbrili.
Una ferita luminosa aperta nel buio.
Mi sono aggrappata, disperata, ma mi è scivolata via dalle esili mani stanche come sabbia intrisa di sangue.
Mi ha lasciato il sapore del ferro in bocca. E il petto pieno di echi.
In quell’attimo… non importava nulla.
Non il caos del mondo.
Non il fango che imbrattava la mia anima.
Non il vento che tagliava la pelle.
Non il peso che schiacciava le spalle.
Ero felice.
E nel mio non avere niente… avevo tutto.
Non chiedo il terremoto che ti spezza, che ti sbriciola e ricostruisce. Né l’uragano che ti soffoca e ti resuscita nella stessa boccata.
Non chiedo quella felicità violenta che ti toglie il respiro ma di cui bevi ogni molecola per sopravvivere.
Con un cuore distrutto, frantumato, stritolato come vetro sotto il peso di un dolore che non ha nome. Non quel dolore che ti fa piangere e poi passa… ma quello che si incide dentro, che ti scava fino a lasciarti vuota, spolpata, nuda. Un cuore non lo senti più battere quando è solo un ammasso sanguinante. Eppure… a volte… ancora sobbalza.
Un sussulto.
Un singhiozzo.
Un gesto inutile.
Un battito solo. Sordo.
Un lampo nel buio.
Un’illusione di vita che non è più vita.
Solo un eco…
Solo un riflesso sporco della morte che avanza lentamente, con calma, come se sapesse che non hai più forze per scappare. Come a ricordarmi che, malgrado tutto, è ancora lì. Che è ancora vivo. Che resiste. Anche se sepolto sotto tonnellate di macerie. Anche se ridotto a brandelli, stracciato, calpestato.
Quanto si può vivere così? Quanto si può sopravvivere alla propria disfatta?
Mi domando se sia davvero possibile soffrire per un’intera vita. Se il corpo regga. Se l’anima non imploda.
Io soffro da sempre. Da quando ricordo.
E non è un dolore che si può spiegare a parole. È un dolore che ti strappa l’identità, che ti prende a morsi dentro. È la bestia che ti dorme nello stomaco e si sveglia ogni notte per dilaniarti, pezzo dopo pezzo.
È come essere sepolta viva.
Ogni giorno scavo. Ogni giorno mi illudo che salverò me stessa. Ma la terra cade, cade ancora, e io ci affondo. Mi entra in gola, mi graffia i polmoni.
Mi soffoca.
Mi annienta.
Mi distrugge.
E ogni respiro è una tortura. Ogni tentativo è una condanna. Ogni speranza… una presa in giro.
Si dice che dopo la tempesta arrivi l’arcobaleno. Che dopo il buio arrivi la luce. Che ogni ferita guarisca col tempo.
Bugie.
Solo bugie.
Io sono la tempesta. Sono il buio.
Sono la ferita aperta che non smette di sanguinare.
Non guarisce.
Non cambia.
Non migliora.
E adesso, anche la mia speranza ha smesso di respirare.
Dov’è la mia luce?
Dov’è il mio sole?
Dov’è la mia salvezza?
Io vedo solo oscurità.
Un’oscurità che non ha fine. Che si è presa tutto. Il mio sorriso. La mia anima. La mia innocenza. E adesso… si sta prendendo anche il mio ultimo respiro.
Mi ha inghiottita.
Mi ha fatto sua.
Mi ha svuotata di ogni cosa.
E non resta più nulla di me. Solo cenere. Solo ombra.
Non c’è nessun sole che mi aspetta.
Nessun domani che possa riscattarmi.
Nessun amore che mi salvi.
Nessun futuro in cui credere.
Sono stanca.
Sono sfinita.
Sono svuotata di tutto ciò che mi rendeva umana.
E in questo buio, comincio a vedere con chiarezza. La luce che ho cercato per tutta la vita non è mai stata in alto. Non è mai stata un nuovo giorno, o un’altra possibilità.
Li amo in un modo che fa male. Ma solo quelli che fanno tremare. Quelli che ti svuotano il petto e ti riempiono il cuore. Quelli che non hanno fretta, che non sanno di obbligo o educazione.
Amo quelli veri, quelli che sanno di presenza, di coraggio, di verità. Quelli che ti tengono insieme quando stai per frantumarti. Quelli che ti stringono l’anima prima ancora del corpo. Quelli che parlano quando non hai più voce. Quelli che ti fanno chiudere gli occhi per un attimo e dimenticare il rumore del mondo. Quelli che non servono a dire ciao o arrivederci, ma che gridano resta. Sono qui. Ti sento. Ti tengo.
Ma non li do. Non li do quasi mai.
E se li ricevo… spesso mi irrigidisco.
Perché?
Perché il corpo non mente, e io mento ogni giorno.
Fingo che vada tutto bene. Fingo che basti una parola, un sorriso. Ma quello che voglio davvero… è un abbraccio che spacchi le mie difese. Uno che mi faccia tremare. Uno che mi faccia piangere e ridere nello stesso istante.
Non abbraccio perché non voglio abbracciare chiunque. E quelli che vorrei abbracciare davvero… Quelli che vorrei stringere fino a farmi entrare nelle loro ossa… Sono spesso troppo vicini a chi mi fa male. A chi non posso permettermi di amare. A chi non posso avvicinare senza sentirmi in colpa. Senza rischiare di crollare.
E poi ci sei tu.
Tu che non abbraccio perché ho paura.
Una paura che non so spiegare. Una paura che si aggrappa alla mia gola ogni volta che ti vedo.
Tu sei quella persona che non posso permettermi di abbracciare.
Perché con te… io non mi perdo.
Io sparisco.
Svanisco.
Mi disintegro.
Come una goccia nel mare. Come fumo nel vento. Come una fiamma che si spegne nel petto, lasciando solo calore.
E lì… lì non ci sarebbe più ritorno.
Sarei un fiume che ha trovato il suo mare. Una farfalla che smette di volare perché ha trovato il suo fiore.
Il cuore mi urla nelle orecchie.
Mi smarrisco in te come dentro un labirinto. Un labirinto senza uscita.
Perché so che il tuo sarebbe l’abbraccio dal quale non vorrei più staccarmi.
Sarebbe la fine di tutto. E l’inizio di tutto.
Le tue braccia sarebbero la mia coperta calda nel gelo dell’inverno. Il tuo respiro caldo nella notte più fredda. La mano che mi salva quando sto cadendo.
E io cadrei.
Cado solo a pensarci.
Come faccio ad abbracciarti sapendo che non vorrei più lasciarti andare?
Come faccio a toccarti sapendo che potresti diventare la mia dipendenza?
Sento che potrei costruirmi una casa in quell’abbraccio. Non un rifugio. Una casa. Un luogo in cui tornare. Sempre.
Ma se mi ci perdo… chi mi ritrova?
Tu? Mi troveresti tu?
O mi lasceresti lì, persa in te, mentre tu vai avanti?
Ti amo nell’unico modo in cui so amare: da lontano.
Con le braccia chiuse e il cuore spalancato. Con il desiderio che brucia e la paura che congela.
Ma ogni volta che ti guardo… io ti sto già abbracciando. Con lo sguardo. Con la mente. Con la pelle che implora. Con le braccia che restano ferme per non urlare. Ogni volta che evito di toccarti è un urlo silenzioso.
Un terremoto dentro.
Un “vorrei” che si strozza in gola.
Io ti amo anche così, da lontano.
Ma non abbracciarti mi distrugge. Perché tu sei quell’abbraccio che non si dimentica. Quello che ti entra sotto la pelle e non se ne va più. Quello che ti cambia la temperatura interna. Che ti riscrive il battito.
E lo so.
Lo so bene.
Se ti abbracciassi… non potrei più tornare indietro.
E sai una cosa?
Forse non voglio nemmeno tornare indietro.
Ma per ora… per ora resto qui.
A un passo da te.
A un centimetro dall’abisso.
E continuo a tremare.
Di paura.
E di desiderio.
Perché non c’è niente al mondo che voglia di più di perdermi in quell’abbraccio.
A volte penso che il dolore più crudele non sia quello che ti piomba addosso all’improvviso, ma quello che si insinua piano, giorno dopo giorno, come una goccia che scava la roccia. Un passo alla volta. Un respiro accanto al mio. Un silenzio che pesa come una dichiarazione mancata.
Lui c’è. Sempre.
Accanto a me. Ci camminiamo insieme la vita. Ma non la stiamo vivendo insieme.
Io lo amo. Lo amo. Dio solo sa quanto lo amo.
Lo amo con la carne, con gli occhi, con quella parte del cuore che non fa rumore ma urla lo stesso. Lo amo con le mani giunte dentro le tasche, ogni volta che camminiamo fianco a fianco e lui non sa, non sa, che la mia pelle sta bruciando per il desiderio di sfiorarlo, solo un secondo, come si sfiora il calore del sole prima di ricordarsi che scotta.
Non è nemmeno più amore, a dirla tutta. È un’ossessione gentile, un veleno lento che ho imparato a chiamare casa.
Lui è l’unica persona al mondo che io abbia mai desiderato con tutta me stessa… e l’unica che non mi desidera affatto.
Lui sceglie.
Sceglie le altre. Le guarda, le desidera, si perde nei loro abbracci come se fossero salvezza.
A me non guarda così.
Sono il paesaggio fuori dal finestrino della sua vita: familiare, presente, ma mai davvero notato.
Sono la donna che non si vede. La compagna silenziosa delle sue giornate.
Lui si confida con me, ride con me, mi cerca.
Ma non mi vede.
E io sto lì.
Conosco ogni sua ruga, ogni piega della voce quando è stanco, ogni respiro che anticipa una parola sincera.
E lo amo, lo amo, lo amo come una condanna a vita.
Come un prigioniero che si è innamorato della cella.
Ma lui non mi sceglierà mai.
Perché amare qualcuno che ti vede solo come un appoggio sicuro, è come urlare in mezzo al vuoto: ti spacca la gola, ma nessuno ti sente.
E io urlo ogni giorno.
Dentro.
In silenzio.
Con le unghie nei palmi, con le lacrime che mi scavo via di notte, con il suo nome inciso tra le costole come una ferita che non guarisce mai.
E la cosa peggiore è che non è colpa sua. Non può amare ciò che non vede. E io ho fatto in modo di diventare invisibile. L’ho fatto io. Con le mie mani.
Gli ho detto che non mi piacciono gli abbracci.
Lui lo crede. Lo rispetta. Non insiste mai.
E così mi salvo.
O almeno fingo di salvarmi.
Perché la verità?
Io li amo gli abbracci.
Amo quelli veri, quelli che tremano un po’, quelli che durano un secondo di troppo e ti smontano l’armatura.
Amo l’idea di stringere qualcuno così forte da non sapere più dove finisco io e dove inizia lui.
Ma con lui…
Con lui non posso.
Con lui non voglio.
Perché lui è uno di quegli abbracci in cui mi perderei.
Per davvero.
E io ho paura.
Paura di sparire.
Di lasciarmi andare tra le sue braccia e scoprire che, quando mi stacca da sé, io non so più tornare indietro.
Che non c’è più nulla da cui tornare.
Che non esisto più senza di lui.
Così lo guardo da lontano, anche quando mi cammina accanto.
Fingo di essere forte, fingo che mi basti questa sua presenza tiepida, mai troppo vicina, mai davvero mia.
E io resto.
Con la mia bugia tra le mani.
Con le braccia strette al petto per non urlare.
Con un amore così grande che non so più dove metterlo.
Con il terrore che un giorno mi abbracci davvero…
e io mi spezzi.
Perché gli abbracci che sogni per tutta la vita sono anche quelli che ti distruggono di più, se non sono fatti per te.
E io sorrido. Sempre.
Perché lui merita una persona che gli sorrida.
Ma il mio sorriso è fatto di vetro.
E ogni volta che lo indosso, qualcosa dentro di me va in frantumi.
Io non so come si sopravvive a un amore che non ricambia.
Ma io resto. Sempre.
A camminare accanto a lui, a sentire il cuore che cade a pezzi a ogni passo, a fingere che mi basti quello che non avrò mai.
Lui.
Perché non esiste strazio più grande che essere tutto per qualcuno… che per te non sarà mai niente.
Ho desiderato smettere di esistere per vedere se qualcuno se ne sarebbe accorto.
Non per morire… ma per capire se valevo qualcosa più del vuoto che sentivo.
Ho urlato nella mia testa così forte da stordirmi.
Ma fuori… niente. Silenzio. Educato. Composto.
Mi sono tagliata dentro, lacerata il petto, senza lame, solo con parole non dette e verità ingoiate di forza.
Mi sono dissanguata lentamente mentre continuavo a sorridere, perché si aspettavano che fossi forte. Che fossi grata. Che fossi sempre “brava”.
Ma io non sono brava.
Io sono a pezzi.
E nessuno li ha mai raccolti.
Hanno solo imparato a camminarci sopra senza sporcarsi le scarpe.
Il mio corpo è un contenitore vuoto.
Una forma umana che si muove per abitudine.
Dentro, però, ci sono macerie.
Ci sono voci che mi dicono che non basto. Che non sarò mai abbastanza. Che non ho diritto di volere di più.
A volte mi odio.
Mi odio per aver creduto. Per aver sperato.
Mi odio per non essermi alzata e andata via quando tutto dentro di me implorava di scappare.
Mi odio perché so che meritavo di più… ma ho accettato di meno.
Perché ogni volta che qualcuno mi ha fatto a pezzi, io gli ho chiesto scusa.
C’è un dolore che non fa rumore, ma lacera come una lama arrugginita.
Un dolore che ti sveglia nel cuore della notte e ti tiene inchiodata al letto, a fissare il soffitto, con la sensazione di soffocare.
E tu resti lì, con il cuore che grida e la bocca cucita, a chiederti quanto può ancora reggere un’anima prima di esplodere.
Io sono stanca.
Stanca di fingere che vada tutto bene. Stanca di spiegare me stessa a chi non ha mai avuto intenzione di capire. Stanca di dover dimostrare che anche io merito un posto.
Che anche io merito amore.
Che anche io, diavolo, merito pace.
Ma forse la pace non è per chi sente troppo.
Forse la pace è un lusso per chi non ha il cuore bucato.
Io non voglio più lottare per briciole.
Ma è tutto ciò che mi è rimasto.
Sono qui, in ginocchio.
Con l’anima sbranata.
E ancora… ancora mi chiedo se qualcuno, un giorno, saprà amarmi abbastanza da togliermi il dolore dalle ossa.
Non ho più la forza di gridare.
Non serve.
Nessuno ascolta. Nessuno sente.
E allora lascio che la voce si spenga piano, strozzata nella gola, rotta tra i denti.
Parlo a me stessa come si parlerebbe a una creatura in fin di vita.
A bassa voce.
Con mani tremanti.
Con lo sguardo abbassato, come se guardarmi in faccia potesse uccidermi davvero.
Non piango più.
Non perché non voglia.
Ma perché ho finito anche le lacrime.
Le ho versate tutte per chi non le ha mai raccolte. Le ho spese per amore, per assenze, per promesse che mi hanno lasciato più sola di prima.
Ora mi resta solo un filo di voce.
Quella che usi quando hai già detto tutto.
Quando hai già implorato, supplicato, pregato in silenzio di essere salvata… e nessuno è venuto.
Quella voce che ti trema in gola, ma non esce.
Quella che dice “basta”… ma non la sente nessuno.
Vivo con il peso del mondo sulle spalle.
Un mondo fatto di silenzi, di porte chiuse, di “stai bene?” a cui ho sempre risposto “sì” anche mentre morivo dentro.
E mi hanno creduta.
Perché è più comodo pensare che io stia bene che guardare in faccia il mio dolore.
Non c’è più rabbia.
Neppure paura.
Solo un lento arrendersi. Come quando ti trascini per inerzia, senza più aspettarti nulla. Non c’è più un sogno a cui aggrapparsi, solo la memoria di ciò che avrei voluto essere.
Di ciò che non sarò mai.
Ogni notte mi addormento col cuore che pesa più del corpo.
Ogni mattina mi sveglio sperando di non farlo.
E nessuno lo sa. Nessuno lo vede.
Perché ho imparato a sorridere mentre annego.
Ho imparato a farmi piccola, muta, invisibile… così invisibile che a volte mi chiedo se esisto davvero, o se sono solo un’idea che sta svanendo.
Questa voce che adesso scrive… è quasi un sussurro.
Un filo teso sull’orlo del vuoto.
Non chiede aiuto.
Non più.
Non crede più nella salvezza.
Solo… nel sollievo che potrebbe venire dalla fine del dolore.
Se qualcuno leggesse queste parole, davvero, se sapesse ascoltare questo silenzio rotto e affilato, forse capirebbe che dietro la pelle che indosso non c’è più una persona che lotta.
Ma un’eco che si spegne.
E forse va bene così.
Forse il mondo non ha spazio per chi sente troppo.
Per chi, come me, ha amato anche quando sanguinava. Per chi ha dato tutto, senza ricevere mai abbastanza da potersi salvare.
E ora…
ora che tutto tace, ora che anche la mia voce si consuma… resta solo una cosa.
Non c’è luce che mi cerchi, non c’è scena che mi spetti. Solo attese infinite, consumate in silenzio, mentre il mondo va avanti… e io resto ferma, con il copione in mano e le mani gelate.
Mi dico: “Aspetta, arriverà il tuo momento”.
Ma io sono rimasta dietro le quinte così a lungo che ho dimenticato come si parla. Ho dimenticato chi ero, o se sono mai stata.
Ho imparato a sorridere col volto rotto. A stringere i denti mentre l’anima crollava pezzo dopo pezzo.
Cammino in punta di piedi da una vita, come se bastasse non fare rumore per essere amata. Come se bastasse sparire un po’ di più ogni giorno, per essere finalmente vista.
Sono prigioniera.
Di una vita che mi sta stretta come un vestito cucito da mani che non conoscono il mio corpo. Di scelte che non ho fatto, di strade che non volevo percorrere. E di un passato che non solo mi ha cambiata: mi ha prosciugata. Mi ha tolto la voce, mi ha fatto credere che non meritassi di avere una.
Il cuore non è più spezzato.
È polvere.
Non fa più male per ciò che ha perso, ma per tutto ciò che non ha mai avuto. Non batte più per ciò che sogna, ma per ciò che teme di desiderare ancora.
Ho imparato a vivere nel rimorso come si vive in una casa senza finestre: non entra luce, ma almeno sai cosa aspettarti.
Ho paura dell’amore.
Perché l’amore mi ha fatto credere che dovessi implorarlo. Che dovessi cambiare, annullarmi, svendermi pur di non perderlo. E adesso ogni volta che qualcuno si avvicina, sento il cuore indietreggiare, come un animale bastonato troppe volte.
Non voglio essere ferita… ma non so più amare senza tremare.
E temo me stessa.
Per tutto quello che sento e non so dire. Per la rabbia che mi corrode da dentro, per le lacrime che mi svegliano la notte, per i sogni che non oso più nemmeno nominare.
Mi guardo allo specchio e non so chi vedo.
Solo una ragazza stanca, che ha smesso di lottare, che aspetta che qualcosa cambi… anche se sa che non cambierà.
Urlo ogni giorno senza voce.
E nessuno ascolta.
Perché il mio dolore non fa scena.
Non fa scalpore.
Non disturba abbastanza da essere notato.
Sono diventata brava a sopravvivere. Ma io non volevo sopravvivere.
Io volevo vivere.
Essere.
Amare.
Sentire.
Invece sono qui. Dove nessuno guarda.
A spegnermi piano, senza che nessuno si accorga della mia assenza. A volte mi chiedo se qualcuno senta le urla silenziose che tengo dentro.
Se leggendo i miei occhi, qualcuno, almeno una volta, abbia pensato: “Lei sta affondando”.
Ma forse il mio naufragio non fa rumore. Forse nessuno nota chi annega mentre continua a sorridere.
E allora resto qui.
Nel buio dietro il sipario.
Con il copione ancora stretto in mano, e il cuore pieno di scene mai vissute.
Anche se so benissimo che non leggerai mai questa lettera.
Forse non te la consegnerò. Forse non la stamperò nemmeno. Forse resterà chiusa in un file o dentro un angolo della mia anima, come troppe cose che non ti ho mai detto.
Forse, tra pochi giorni, l’unica cosa che riceverai da me sarà un messaggio frettoloso:
“Tanti auguri 😊”
Una faccina. Un punto.
Un silenzio assordante in mezzo a tutto quello che invece avrei voluto urlarti. O magari neanche quello.
Perché sto già tremando solo all’idea di scegliere se scriverti o sparire.
Se lasciarti qualcosa di me… o niente.
Perché non so più se è peggio il vuoto che sento, o la paura di mostrartelo.
Eppure, ogni volta che penso al tuo compleanno, al giorno in cui sei arrivato su questa terra, mi viene da trattenere il fiato.
Non perché è una ricorrenza come un’altra.
Ma perché sei tu.
E tutto in te mi fa paura e meraviglia allo stesso tempo.
Sei nato nei giorni delle stelle cadenti.
Nei sette giorni più magici dell’anno.
Quelli in cui il cielo sembra ascoltare, per davvero.
In cui anche i silenzi hanno un suono, ed è quello dei desideri che salgono in alto, sperando che una stella li raccolga.
Hai mai pensato che potresti essere stato uno di quei desideri?
Che qualcuno, una notte, abbia alzato gli occhi e chiesto:
“Fammi incontrare qualcuno che faccia la differenza.”
E sei nato tu.
Qualcuno potrebbe aver chiesto amore.
E sei arrivato tu.
Qualcuno potrebbe aver desiderato una presenza vera, una guida, uno specchio sincero. Un amico..
E le stelle hanno risposto… con te.
Io non so chi abbia fatto quel desiderio, ma so una cosa: che tu sei il desiderio esaudito di qualcuno.
E non so nemmeno se te ne rendi conto.
Mi dispiace se, nei gesti che ho fatto o che vorrei fare per te, sono sembrata troppo.
Troppo presente. Troppo invisibile. Troppo in mezzo.
Anche questo regalo… se mai te lo darò…
Un altro pezzo per il tuo bracciale.
Lo so quanto significhi. Quanto ogni elemento sia stato scelto con attenzione. Con amore, forse. Con memoria. Ma quando lo guardavo, c’era qualcosa che mi faceva male. Come se mancasse qualcosa. E non parlo solo di un oggetto.
Parlo di te.
Di una parte di te che forse non vedi.
O che tieni nascosta.
E allora ho pensato a una stella. Una stella polare.
Non per caso. Non per retorica. Non per simbolismo da cartolina.
Ma perché una stella guida.
Una stella resiste.
Una stella brilla anche da sola.
E tu… tu sei così.
Anche se non lo sai.
Anche se non te lo dice nessuno.
Anche se ti convinci di essere solo, fragile, troppo o troppo poco.
La stella che vorrei regalarti, e forse non lo farò mai, non è un gioiello.
È un promemoria.
Che nei momenti bui, confusi, laceranti, c’è una direzione.
C’è una rotta.
C’è qualcosa dentro di te che sa dove andare, anche quando tutto intorno grida il contrario.
E sì, forse non è un vero diamante.
Ma brilla.
Brilla abbastanza da ricordarti che non sei vetro.
Che non sei qualcosa da trattare con superficialità.
Che non sei ordinario.
Tu sei unico. Prezioso. Sei luce.
Tu sei materia rara.
Sei fatto di quella sostanza che spaventa chi non è pronto a guardare oltre.
E se mai indosserai quella stella, spero che ti guardi come io ti vedo, anche da lontano.
Con un misto di stupore e tenerezza. Con un rispetto profondo per ciò che sei.
Perché sei molto di più di ciò che mostri. Sei molto di più di quello che credi di meritare.
Lo so, può sembrare ridicolo. Un po’ patetico, persino.
Scrivere tutte queste parole per qualcuno che forse neanche le leggerà mai. Che forse riceverà solo un saluto svogliato, o nemmeno quello. Che magari non capirà mai quanto spazio occupa dentro di me.
Ma vedi… scrivo lo stesso.
Perché ci sono cose che non si possono tenere dentro. Perché ci sono verità che fanno troppo male per essere taciute, e troppo bene per essere negate.
Ti scrivo perché ho bisogno di dirti tutto questo, anche se non avrà un eco.
Anche se resterà sospeso.
Anche se non tornerà indietro.
Scrivo perché amarti in silenzio è l’unico modo che ho trovato per non perderti del tutto. Anche se non sei mai stato davvero mio.
Quindi sì.
Buon compleanno.
Non so se ti arriverà questo augurio.
Non so se saprai mai quanto avrei voluto che il tuo giorno fosse pieno di luce, di attenzioni sincere, di occhi che vedano davvero chi sei.
Ma spero che, in un modo misterioso, tu possa sentirlo. Che tu possa riconoscere, anche solo per un istante, quanto sei stato, e sei, importante.
Per me.
Per il mondo.
Per chi ha fatto quel desiderio, tanto tempo fa, sotto una stella.
Buon compleanno, da chi forse non avrà mai il coraggio di dirti quanto ti ha pensato. E quanto ti avrebbe voluto far sentire, per un attimo solo, il centro di qualcosa di vero.
Ma anche il silenzio, a volte, è pieno d’amore.
E questa lettera, che non leggerai mai, ne è la prova.