[...] Forse non è successo all’improvviso. Forse è stato un processo lento, quasi invisibile.
Un video su TikTok in cui un influencer dall’eloquio aggressivo spiega che la società è marcia perché troppo indulgente.
Un post che dice che gli immigrati ci tolgono lavoro e stuprano le nostre donne.
Un altro che insinua che i giudici siano tutti politicizzati.
Metti un like. L’algoritmo ti osserva. Ti studia. Ti serve altro dello stesso tipo.
Nel giro di poche settimane il tuo mondo diventa coerente: i problemi hanno sempre un colpevole preciso; le soluzioni sono drastiche; chi dissente o è ingenuo o è traditore.
In quel mondo la pena di morte è “buon senso”.
La libertà è un lusso.
L’uguaglianza è un’illusione per anime belle.
Le donne devono “tornare al loro ruolo”.
Serve un capo deciso, qualcuno che rimetta ordine.
Non è nostalgia del ventennio. I più neanche sanno cosa sia il ventennio.
È qualcosa di più sottile.
Negli anni Novanta Umberto Eco parlò di Ur-Fascismo: una struttura mentale che può riemergere in forme diverse, anche senza dittature dichiarate. Non un partito, ma un modo di sentire il mondo: paura del diverso, culto del capo, odio per la complessità, timore di mostrarsi deboli.
Quello che vedo tra i banchi non è adesione ideologica.
È familiarità con quel modo di sentire che rimbalza dalla rete ai loro discorsi sessisti e inconsapevolmente razzisti.
[...] E allora la domanda non è se i miei studenti siano o stiano diventando nostalgici del ventennio che non conoscono nemmeno di striscio.
La domanda del nuovo millennio è piuttosto: che tipo di sguardo sul mondo stanno imparando a considerare normale?
Se nessuno li aiuta a riconoscerlo, quello sguardo diventerà il loro e quello del Paese. Per sempre. E temo che il mondo sarà un posto meno bello e, paradossalmente, anche più insicuro. Un mondo pronto a innestare micce che non si sa dove potranno portarci. Dove potranno portarli.
La diffusione silenziosa del pensiero autoritario tra i banchi di scuola













