Tu ti prendi cura delle persone
al punto da ammalarti per loro.
-La mia psicologa.
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Tu ti prendi cura delle persone
al punto da ammalarti per loro.
-La mia psicologa.
Alla fine, ogni cosa mi riconduce a te.
Sei nei libri che sottolineo e
nella musica che ascolto
e in ogni film che mi segno
e in tutte le parole che scrivo
e persino in quelle che non scrivo ma
che custodisco gelosamente
dentro di me,
tra l’anima e il cuore,
in quello spazio che solo tu riesci a raggiungere
e che vorrei
non abbandonassi
mai.
É come se
dopo un viaggio molto lungo
tu mi avessi finalmente riportato
a casa.
-Pensieri delle 23.21
Mi sento come se avessi bisogno di aiuto ma non avessi il coraggio di chiederlo. Come se volessi dimostrare a me stessa che non sono poi così fragile e che tu non hai tutto questo potere sul mio cuore.
Credo sempre di essere forte, di poter sostenere quella conversazione, di poter affrontare quell’argomento, di poter incrociare il tuo sguardo e di non versare nemmeno una lacrima dopo quelle parole.
Ma ogni volta mi spezzano.
Non fa mai meno male.
Mi domando quanto ancora riuscirò a resistere. Mi domando quanto impiega una persona a ferirsi in maniera incurabile. Come se tutto l’amore e la cura che può ricevere non servissero più a niente per quei tagli.
Mi ripeto che voglio solo vedere quale é il mio limite, anche se poi passo le notti sveglia a fissare il soffitto, a stringere le lenzuola tra le dita e sulla bocca per soffocare gli attacco di panico.
Mi ripeto che ho tutto sotto controllo, ma quella voce cattiva ogni tanto é tornata a sussurrare e, ogni tanto l’ascolto e, ogni tanto, credo abbia ragione. E quando succede, non mangio. Mi sdraio e conto le costole, provandole a frantumare con le unghie finché non mi graffio la pelle.
Mi ripeto che va tutto bene. Che sto bene. Ma poi devo accasciarmi per terra mentre il cuore va in fiamme, e tutto brucia, e la voce si consuma e le gambe tremano e io sono così patetica che sento il costante bisogno di nascondermi da tutto e da tutti.
Ho sempre detto che volevo un amore così intenso da consumarmi. Ma l’unica cosa che mi sta consumando, sembra essere solo il dolore.
-pensieri delle 21.46
Ho passato talmente tanto tempo
a non sentirmi abbastanza per te
da credere che non lo sarei potuta essere
nemmeno per qualcun altro.
A non sentirmi abbastanza
nemmeno per me stessa.
-pensieri delle 23.27
Ancora una volta, sbriciolai la quiete della notte per chiamare lui,
sciogliendomela in bocca come zucchero
mentre pronunciavo il suo nome, abbastanza forte perché si voltasse a guardarmi.
Gli dissi: «Prendi la macchina
e portami dove nessuno conosce la mia storia».
Noi ci incontravamo sempre nel buio,
quando il cielo si arrotolava in morbide volute scure, formicolanti di stelle,
e i cipressi si arricciavano alle punte, oscillando come alghe in un fondale.
Era il mio Van Gogh
ed io la sua tela;
fra le sue mani
diventavo arte.
Le canzoni d’amore in sottofondo
si mescolavano ai suoi respiri umidi
lungo la curva del mio collo,
ai suoi sospiri roventi
sulle mie labbra,
che mi seccavano la gola, bruciandomi fin dentro ai polmoni.
I lampioni illuminavano appena le sue dita
sulle mie,
tra i miei capelli,
strette attorno al mio cuore.
Ero sua.
Poi
la musica finiva,
la mia pelle tornava fredda come il marmo
e il silenzio si faceva così assordante da ferire.
Come Van Gogh con la sua luna,
noi ci incontravamo sempre nel buio;
ma quanto avrei voluto
essere amata da lui
nella luce.
-Alessia Alpi, scritta da me.
(-Volevoimparareavolare on tumblr)
Sono un professore d'arte, di circa 44 anni, e sto scrivendo questa lettera per coloro che hanno un amico, quindi per tutti.
Oggi è il 19 dicembre, ed il 19 dicembre di vent'anni fa, a quest'ora, ero in auto, parcheggiato fuori dai cancelli di casa della mia ragazza.
Stavo contando le gocce di pioggia sul finestrino in attesa che arrivasse.
Ricordo che la temperatura segnava due gradi, e la cosa che più mi scaldava non era l'aria condizionata della mia macchina, ma il pensiero che presto, molto presto, avrei visto la mia meravigliosa fidanzata correre sotto la pioggia, salire in macchina coi capelli bagnati ed il giubbotto congelato, con la punta del naso rosso e le guance fredde, ed io l'avrei stretta forte, tra le mie braccia, l'avrei coccolata con le mie carezze, coi miei baci.
E avrei spento la radio per poi farle il solletico; non esisteva canzone più bella della sua risata.
Ed in vece, ragazzi, le cose andarono diversamente.
Perché lei si avvicinò lentamente alla mia auto, senza correre, protetta da un ombrello.
Non portava mai un ombrello.
E si rifiutò di salire, obbligandomi ad abbassare il finestrino.
«tra noi è finita», «Io non t'amo più», «la colpa é mia, non tua».
Ricordo ancora il suo sguardo vuoto, privo d'amore, privo di interesse mentre mi guardava.
Ricordo che scesi dall'auto e aspettai sotto al temporale per molto tempo, nella speranza che tornasse da me, ricordo le mie lacrime bollenti mischiate al nevischio, ricordo che piansi tanto, fino a non avere più la voce, e quando mi rimisi in macchina avevo i capelli bagnati, il giubbotto congelato, la punta del naso rosso e le guance fredde.
E lei non ci sarebbe stata a scaldarmi coi suoi baci, con le sue carezze.
La nostra relazione durava da più di sei anni, e lei le pose un punto in meno di sei secondi.
All'epoca avevo poco più di 24 anni, e mi ero appena laureato all'accademia di belle arti.
Ma una laurea non poteva aggiustare il mio cuore rotto.
Da quel giorno smisi di uscire, spensi il cellulare, mi chiusi in camera e mi nascosi tra le coperte del mio letto.
Mi sembrava che il mondo avesse perso colore; ogni cosa era diventata un guscio duro e pesante ed io non ce la facevo più.
Era diventato difficile fare ogni cosa, soprattutto le più semplici, come alzarsi, fare colazione, guardare un po' di TV, fare due passi ... perché era proprio quando entravo nel quotidiano che la sua l'assenza si faceva sentire maggiormente.
Persino bere il caffè divenne impossibile, perché il suo colore scuro mi ricordava i suoi occhioni.
Dopo due intere settimane passate a letto, qualcuno bussò alla mia porta, e nonostante io non risposi, con un cigolio, qualcuno entro nella stanza.
Era Thomas, il mio migliore amico, il mio fratello mancato.
Io e lui ci conoscevamo dalla prima media.
Thomas, coi suoi riccioli color sabbia e la sua spruzzata di lentiggini sul naso, era l'unico in grado di capirmi.
Buttò sul pavimento una pila di vestiti che occupavano la sedia della scrivania, e ci si sedette sopra.
I suoi occhi verdi mi fissarono a lungo, finché, all'improvviso, disse:«Bello, é ora di alzare il culo da questa merda e riperdere in mano la tua vita».
E così, Thomas passò tutto l'inverno con me; mi faceva visita quattro volte a settimana, mi ascoltava, mi lasciava sfogarmi senza giudicarmi, criticarmi o sbuffare.
E quando dico "sfogarmi" intendo che ascoltava tutte le mie lamentele, tutti i miei frigni, tutta la mia collera e tutta la mia rabbia.
Un giorno mi disse «Bello, inizia a fare ordine. Incomincia dalla tua libreria, dal tuo armadio, e per finire riordina tutta la stanza. Poi inizierai a fare ordine anche fra i casini della tua vita. Ma da qualche parte dovrai pure iniziare, no?»
Ecco, Thomas era così.
Era superiore a me, di un'intelligenza fuori dalla norma, laureato con lode nello stesso periodo in cui mi laureai anche io.
È da quando avevamo 12 anni, dalla prima volta che lo vidi, che capii che non sarei mai stato come lui. Lo ammiravo, era il mio eroe, il mio mito.
Dopo circa due mesi tornai ad uscire il pomeriggio, e qualche volta persino il sabato sera, tornai ad ascoltare la mia musica senza pensare costantemente a lei, tornai a ridere senza avere l'amaro in bocca dopo.
Certo, continuavo a pensare che il mondo facesse schifo, che l'amore facesse schifo e che io facessi schifo, ma non mi sentivo più solo.
Era come se le cose avessero smesso di precipitare e schiantarsi al suolo.
Anche gli amici della compagnia mia e di Thomas vennero a trovarmi, consolandomi a modo loro; c'era chi mi prestava un videogioco e chi invece mi consigliava un film perché "mi avrebbe fatto sentire meglio".
In primavera, le ferite che facevano bruciare il mio cuore stavano cicatrizzando lentamente.
Thomas continuava a venirmi a trovare quattro volte a settimana, mi faceva parlare di tutto e di niente; condividevamo spesso il silenzio.
Quell'estate, fu l'estate più bella della mia vita.
Io ed i ragazzi facemmo talmente tante cose da tappezzare un'intera parete di camera mia con foto, da pensarci e sentirmi ubriaco.
L'ultima sera d'agosto, andammo alla festa più grande dell'anno, che si teneva ad un'ora di distanza dalla nostra città.
Ballammo tutta la notte, cantammo a squarciagola ogni canzone, respirammo a pieni polmoni quell'aria ancora impregnata di sale, di mare, di caldo.
Risi fino ai crampi allo stomaco. Per la prima volta mi sentii nuovamente vivo, pieno di sogni, speranze, con una gran grinta che mi scorreva nelle vene.
Mi portò a casa Thomas, nonostante avessi bevuto solo due bicchieri di vodka in quanto volevo ricordarmi perfettamente ogni colore, ogni profumo, ogni parola, ogni emozione.
Arrivammo a casa mia sulle sei del mattino. Mentre mi slacciavo la cintura Thomas mi diede una pacca sulla spalla «Sono felice che ti sia ripreso, bello!». Ricambiai la pacca «Merito tuo, fratello. Grazie» gli dissi, mentre scendevo dall'auto.
Quando mi stesi sul letto, non riuscivo a prendere sonno.
Non avevo mai ringraziato Thomas per tutto l'appoggio che mi aveva dato.
Cazzo, mi aveva letteralmente salvato dal mio dolore, la sua presenza scacciò i demoni dalla mia testa, la sua disponibilità nell'ascoltarmi mi aveva dato il coraggio di tornare a lottare per vivere la mia vita al meglio.
Chiusi gli occhi, promettendomi che l'indomani l'avrei ringraziato di tutto.
Vedete ragazzi, io e Thomas vivevamo a sei minuti di distanza.
E ancora una volta Thomas mi ha insegnato qualcosa; anche aspettare più di sei minuti, può essere troppo tardi.
Quel giorno m'alzai alle due di pomeriggio, con mia madre s accasciata al muro, seduta sulle piastrelle del pavimento in cucina, col corpo scosso da fremiti, con una mano sulla bocca singhiozzante e l'altra che stringeva forte il cellulare.
Era la mamma di Thomas. Stava dicendo «Mio figlio é morto», stava gridando «L'ho trovato due minuti fa in garage.»
Thomas si impiccò nel garage di casa sua, dopo avermi portato a casa quella mattina.
Thomas. Il mio Thomas.
Ragazzi, solo allora mi resi conto che non solo non avevo mai ringraziato abbastanza Thomas per tutto ciò che aveva fatto per me, ma non gli avevo nemmeno chiesto come stava.
Quell'inverno non gli domandai mai come andavano le cose con la sua Denise, convinto che la sua relazione stesse procedendo a gonfie vele, ignaro del fatto che lei aveva tradito lui.
Non gli domandai come mai avesse così tanto tempo libero da dedicarmi, non gli domandai mai cosa pensasse mentre i suoi occhi verdi si facevano freddi quando fissava impassibile fuori dalla mia finestra.
Non gli domandai mai della sua famiglia, se sua madre aveva trovato lavoro e se continuava a litigare con suo padre.
Scoprii solo dopo la sua morte che si erano divorziati quell'inverno.
Fui troppo preso dal mio dolore, per preoccuparmi anche del suo.
Eppure, Thomas riusciva perfettamente a mettere da parte il suo dolore per me.
Fui così egoista a pensare solo a me stesso, alla mia relazione, fui così preso dalle mie ferite che divenni cieco per le sue.
Perciò, ragazzi, se avete un amico, diteglielo adesso.
Diteglielo adesso quanto sono importanti per voi.
Diteglielo adesso quanto significano per voi.
Non lasciate che il vostro dolore vi renda ciechi, sordi e muti per quello altrui.
Prendetevi cura delle persone a cui volete bene, siate presenti nelle loro vite.
Sono passati quasi vent'anni dall'ultima canzone che io e Thomas cantammo assieme, dall'ultimo viaggio in macchina coi finestrini abbassati e l'aria bollente d'agosto che ci schiaffeggiava la faccia, dall'ultima corsa sulla sabbia bollente per tuffarci in mare, dall'ultima nostro selfie, per di più mosso, perché non riuscivamo a smettere di ridere.
Sono passati quasi vent'anni dal suo suicidio, e mai, mai, mi perdonerò per non avergli detto «grazie», per non avergli detto «Fratello, e tu come stai? A cosa pensi prima di addormentarti? Per quale sogno stai combattendo? Come ti senti ? Ho voglia di ascoltarti, parlami di qualcosa, qualcosa di tuo».
Amate i vostri amici, amateli ora, non lasciateli andare a casa senza avergli detto quanto bene gli volete, perché potrebbe essere troppo tardi.
-Alessia Alpi, scritta da me.
(-Volevoimparareavolare on Tumblr.)
Un giorno c'era una ragazza.
Era una di quelle ragazze con le felpe troppo larghe ed i jeans troppo stretti.
Una di quelle ragazze che beve solo caffè nero, senza zucchero, perché si è abituata al sapore dall'amaro in bocca, e lega i capelli in chignon scompigliati.
Era una di quelle ragazze che odiano farsi le foto ma adorano fotografare il cielo, che si siedono sugli scogli, col brontolio del mare dentro alle orecchie, guardando le onde infrangersi, trasformandosi in schegge di vetro luccicanti, mentre alle loro spalle il crepuscolo si scioglie nel manto scuro della notte.
Era una di quelle ragazze col cuscino bagnato di lacrime, col cellulare zeppo di messaggi non inviati, con gli occhi pieni di segreti, con le labbra gonfie di frasi mia pronunciate e la pelle segnata da cicatrici che raccontano storie, paure e difficoltà affrontate.
Era una di quelle ragazze che preferiscono trascorrere il venerdì pomeriggio in libreria al posto che andare in spiaggia, che scelgono di restare a casa per guardare serie TV fino all'alba al posto che sballarsi in discoteca fino al vomito.
Un giorno, c'era una ragazza.
Era una di quelle ragazze che quando si presentano non ricordi mai il loro nome, che quando le incontri e poi qualcuno ti chiede di loro, non ricordi mai il colore che gli riempie gli occhi, o quello dei loro capelli, che non ricordi mai il tono della loro voce o se hanno una spruzzata di lentiggini sul naso, perché semplicemente non le guardi, ma le vedi.
Era una di quelle ragazze coi jeans strappati quanto i loro polsi, con le scarpe scolorite e rovinate per i troppi passi, con ciò che resta del loro cuore seppellito sotto maglioni.
Una di quelle ragazze che preferiscono ascoltare piuttosto che parlare, che preferiscono i colori scuri di Tumblr a quelli sgargianti di Instagram, che prendono tre in matematica e nove nei temi.
Era una di quelle ragazze che non noti per la strada, perché hanno imparato a farsi piccole e silenziose, perché sanno diventare trasparenti.
Una di quelle ragazze che guardano fuori dal finestrino, che ascoltano la musica ad un volume esagerato, che quando devono scrivere hanno tante cose da dire ma quando devono parlare le parole gli restano incastrate in gola.
Un giorno, c'era una ragazza.
Una di quelle ragazze che sale sempre per ultima sul bus, che arriva sempre in ritardo a lezione, che si addormentano alle quattro del mattino perché i loro pensieri sono troppo forti, troppo stretti al loro animo per lasciarle sprofondare nel sonno.
Un giorno c'era una ragazza, che tu sicuramente non avrai notato.
Un giorno, c'era una ragazza che guardava con odio il suo riflesso, che mangiava poco, che piangeva spesso, che restava sola sempre.
Oggi, quella stessa ragazza, proprio quella fatta di lunghi silenzi, di tasche piene di conchiglie, di diari pieni di scritte, di pareti piene di foto e di polsi strappati, proprio quella che camminava a testa bassa, che guardava le stelle al posto che le notifiche sul cellulare, che rileggeva le vecchie conversazioni finché non sentiva qualcosa dentro lei spezzarsi, che portava le felpe anche a maggio, sorride.
Oggi, proprio quella ragazza, proprio quella stessa ragazza, sorride.
Oggi, quella ragazza, non teme più i lunghi silenzi perché ha imparato ad ascoltarli, non la spaventa più il buio perché ha scoperto che dentro lei c'è tanta luce, non si nasconde più perché desidera vivere.
Oggi, quella ragazza, proprio quella stessa ragazza, ha le mani calde, perché ha trovato qualcuno che gliele stringe, scaldandogliele, che gliele bacia e non gliele lascia.
Oggi, proprio quella ragazza li, fatta di scarabocchi e ansie, fatta di problemi e "non abbastanza", ha trovato persone che la fanno sentire giusta, capita e compresa.
Oggi quella ragazza, proprio quella, indossa t-shirt e canottiere, incurante di ciò che gli altri pensano quando vedono le sue profonde cicatrici, perché ha compreso che i pregiudizi sono solo parole d'aria; pesano zero.
Oggi, quella stessa ragazza, non increspa la fronte in rughe quando vede il suo riflesso, perché lentamente ha incominciato a volersi bene, ad abbracciarsi e a sentirsi piena anche in una stanza vuota.
Oggi, quella ragazza, proprio quella ragazza li, fatta di incomprensioni, fatta di finestre aperte per far uscire le voci che sentiva nella sua testa, ha scritto un post su internet.
Oggi, lei ha scritto: le persone sono come semi; per crescere devono distruggersi.
Un seme, solo distruggendosi può trasformarsi in radici, e sbocciare in un bellissimo fiore.
Allo stesso modo, le persone.
Oggi, quella ragazza, é un fiore bellissimo; profuma di felicità.
-Alessia Alpi, scritta da me.
(-Volevoimparareavolare on Tumblr)
Non ho nessuno, sono completamente sola e questa cosa mi spaventa a morte. Ho paura di non essere all’altezza di questo mondo.
Non ho nessuno, sono completamente sola e questa cosa mi spaventa a morte. Ho paura di non essere all’altezza di questo mondo.
Ciao tesoro,non immagini quanto vorrei essere lì, accanto a te, a stringerti forte e a guardarti negli occhi, dicendoti che in te non c'è nulla di sbagliato. Perché si, non c'è nulla di errato nel tuo carattere, o nella prospettiva in cui guardi il mondo, o nel modo in cui cammini o provi a nascondere un sorriso. Vorrei sedermi accanto a te e raccontarti tante cose, farti sentire tante cose, farti provare tante cose. Ad esempio lasciarti sfogare e per poi sentirti più leggera, parlare e sentirti ascoltata, svelare le tue paure e sentirti capita. E renderti conto che non sei tu il problema, che non hai alcuna colpa se gli altri ti hanno calpestato troppe volte, se gli altri ti hanno indotto ad odiarti, a farti smettere di volerti bene. No, non sei tu il problema. Siamo tutte vittime di un sistema errato in una società in crisi. Che ci pone modelli irraggiungibile, che ci mette sempre alla prova, che ci giudica ogni giorno, che non valorizza la nostra persona, che si impunta a dare ad ognuno di noi la stessa forma, facendoci sentire sbagliati se siamo diversi, se non seguiamo la massa.Che si ostina ad identificarci come un numero; come può riassumere i nostri sogni, le parole che diciamo, i testi che scriviamo, le foto che scattiamo, la musica che ascoltiamo fino ad addormentarci, gli ostacoli superati con la pelle strappata e le ginocchia sbucciate, le lacrime che versiamo e i sorrisi che ci illuminano il volto… in un solo piccolo insignificante numero?Non può. Perciò certo, è normale sentirsi soli.. ma non per questo ci sentiremo per sempre così. Possiamo sentirci soli, ma non siamo soli. Ci sono più persone di quello che immagini a provare le stesse cose che privi te, a combattere i medesimi demoni, a resistere alle stesse battagli. Sono solo più difficili da trovare, perché se ne stanno in disparte, chiusi nel loro guscio, credendo che non ci sia nessuno come loro. Tu cercali, cercali, cercali e non fermarti finché non li avrai trovai. Perché allora sarete soli, ma insieme.