Sergej M. Ejzenstejn,La corazzata Potemkin, 1925
Montaggio. Immagini quasi fisse. Appena in movimento. Movimento appena accennato. Montaggio. Continui stacchi. Da un immagine all'altra. Immagine appena in movimento. Ancora stacco. Montaggio. Frenetico. Passaggio da un immagine all'altra. Repentino. Velocità massima.
Musica. Meisel. Kriukov. Sostakovic. Suoni metallici. Sinfonia di suoni metallici. Pulsante, frenetica. A tratti rallenta, si zittisce, si trasforma in silenzio.
Immagini e musica. Una dentro l'altra, fuse insieme. Come a teatro. Come all'opera.
La corazzata Potemkin è l'equivalente cinematografico di un'opera lirica. Un capolavoro visivo e sonoro, in cui immagini e musica procedono all'unisono, di pari passo.
Il montaggio serrato ben si adegua al cinema muto, sembrano fatti l'uno per l'altro. Nel cinema muto l'immagine "saltella", è ridotta a pochi fotogrammi uniti insieme. Il montaggio serrato sembra fatto apposta per unire questi frammenti spezzati. Ma non è così scontato. Ejzenstejn forza questo procedimento, lo esaspera. Modifica un linguaggio, anzi lo inventa. Il montaggio è martellante, la musica è martellante. Tun tun tun. Un'immagine dietro l'altra, senza respiro. Persino troppo velocemente. Si perdono passaggi, si fatica a cogliere tutto. Eppure la storia arriva, ci si cuce persino addosso. Le immagini si mischiano, si accavallano, ne vediamo a decine, centinaia, migliaia. Come se ripercorressimo tutto dell'evento, come se lo rivivessimo per intero. Minuto per minuto. Non ci scappa niente. Tutto è velocissimo. E' come se in un'ora vedessimo un film di sette ore. La quantità di scene è impressionante. E' impressionante la quantità di scene girate, con tanto di comparse, decine di comparse.
La corazzata è un'impresa titanica.
Il montaggio serrato è una scelta ardita, d'avanguardia. In epoche già di molto successive, quando un film di Stone, Tarantino o Scorsese ci proponeva immagini sovrapposte in un montaggio sfrenato eravamo colti di sorpresa, come di fronte ad invenzione nuova. Pochi secondi montaggio ardito, e in sala si urlava al miracolo. La corazzata è pressoché tutta girata in questo modo. E' estenuante, impegnativa, magica. Scelta d'avanguardia. Dichiaratamente d'avanguardia. Occorre un linguaggio nuovo. La parola d'ordine è Rivoluzione. Alla parola rivoluzione si accoppia bene la parola avanguardia. Tutto è avanguardia nella Russia di quegli anni. Il costruttivismo russo. Tatlin, Rodcenko. Le immagini del grande fotografo russo, le sue grafiche, i tagli diagonali esasperati, l'instabilità verso l'innovazione, il rischio, la fiducia nell'incertezza. L'avanzata incontrollabile.
Ejzenstejn esordisce come un fulmine, con la stessa rivoluzione nel linguaggio. Stupefacente. La prima parte della corazzata, Uomini e vermi, è tutto un brulicare di ingranaggi e macchinari, intramezzati da un frastuono infernale. Una cavalcata imperiosa.
Ma la corazzata è "solo questo"?
No, davvero. Basti vedere la terza parte. Tutto si placa. Il porto di Odessa di notte. Silenzio. Buio. Aurora. Tutto rallenta, si ferma. La sagoma buia della corazzata entra nel porto. Momenti struggenti, pieni di poesia, di gigantismo visivo, sublime, romantico. E al contempo delicati, pieni di vibrazioni nascoste.
Sulla quarta parte, La scalinata di Odessa, molto è già stato detto. Cito Ejzenstejn, uno stralcio di una sua lezione. La prima scarica di fucili, tutta la folla corre come una valanga, tutti corrono contemporaneamente.[...] Poi, dopo questo primo colpo, la scena si frantuma in momenti singoli, nelle componenti del tutto; la madre col bambino, la madre con la carrozzina, i vecchi e le vecchie, che si svolgono singolarmente.[...]
L'impostazione compositiva della messa in scena e del montaggio consiste proprio nel far sì che, nonostante il dilagare della folla e la presenza di singole persone, si conservi la sensazione d'un grande flusso unitario.
Il finale è mozzafiato. Ancora una volta il montaggio è serrato, sempre di più. La musica è sempre più veloce, ossessiva. Gli ultimi minuti sono incredibili. Sempre più veloci. Inquadrature dall'alto, poi di fianco, sopra, sotto. Provando tutte le prospettive possibili. Una escalation, una cascata di sensazioni. Senza eguali. Lo stridore finale: viene da tapparsi le orecchie. Veloce, sempre più veloce. E poi la bandiera. L'affratellamento. L'abbraccio collettivo. Che coinvolge e, a prescindere dalla valutazione politica più o meno posticcia, emoziona.