È curioso che il primo corto con Topolino e Gambadilegno (Building a Building, del 1933) sia ambientato sulle impalcature barcollanti di un grattacielo. Gli intellettuali europei degli anni Trenta furono affascinati dalla capacità disneyana di inventare un mondo alternativo, fantasmagoria e allegra sarabanda che aboliva il dolore e rendeva superfluo il rancore storico; ma insieme avvertirono il pericolo di un immaginario totalizzante, dove l’umano non serviva più. «Chaplin», scrive Ejzenstejn, «è il paradiso perduto, Disney il paradiso ritrovato»; ma aggiunge che «lo zuccheroso universo disneyano è in realtà un balletto di pulsioni sfrenate, che respingono chi non si abbandona alla danza macabra, al rigenerarsi delle forme, al suo azzardo verso l’infinito futuro» – e che i suoi personaggi sono «mostri che vogliono essere quello che non sono». Zoomorfismo e animismo degli oggetti, regressione al totemismo puro. Benjamin, nel suo saggio su Mickey Mouse, constata ammirato che i film di Disney «provocano una frantumazione terapeutica dell’inconscio», ma nota con angoscia che «in un mondo del genere non vale la pena fare esperienza» e che in esso «l’umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se questo è necessario». Parole illuminanti che di colpo mi riscattano Dubai: ecco che cosa lo Spirito dei tempi sta cercando di fare qui, all’insaputa dei potenti e dei miserabili – sta preparandosi a sopravvivere alla cultura, o almeno alla cultura come l’abbiamo conosciuta finora. Tra l’altro c’è un legame filologico che connette Disney a Dubai: Disneyland per prima ha rivelato l’essenza, il nòcciolo del neo-turismo, un turismo che va a visitare ciò che non esiste. Eliminando le contraddizioni architettoniche reali, concentrando gli elementi pittoreschi in una sintesi più vera del vero, Disneyland è stata il modello delle prime “isole pedonali” americane e dei primi mall (per esempio il Nicollet Mall di Minneapolis, del 1963); la Main Street di Disneyland era una copia infedele di quella dove Walt era cresciuto, ma a quella copia si sono successivamente rifatte le “vere” Main Street di molte piccole città. Soprattutto, alla filosofia disneyana si è ispirata Las Vegas, quel “sogno nel deserto” da cui è stato fortemente suggestionato lo sceicco Rashid (il padre dell’attuale sceicco Mohammed). Disneyland, come si sa, non è stata l’ultima frontiera per l’instancabile Walt: negli ultimi anni della sua vita tutta l’energia la spese per allontanarsi dalla finzione dei cartoon e avvicinarsi all’edificazione reale di un’utopia tecnologica (dalla leggerezza delle fiabe al Real Estate, appunto). Diede impulso alla EPCOT, acronimo di Experimental Prototipe Community of Tomorrow, e all’Imagineering Department, conglomerato di immaginazione e ingegneria. Chiamò a lavorarvi grandi architetti, da Aldo Rossi a Robert Venturi: per innalzare davvero, tra gli uomini in carne e ossa, «il Paese più felice del mondo». È a questo punto che Dumbo e Bambi, e Pippo e Clarabella e Zio Paperone, mostrano il loro lato oscuro: dove la beata fiducia nell’onnipotenza dell’estro diventa convinzione di possedere in proprio le chiavi della felicità universale; dove un crocevia di convivenze tende alla sordità asettica del plastico e del prototipo – come se il mondo, per essere felice, dovesse ridursi alla parodia di se stesso. “Per il loro bene”, certo: questo giace nel fondo della “vision”; che cos’è il Paese che sto visitando, se non una risibile parodia accelerata dell’Occidente? Nel 1955, all’inaugurazione, fu posta una targa all’ingresso di Disneyland: “qui tu lasci il presente per entrare nel mondo di ieri, di domani e della fantasia”. Lasciate ogni pensiero, voi ch’entrate.
Walter Siti, Il canto del diavolo, B.U.R., 2013 (1ª ed.ne 2009); pp. 87-89












