Non c’è più l’asma di una volta. Ve lo dice uno che se ne intende, e parecchio. Da bambino mi sentivo profondamente diverso da tutti i miei compagni di scorribande: ero l’unico asmatico in tutto il vicinato. Mi ricordo le notti vegliate al lume del Vicks Sinex, sotto lo sguardo ansiolitico del mio angelo protettore. I gattini, così la chiamavamo la crisi d’asma, che arrivava puntuale all’affacciarsi virulento della primavera. E allora c’erano ancora le mezze stagioni, eccome se c’erano. Nello scorrere insonne delle ore tenebrose l’acqua con alloro serviva soltanto da palliativo, giusto per ingannare il tempo tra un rantolo e l’altro. Dopo, ore e ore di tortura romboidale, cullato al ritmo atonico dell’aerosol: un marchingegno mostruoso. Insomma, si respirava quando si poteva, ma non era roba di tutti i giorni. Poi un giorno, quasi con nonchalance, ecco che spunta fuori il Signor Clenil, Compositum spray. Mi cambiò la vita. Bastava agitare la bomboletta, inspirare e spruzzare in bocca il principio attivo: beclometasone dipropionato e salbutamolo. Una botta di salute. Fu in quel periodo, probabilmente grazie alle allucinazioni da overdose di Clenil, che divenni un mistico asmatico. Pensavo che l’asma fosse un segno del destino, anche Che Guevara ne soffriva. Mi sentivo un rivoluzionario in erba, rantolante ma sovversivo al punto giusto. Poi, finito l’effetto stupefacente, scoprii che in realtà il destino era stato pallonaro, e l’asma non era altro che una patologia caratterizzata da uno spasmo dei bronchi. Abbandonai così la militanza e i propositi di rivolta, ma il Clenil me lo tenni stretto fra le mani: i gattini erano sempre dietro l’angolo. Fu allora che venni a sapere dell’esistenza del Ventolin, una specie di Don Rodrigo tronfio e prepotente che seduceva l’asmatica Lucia per strapparla all’amato Renzo Clenil. E così, pur nel miasma degli allergici di tutto il mondo, continuai a sentirmi diverso: facevo parte di una minoranza, la minoranza del Clenil contro lo strapotere del Ventolin. Intanto nuovi impavidi asmatici si affacciavano al meraviglioso mondo ansante, ma non erano che malati immaginari da quattro soldi: una crisetta ogni tanto e poi via di spray. Avrei voluto vedervi io ai tempi del vicks, altroché. Tutti adepti del Ventolin, ovviamente, ignavi figli di papà. Così mentre il mondo di fuori si divideva tra Pelé e Maradona, tra Beatles e Rolling Stones, tra vaniglia e cioccolato, tra Pepsi e Coca Cola, l’universo asmatico aveva la propria dicotomia: Clenil e Ventolin. Ma come tutti i romanticismi, anche il nostro, trafelato ma pur sempre romantico, si avviò lentamente verso l’inevitabile crepuscolo. E quando il farmacista mi disse Mi dispiace ma le devo dare il Ventolin. Il Clenil non lo riceviamo più, fu tutto un mondo a venire giù, fu uno spasmo unico di bronchite disperata e sommessa. Anch’io, paladino del Clenil, dovetti piegarmi alle logiche ferree del mercato. Presi in mano il Ventolin per la prima volta, quasi schifato, e l’osservai con aria di sfida. Poi spruzzai, con forza bruta, senza quel tocco poetico che avevo sviluppato con l’amato Compositum. E a dirla tutta, il Ventolin era tale e quale al Clenil. Ma il Ventolin era più uguale. Più Ventolin. Era la fine delle mezze stagioni, e anche l’asma in fondo non era più la stessa. Poi, quasi per disperazione passai al cortisone, ma quella è un’altra storia, di quando i gattini si trasformarono in cigolati da guerra, sotto l’egida delle MS Filtro. E di rivoluzioni, ovviamente, nemmeno l’ombra.